Il restauro va in scena al museo: così gli studenti ridanno vita alle statue antiche

Pennellini, cotton fioc e materiali innovativi: al Museo archeologico di Venezia 27 sculture antiche vengono restaurate davanti ai visitatori. Il 13 luglio visite guidate dedicate ai lavori in corso

Camilla Gargioni

Camici bianchi, pennellini e cotton fioc, block notes e matite si aggirano per le sale del Museo archeologico nazionale di Venezia a San Marco. Sono gli strumenti degli studenti dell’Istituto Veneto per i Beni Culturali (Ivbc) impegnati nel restauro di ventisette sculture greche e romane delle collezioni del museo. E no, il museo non è chiuso per lavori, anzi: il pubblico scorre tra i corridoi mentre gli studenti sono al lavoro. Non solo: il prossimo 13 luglio, verrà organizzata una giornata di visite guidate ad hoc per scoprire e conoscere da vicino i restauri in corso (info archeologicovenezia.cultura.gov.it).

«Apriamo il lavoro di conservazione delle sculture»

«Ad Altino apriamo gli scavi, qui apriamo il lavoro di conservazione delle sculture. Il rapporto che abbiamo costruito con l’Istituto è bello perché unisce conservazione e formazione», spiega Marianna Bressan, direttrice dei Musei archeologici nazionali di Venezia e Laguna. I restauri si uniscono al lavoro di riorganizzazione e ridisegno progressivo del percorso espositivo, iniziato con la riapertura del cortile dell’Agrippa l’anno scorso. «Soprattutto nella seconda parte del Novecento, il museo è diventato destinatario di recuperi e reperti con provenienza più certa, stiamo studiando le tematiche per il riallestimento», sottolinea Bressan. Ci sono le collezioni di Domenico e Giovanni Grimani, donate alla Serenissima Repubblica nel XVI secolo, ma anche la parte archeologica con la statuaria greca e romana, restaurata in passato secondo il gusto dell’epoca e non seguendo una ricerca filologica. Poi, le collezioni più recenti, con vasi e ceramiche antiche.

Diverse anime in dialogo

Diverse anime, che dialogano tra loro e che i quindici studenti del corso triennale in tecnico del restauro di materiali lapidei e derivati, pitture murali e beni archeologici dell’Istituto Veneto per i Beni Culturali stanno scoprendo di giorno in giorno. Le operazioni di restauro proseguiranno per tutto il mese di luglio, appunto con i visitatori che potranno attraversare le sale mentre gli studenti sono al lavoro.

Come una skincare

Il restauro pare quasi una seduta di skin care, volendo fare un paragone (naturalmente improprio). Su una testa femminile, per esempio, viene steso una sorta di lattice morbido e colloso. In realtà è un materiale chelante, ovvero in grado di attirare nanoparticelle, rimuoverle dalla superficie della scultura e lasciarla pulita. «Questo materiale raccoglie il naturale degrado del marmo», spiega Chiara Tomaini, vicepresidente e responsabile delle attività del settore archeologico, Istituto Veneto per i Beni Culturali, «crea una pellicola, caricata con un sale che attira nanoparticelle. Lo lasciamo in posa 12 ore. Non ci aspettiamo un effetto bianco, ma ci permette di raggiungere le parti più nascoste. Poi, andiamo a togliere le sostanze ancora in posa con solventi». Questo materiale è un prodotto innovativo, Arte Mundit, sviluppato dal National Museet di Copenaghen: è già stato provato, a Venezia sempre dall’Ivbc, nel restauro del monumento ad Angelo Emo scolpito da Canova, nella chiesa di San Biagio Vescovo.

Un patchwork di elementi

In un’altra sala, si lavora su un rilievo funerario. «È un rilievo del secondo secolo dopo Cristo», spiega Rodolfo, armato di camice bianco e pennello, «di originale abbiamo una porzione al centro, mentre sono state aggiunte le parti superiori e inferiori, tratte da altre sculture. Per esempio, la base proviene da un busto». Un patchwork di elementi, ancora più visibile in altre sculture dopo la pulitura: per esempio, in Piccolo busto femminile, opera greca della seconda metà del IV secolo a.C. su modelli di Prassitele, è netto lo stacco tra la base e l’acconciatura (un vistoso chignon) e il resto della capigliatura più scura. C’è anche un’aggiunta sul mento e poco sopra la fronte.

Il Piede di statua colossale

Nel Rinascimento, intervenire sul marmo significava completarlo integrando le lacune con la mano di scultori contemporanei: nella collezione Grimani, operarono maestri da Tiziano Aspetti ad Alessandro Vittoria. Su Piede di statua colossale (IV secolo d.C.), la mano probabilmente è quella di Canova. L’indagine è in corso: si sta procedendo alla pulitura proprio per evidenziare le diverse reazioni del marmo e capire come rispondono le parti originali e quelle aggiunte.

Ogni scultura nasconde una storia

Insomma, ogni scultura nasconde una storia. «Ragioniamo su come la disciplina del restauro si sia evoluta nel tempo», afferma Myriam Pilutti Namer, responsabile scientifica del settore archeologico, Istituto Veneto per i Beni Culturali, e docente a contratto a Ca’ Foscari, «riportare al bianco non è l’obiettivo, c’è un dialogo costante tra gli studenti e i grandi del passato che sono intervenuti su queste opere».

Le sculture «parlano»

Poi, le sculture «parlano»: per esempio, certi residui individuati sulla superficie danno l’idea che le sculture venissero incerate, per dare anche effetti di colore. Non c’è solo un lavoro sulle statue: vengono anche mappate, a mano e a computer, con disegni, per integrare le conoscenze da catalogo al lavoro che viene fatto dagli studenti. La manutenzione diventa scoperta, le alterazioni del marmo occasione di studio per ricostruire la storia delle collezioni. E così, ogni opera impara a raccontare la propria storia.

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