Cineprime, ecco i film in uscita questa settimana: le nostre recensioni

Joachim Trier con il suo bergmaniano ritratto di famiglia “Sentimental Value”. Timothée Chalamet è “Marty Supreme”. Maschi contro femmine per Massimiliano Bruno in “2 cuori e 2 capanne”

Marco Contino, Michele Gottardi
Timothée Chalamet è “Marty Supreme”
Timothée Chalamet è “Marty Supreme”

Il regista norvegese Joachim Trier dirige un film molto classico e solido sulle relazioni familiari: “Sentimental Value” (9 nomination agli Oscar) si muove tra arte e vita dentro una casa che è un autentico personaggio vivente con memoria, crepe e “orecchie”. Cast impeccabile.

Josh Safdie Safdie con il suo “Marty Supreme” oscilla tra Martin Scorsese e Steven Spielberg, senza la durezza del primo, ma nemmeno con l’ottimismo di fondo del secondo. Gigantesco Timothée Chalamet (anche produttore) in un ruolo ipercinetico, sporco come un perdente di successo. 9 nomination agli Oscar.

Massimiliano Bruno si affida a Edoardo Leo e Claudia Pandolfi per raccontare una storia d’amore tra opposti che si attraggono, alfieri, rispettivamente, di un maschilismo inconsapevole e di un femminismo radicale.

 

SENTIMENTAL VALUE

Regia: Joachim Trier

Cast: Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning

Durata: 133’

Voto: 7

Nora (Renate Reinsve: dopo “La persona peggiore del mondo”, un’altra prova che ne conferma il talento prezioso) è un’attrice affermata con profonde fragilità che si manifestano anche prima di uno spettacolo e rischiano di tracimare (di nuovo) quando il padre regista Gustav Borg (Stellan Skarsgård) fa ritorno nella casa di famiglia dopo la morte della madre di Nora e di sua sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), dalla quale aveva divorziato molti anni prima, scomparendo dalle loro vite. Vorrebbe tornare a dirigere un film proprio in quella casa, tempio di ricordi e traumi.

Al rifiuto della figlia di recitare per lui, Gustav coinvolge nel progetto un’attrice di Hollywood in piena ascesa (Fanning) ma il “valore sentimentale” del film è un peso gravoso per tutti, in un dolente incrocio di legami recisi, relazioni sepolte, inconsapevoli affinità e rapporti che si riscoprono in tutta la loro forza salvifica (profondo e struggente quello tra le due sorelle). Joachim Trier si affida a un cast impeccabile (Skarsgård su tutti, abitato da sensi di colpa radicati, però, in un uomo testardo, discontinuo, a tratti quasi crudele) per un ritratto classico, molto bergmaniano, di una famiglia disfunzionale, riempiendo di significato il titolo stesso del film “Sentimental Value”.

 

“Sentimental Value”.
“Sentimental Value”.

Che si staglia, come la casa al centro della narrazione (una vera e propria creatura vivente con memoria, crepe e “orecchie”), su basi molto solide, in quella dinamica, non certo inedita, tra arte e vita, esponendo, però, di tanto in tanto, il fianco a qualche forzatura (il coinvolgimento dell’intrusa, la star americana, che si giustifica narrativamente per soffiare sulle braci spente del rapporto Gustav-Nora, ma difetta in credibilità) e digressioni che rischiano di appesantire una scrittura già molto densa (le ricerche di Agnes sul passato della nonna). Fresco di 9 nomination agli Oscar nella categorie più importanti: miglior film, regia, sceneggiatura e interpretazioni (tutti: da Reinsve a Skarsgård; da Fanning a Lilleaas).

(Marco Contino)

MARTY SUPREME

Regia: Josh Safdie

Cast: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion

Durata: 149’

Voto: 8

Timothée Chalamet torna sullo schermo con un personaggio completo, tutt’altro che autocompiaciuto come in certo cinema in cui pure è stato ben diretto. Qui, invece, ha un ruolo ipercinetico, sporco come un perdente di successo, che passa da una New York anni Cinquanta (molto scorsesiana nella descrizione e nei personaggi) a platee internazionali raffinate e glamour.

Il regista Josh Safdie mostra di mantenere intatto il proprio amore per la Grande Mela e per soggetti borderline, autentici loser in cerca di rivincite che, grazie a una straordinaria vitalità interiore, riescono a salvarsi o quanto meno a cadere in piedi, come il gioielliere Howard Ratner di “Diamanti grezzi”, un amore condiviso col fratello Benny, che invece ha deviato verso storie diverse, che pure gli hanno fruttato il Leone d’argento a Venezia 2025 con “The Smashing Machine”.

