How It Is, tutta la luce di Beckett a Palazzo Diedo
Il romanzo diventa una performance a Palazzo Diedo: sei ore, fruibili entrando e uscendo, tra voci e frammenti, produzione di Berggruen e compagnia Gare St Lazare

La prima sorpresa è la luce, per chi conosce How It Is e arriva preparandosi al buio, al fango, alla materia primordiale del romanzo. Il secondo piano di Palazzo Diedo è invece inondato di luce: dalle grandi vetrate del salone entrano Venezia, i tetti, la cupola di Santa Maria Maddalena, le voci, il movimento della città. Dentro, un pavimento magenta, panche illuminate come barre luminose, totem di vetro che filtrano corpi, colore e riflessi. La materia cupa del romanzo non viene ricostruita: è affidata alla parola, al suono, agli attori, in uno spazio chiaro che la espone invece di illustrarla. Prende forma così la prima mondiale dell’integrale di How It Is, ultimo romanzo lungo di Samuel Beckett.
Un lavoro di dodici anni
A produrla sono Berggruen Arts & Culture, di cui Palazzo Diedo è sede veneziana, e la compagnia Gare St Lazare Ireland, con il sostegno di Culture Ireland. La regia è di Judy Hegarty Lovett, che lavora da dodici anni su questo testo, dentro il percorso trentennale di Gare St Lazare su Beckett. Non è una messinscena tradizionale né una lettura scenica. Il romanzo, costruito senza punteggiatura, quasi in strofe, segue Bom nella ricerca di Pim: compagno, vittima, doppio, forse altro nome di sé. Ma il centro non è la vicenda: è la voce che continua, la lingua che procede per frammenti e ritorni, il corpo che si fa carico di una scrittura estrema senza smussarne l’inquietudine.

La scrittura spezzata di Beckett
La scrittura spezzata di Beckett trova pause, traiettorie, variazioni e appoggi nella straordinaria prova attoriale di Conor Lovett, interprete di riferimento del repertorio beckettiano, e di Stephen Dillane, vincitore di un Tony Award e noto al grande pubblico per il ruolo di Stannis Baratheon in Game of Thrones. La bellezza delle voci e la nitidezza della dizione, il controllo del ritmo, la precisione degli accenti permettono di seguire la lingua anche quando non se ne afferra ogni parola. Il senso passa anche dal respiro, dall’intonazione, dalle posture e dalla distanza tra i due attori, capaci così di rendere accessibile ciò che resta radicale. La loro è anche una prova di resistenza fisica: sei ore di performance, suddivise nelle tre parti del testo, in cui la durata non diventa esibizione atletica, perché il tempo è materia del lavoro.
Sei ore di performance
E il tempo, in How It Is, non procede mai davvero in linea retta: anche il titolo originale francese, Comment c’est, richiama il com’è, ma anche l’idea di un cominciare che ritorna. Anche per questo la fruizione non è rigida: il pubblico può seguire l’intera durata, fermarsi a una sola parte, uscire e rientrare, assecondando la natura mobile dell’opera. Con loro il nucleo creativo di Gare St Lazare Ireland: Mel Mercier, sound designer e compositore, Simon Bennison alle luci, il musicista Caoimhín Ó Raghallaigh e Michael Craig-Martin, figura centrale dell’arte concettuale britannica, che costruisce uno spazio comune ad attori e pubblico, dove colore, vetro e luce aiutano la parola a diventare presenza nello spazio.

Voci e silenzi
Nel salone centrale si concentra gran parte dell’azione; ai lati, due stanze speculari allargano lo spazio sonoro: gong sospesi e percussioni metalliche riconducibili al gamelan da una parte; tubi sonori, clavette, battenti e altri oggetti percussivi dall’altra. Accanto a essi, strumenti e suoni registrati entrano a loro volta nella partitura del lavoro, talvolta in dialogo, talvolta per contrasto, rinforzando gesti, voci e silenzi senza mai diventare semplice accompagnamento. Palazzo Diedo fino al 21 giugno non sarà più soltanto il luogo in cui la performance accade, ma parte della sua forma. Lo ha ricordato, all’anteprima, Mario Codognato, direttore di Berggruen Arts & Culture, riportando l’integrale di How It Is dentro la volontà di far dialogare grande letteratura e ricerca visiva contemporanea. Alla stessa occasione erano presenti la regista Judy Hegarty Lovett e l’ambasciatrice d’Irlanda in Italia Elizabeth McCullough. Dai loro interventi è emersa l’idea di un Beckett non museale, ancora capace di parlare dell’esperienza umana: la domanda sul sé, l’assurdo, la disperazione, ma anche quella vena di humour che impedisce alla sua scrittura di diventare pura oscurità. Informazioni e biglietti, che consentono di uscire e rientrare anche in giorni diversi, su www.berggruenarts.org.
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