
Ciò che resta del bosco, dentro di noi: il nuovo romanzo di Antonio G. Bortoluzzi
«Tutto è nel bosco» edito da Marsilio è ambientato tra il lago di Santa Croce e l’Alpago: intreccia le storie di una ragazza madre e di un manovale
La quotidianità di una comunità di montagna tra gli anni Ottanta e il primo decennio del Duemila, l’abbandono progressivo delle terre alte con l’estinguersi della civiltà contadina, i nuovi lavori che ne hanno preso il posto, la vita e la morte e i difficili rapporti tra le vecchie e le nuove generazioni, l’eterna lotta fra l’uomo e la natura, che in quegli anni ha cominciato a riprendersi gli spazi sottratti, ma ha dovuto subire nuovi affronti, l’imporsi anche in questo campo della politica e l’evoluzione della sessualità; e in sottofondo tanta musica, da Vasco Rossi e gli altri cantautori italiani al jazz di Pat Metheny e al rock di Kurt Cobain.
C’è davvero tanto - come promette il titolo - nel nuovo romanzo di Antonio G. Bortoluzzi Tutto è nel bosco (Marsilio, 270 pagine, 18 euro), concepito all’insegna della coralità e ambientato nei suoi luoghi, tra il lago di Santa Croce e l’Alpago: valli aspre ora desertificate, ma un tempo fittamente abitate e intensamente lavorate, nelle quali la modernità si è affacciata proprio in quegli anni ma come un’eco lontana, filtrata dalle abitudini e dalle chiusure di sempre.

In questo contesto si intrecciano due vicende drammatiche che hanno come protagonisti Virginia e Bruno, lei una ragazza madre orgogliosa e indipendente, lui un giovane manovale solitario, dedito al bracconaggio ma a suo modo rispettoso della natura. Intorno a loro interagiscono genitori anziani, spesso meschini e a volte decisamente cattivi, e compagni e figli espressione dei tempi nuovi che portano con sé vaghe promesse di benessere ma anche una scia di straniamento e alienazione, che sfocia a volte nella droga, più spesso nel riflusso in un privato sconfitto.
In tutto questo i giovani, come il figlio di Virginia, Nicholas, crescono imparando a fare i conti con l’assenza – reale o metaforica – della figura paterna, ma anche di un vocabolario adeguato ad esprimere le emozioni della separazione e del distacco. Ad accostare Virginia e Bruno, distanti fra loro pur nella contiguità della loro vita paesana, sarà un evento drammatico, di cui nulla si può dire per non correre il rischio di rivelare ciò che l’autore tiene nascosto per molte pagine.
Molto si può dire dei fili che concorrono ad articolare l’intreccio del romanzo. Luoghi e tempi – come sa chi ha letto i libri precedenti di Bortoluzzi, in particolare la trilogia Montagna madre – sono quelli a lui consueti, rivisitati con la concretezza severa di chi ci è vissuto dentro e lo scarno rimpianto di chi li ha visti cambiare e, in certa misura, morire. Certe descrizioni di ambienti e di persone – case, cortili, vecchi contadini, anziane donne piegate dalla vita – sono talmente precisi da rasentare l’iperrealismo.
Altrettanto si può dire degli ambienti di lavoro e delle relazioni che vi si instaurano, nella cui descrizione Bortoluzzi conferma la sua eccellenza di scrittore operaio, quale è stato per tutta la vita: addentrandosi nelle sue pagine sembra di ritornare in una cucina, un cantiere, un bar di paese di fine anni Ottanta, quando le vecchie abitudini provavano ancora a resistere al cambiamento, e le generazioni anziane si ostinavano a esercitare il loro esausto potere negando ai figli emancipazione e autonomia.
«Bruno aveva imparato un’unica cosa da sua madre», si legge, «conveniva fare come diceva il vecchio, farlo in fretta e togliersi di torno il prima possibile (…) Gli verrebbe da spingerlo sotto le mensole, il bastardo: mai una volta che sia contento, mai un sorriso, mai una soddisfazione». Poi il cambiamento si impone, portandosi dietro benessere e straniamento, libertà nei costumi (anche sessuali, una novità in Bortoluzzi) e isolamento sociale, linde villette e crimini ambientali, perpetrati ai danni di un territorio ormai abbandonato dall’uomo.
Ma qualcosa resiste, nella natura tenace e nei legami in ciò che resta delle comunità, e qualcosa di nuovo faticosamente germoglia, ed è questo che interessa all’autore: il bosco del titolo, che un tempo era una fonte di reddito e il posto dei misteri, è ancora un luogo salvifico (riecheggiando la lezione di Rigoni Stern), anche se all’incanto si è aggiunto il pericolo, e il beneficio che offre pareggia la fatica di percorrerlo: «Nicholas sente di non farcela più», scrive Bortoluzzi.
«Ha sete, fame, caldo e un’infinità di insetti schifosi che gli camminano addosso»; ma «dentro questi boschi», dice Andrea, «c’è tutto un mondo nascosto: vecchi sentieri, muri a secco, stalle, capitelli, fontane, storie». E l’ambiente aggredito da uno sviluppo dissennato – nella fattispecie un’enorme cava destinata a sventrare la valle – trova in un’inedita alleanza intergenerazionale tra un anziano e animoso muratore del posto, un “foresto” come il sensibile e ostinato compagno di Virginia, e il figlio di lei coi suoi giovani amici, dei difensori capaci di suscitare nuove energie in una comunità traviata dal miraggio dei soldi e fiaccata dal riflusso nel privato. Questa consapevolezza del valore di un bene comune, e in quanto tale da difendere collettivamente, è la dote che portano con sé i tempi nuovi e il messaggio che lasciano queste pagine.
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