Il giovane Marty Mauser (personaggio ispirato a Marty Reisman, 1930-2012, più volte medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo) lavora come commesso in un negozio di scarpe del Lower East Side di proprietà dello zio e coltiva il sogno di una carriera da pongista professionista, sperando di vincere il British Open e sconfiggere il campione ungherese in carica Béla Kletzki, portando così l’attenzione del pubblico americano su uno sport ancora marginale.

Marty si propone di commercializzare palline arancioni con il proprio nome, ma intanto gira l’Europa con gli Harlem Globe Trotter, con intermezzi di intrattenimento, giocando a ping-pong con pentole e foche. Sulla scorta di un ego smisurato e di una fiducia eccessiva nei propri mezzi, Marty alterna una vita spericolata, fatta di scommesse e imbrogli, vittorie e sconfitte, donne della porta accanto e femme fatale fuori misura (Gwyneth Paltrow splendida attrice decaduta, anch’essa in cerca di riscatto come tutti), cercando un’identità che fatica a emergere, ebreo di una famiglia della working class sottoproletaria del Lower East Side di Manhattan. Safdie non ne fa un biopic sportivo, ma esalta la figura di Chalamet con inquadrature ravvicinate, primissimi piani fisici e campi lunghi sulle volée al tavolo verde, con cui il giovane attore newyorkese trova modo di esaltarsi in un film in cui ha creduto in pieno, al punto da diventarne il produttore. Safdie adotta un canone narrativo citazionistico, che oscilla tra Martin Scorsese e Steven Spielberg, senza la durezza del primo, ma nemmeno con l’ottimismo di fondo del secondo.

Ne risulta un film che grazie a uno splendido montaggio sincopato (di Ronald Bronstein con lo stesso regista), è svolto senza respiro, a parte qualche pausa centrale, e trasmette la profonda insicurezza e l’arroganza insieme del protagonista, così spaccone da dire ai giornalisti che lui, ebreo di successo, è «la prova vivente che Hitler ha perso», mentre il suo avversario storico, il giapponese Endo, adotta una analoga strategia, totalmente sottotraccia invece, per rilanciare il paese del Sol Levante dopo la sconfitta del 1945.

E sullo sfondo, ma non troppo, il capitalismo americano che avanza e, in modo vampiresco o banditesco (vedi il personaggio di Abel Ferrara), mette le basi di quello sfruttamento delle classi popolari, che ancora sussiste. Un gran film, adrenalinico e socialmente determinato, che una musica totalmente fuori contesto rispetto all’epoca e alla narrazione, sottolinea con giusta enfasi.

(Michele Gottardi)

2 CUORI E 2 CAPANNE

Regia: Massimiliano Bruno

Cast: Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Benedetta Tiberi, Francesca Alati

Durata: 108’

Voto: 5

 

Alessandra (Claudia Pandolfi) è una femminista indurita. Valerio (Edoardo Leo) un maschilista inconsapevole. Si incontrano sul bus e la loro naturale incompatibilità … fa scoccare la scintilla del sesso, senza troppi coinvolgimenti emotivi. Tutto si complica quando lei, professoressa di lettere, viene assegnata al liceo di cui lui è preside (più interessato a usare i fondi scolastici per un campo di padel che per uno sportello di ascolto per gli studenti).

Ma soprattutto quando lei scopre di essere incinta (anche se entrambi si pensavano sterili). Potranno mai trovare una sintesi le loro visioni così opposte ora che di mezzo ci sarà un bambino da educare? Massimiliano Bruno torna ad affrontare i temi della contemporaneità attraverso una commedia sentimentale che sfrutta gli stereotipi di genere perché i loro rispettivi alfieri, alla fine, prendano coscienza che il radicalismo non porta a nulla ma la comprensione della diversità è, al contrario, una ricchezza.

 

“2 cuori e 2 capanne”
“2 cuori e 2 capanne”

Da “2 cuori e 2 capanne” non c’è da aspettarsi chissà quale profondità di scandaglio, anche se il maschilismo inconsapevole è un concetto culturale interessante e molto radicato. Apprezzabile anche la rappresentazione delle giovani generazioni: i liceali non sono i soliti coatti disadattati, ma hanno padronanza e consapevolezza del mondo che cambia. Pandolfi e Leo sono bravi e simpatici e danno il meglio da innamorati litigiosi più che nella dimensione contrapposta maschio/femmina. Certo, alla lunga il contesto stereotipato stanca e non brilla di originalità, ma meglio l’ingenuità di fondo di un film così, del vittimismo alla Angelo Duro o della edulcorazione stucchevole ed ecologica alla Riccardo Milani.

(Marco Contino)

 

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