Edoardo Bennato live a Venezia: «Porto il rock e Rossini a San Marco»

Live lunedì 6 con il tour che celebra i suoi ottant’anni con Be-Band, Quartetto Flegreo e Orchestra Veneziana: «Auguro a me e a tutti di coltivare dubbi e non certezze»

Michele Bugliari

 

Edoardo Bennato è pronto a salpare con il suo bastimento rock verso piazza San Marco, dove arriverà lunedì 6 luglio. Aprirà così il Quando sarò grande tour con la Be-Band, il Quartetto d’archi Flegreo e l’Orchestra sinfonica veneziana, diretta da Diego Basso.

Bennato, è emozionato per la sua prima volta in piazza San Marco?

«Piazza San Marco è il salotto d’Europa, è un grande privilegio portare le mie canzonette all’ombra del campanile».
Ci parli del concerto.

«Sarà un concerto ad altissimo contenuto rock & blues con l’aiuto spirituale di Rossini. Chi verrà ne sentirà delle belle».

Il suo mini-tour si intitola Quando sarò grande, citazione di un brano di Burattino senza fili. Perché?

«Quando veniamo al mondo ci dicono che la vita è bella. Non lo abbiamo scelto ma tant’è. Da piccoli cerchiamo di capire le regole del gioco, facciamo domande imbarazzanti per gli adulti, che ci dicono di andare a scuola, di osservare gli altri e di leggere più libri possibile. E noi diventiamo grandi, anziani e queste risposte non arrivano mai. Ecco, io sto aspettando di diventare grande. E intanto faccio quest’altro tour di sei concerti».
Il suo spirito ribelle e la sua ironia sono armi sottili contro il potere.

«È inutile attaccare il potere, è più divertente attaccare chi vorrebbe arrivare al potere. Con una canzonetta ho detto: “Arrivano i buoni e hanno le idee chiare e hanno già fatto un elenco di tutti i cattivi da eliminare. Così i buoni hanno fatto una guerra contro i cattivi però hanno assicurato che è l’ultima guerra che si farà”».

Sono tante le sue ispirazioni musicali: il rock, il blues, il folk e Rossini.

«Fin dalla prima ora ho cercato di coniugare il rock con brani in stile rossiniano, penso a In fila per tre o a Dotti, medici e sapienti. Se Rossini fosse nato ai tempi nostri, sarebbe stato uno dei Rolling Stones».

Ha usato il linguaggio delle favole per denunciare le ingiustizie. Funziona ancora?

«La formula delle favole mi serve per evitare, quanto più possibile, la retorica, cercando di farmi capire anche dai bambini».

Dopo che De Gregori ha criticato le posizioni di Springsteen contro Trump è nato un dibattito sul ruolo dell’artista. Cosa ne pensa?

«Ho grande stima artistica e umana di Francesco. Noi ci esprimiamo attraverso le canzoni, non facciamo comizi, il che non vuol dire che non facciamo politica. Tentiamo di esprimere il nostro pensiero in canzonette. E non si tratta di qualunquismo o peggio ancora, di fare lezioni di morale».

Dopo aver preso in giro il Presidente della Repubblica Leone e Papa Paolo VI ha subito tentativi di censura?

«I diretti interessati non hanno fatto una piega. Radio Vaticana ha anche trasmesso Affacciati affacciati. Furono i burocrati a cercare di censurarmi».

Il suo Burattino senza fili fu trasformato in bambino per essere normalizzato: quanti lo compresero nel 1977?

«Considerato che quel disco ha battuto tutti i record di vendita di quell’anno, direi che lo hanno capito in molti».
Come è nata Cantautore?

«Cantautore è dedicata a chi negli anni Settanta aveva eletto a un rango quasi messianico chi scriveva canzoni. Un tentativo di dare un’esclusiva connotazione politica ma soprattutto di imbrigliare l’arte che, dovrebbe essere libera. Con Sono solo canzonette poi ho precisato: “Gli impresari di partito, mi hanno fatto un altro invito e hanno detto che finisce male, se non vado pure io, al raduno generale della grande festa nazionale”».

Nel 1980 ha pubblicato due album in un mese (Uffà! Uffà! e Sono solo canzonette) e nel 1992 un disco e un film con lo pseudonimo di Joe Sarnataro. Alla faccia dell’industria...

«Sono stati due tentativi di non farmi imbrigliare nelle logiche del mercato discografico. Joe Sarnataro è stato un disco e un film con Arbore, Banfi e Peppe Lanzetta per affermare le mie passioni: il blues e Napoli».
Lei cominciò a calcare i palchi degli stadi prima di Dalla e De Gregori, vero?

«Un po’ prima dei miei amici e colleghi, nel 1978 feci lo stadio San Paolo a Napoli e, prima ancora altri stadi minori. Ricordo che eravamo negli anni di piombo e ci voleva una certa dose d’incoscienza a mettere migliaia di giovani insieme, in un’epoca in cui le stragi erano una realtà. Avevo la consapevolezza che la musica potesse vincere la paura e per fortuna ebbi ragione».

La Rai ha trasmesso Bennato - Sono solo canzonette, un risarcimento dopo il documentario sui cantautori in cui lei non veniva citato?

«Non è un problema di essere risarciti ma di tener fede alla realtà storica degli anni Settanta».
Prima che lei diventasse famoso, Lucio Battisti la incoraggiava?

«Sì, mi diceva di avere pazienza, che sarebbe arrivato il mio turno. E così fu. Era grandioso».

B. B. King si convinse a suonare con lei, perché aveva cantato Notti magiche?

«Grazie all’inno dei mondiali fui ammesso al cospetto di un mio mito e suonammo insieme Signor censore che a lui piacque molto».
Con Pronti a salpare parla dei migranti: perché in Italia funziona ancora la retorica di chi vorrebbe bloccare i barconi?

«Cavalcare le paure è il modo più veloce per raggiungere il consenso. Il millenario spostamento latitudinale della famiglia umana è un fenomeno inarrestabile. Su questo pianeta non ci sono diverse razze ma una sola, quella umana».

Il 23 luglio compirà 80 anni, qual è l’augurio che fa a sé stesso e a chi la segue?

«L’unico augurio che mi sento di fare è quello di coltivare i propri dubbi anziché barricarsi dietro le proprie certezze».

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