La nascita dello Stato totalitario: un secolo fa le “leggi fascistissime” nate all’ombra del Nordest

Dal giurista padovano Alfredo Rocco al tecnocrate veneziano Giuseppe Volpi: come le menti e le istituzioni della regione edificarono la dittatura tra modernizzazione autoritaria e repressione

Filippo Tosatto

A dispetto del furore squadrista e della vocazione eversiva delle camicie nere, la nascita dello Stato totalitario in Italia non coincide con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 né con la successiva formazione del primo governo di coalizione presieduto da Benito Mussolini. Risale, propriamente, ad un secolo fa, quando il corpus di atti normativi denominato “leggi fascistissime” ridisegnò tout court il profilo giuridico del Regno, tracciando un archetipo destinato ad ampia eco internazionale nel corso del Novecento.

Un evento epocale, capace di trasformare la democrazia costituzionale in una dittatura; di sancire l’ingresso (subalterno) nella vita pubblica delle masse escluse dall’élite liberale; di avviare la modernizzazione autoritaria della società.

Un processo inedito dall’esito funesto, misconosciuto dalle correnti storiografiche inclini all’esorcismo più che all’analisi, al quale concorsero, con ruoli primari e alterne fortune, personalità, movimenti e istituzioni del Nordest.

A cominciare dai circoli universitari di Padova, terra promessa di Alfredo Rocco: radicale in gioventù, profeta nazionalista all’ombra del Bo, presidente della Camera, ministro della Giustizia e degli Affari di culto, il giurista è ideatore e artefice della transizione.

Nel regime nascente, corre il 1926, la separazione dei poteri è abolita e il presidente del Consiglio, divenuto “Capo del Governo” con potestà legiferante, risponde non già al Parlamento ma al Re; sciolti i partiti di opposizione, dichiarati illegali tutti i sindacati e le associazioni non fasciste, soppresse la libertà di stampa e le autonomie locali (sindaci e consigli cedono il passo ai podestà di nomina regia), è istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con facoltà di comminare pena di morte e confino. Una “rivoluzione conservatrice”, nella lucida definizione di Rocco, suggellata dal varo dei nuovi codici, penale e processuale (quest’ultimo perdurerà fino al 1989), garanti della “disciplina dell’ineguaglianza” nell’amministrazione della giustizia. Non solo politica istituzionale.

A sancire l’interventismo pubblico in economia, nemesi corporativa e protezionista del laissez faire, è l’imprenditore Giuseppe Volpi, conte di Misurata; presidente di Confindustria e della Biennale, ministro delle Finanze, governatore della Tripolitania, il veneziano tiene a battesimo la Società Adriatica di Elettricità (Sade), promuove la Mostra del Cinema al Lido, è azionista di maggioranza della Compagnia Italiana Grandi Alberghi.

Punto di riferimento dei businessman lagunari (Piero Foscari, Niccolò Papadopoli, Roberto Paganini in primis), il tecnocrate scommette sulla vocazione produttiva del capoluogo e – forte del sostegno del Duce – patrocina la costruzione del porto industriale a Marghera, dotandolo della maggiore centrale termoelettrica nel Paese: un’operazione ambiziosa, largamente sovvenzionata dallo Stato, che calamiterà negli acquitrini risanati le maggiori imprese nazionali ed europee. Né il fascismo veneziano è un monolite.

A simboleggiarne i percorsi incompatibili, due avvocati destinati a carriere divergenti. Giovanni Battista Giuriati, decorato nella Grande Guerra, luogotenente dannunziano nell’impresa di Fiume, più volte ministro, presidente della Camera e del Coni, è un esempio di lealismo inossidabile. Eletto segretario nazionale del Partito, allontana un gran numero di iscritti giudicati “tiepidi” e non esita a contrastare l’Azione cattolica; dopo l’8 Settembre aderisce alla Repubblica di Salò per ricoprire vari incarichi militari, pur declinando la nomina al dicastero dell’Interno.

All’opposto, Piero Marsich, irredentista, fondatore dei Fasci di combattimento nella città d’acqua, dà voce alla minoranza di sinistra “antibolscevica e antiborghese”. Sedicente rivoluzionario, nemico irriducibile del sistema parlamentare, fonda e dirige il giornale Italia Nuova: ostile al “patto di pacificazione” con i socialisti (è lui a capeggiare gli assalti alla roccaforte rossa di Castello), si scaglia nel contempo contro il “pescecanismo capitalista”, denunciando l’ipoteca dei “potenti della finanza” sul movimento. Un’intransigenza che gli aliena il favore del padrino Italo Balbo, condannandolo all’isolamento, prologo all’espulsione dal Pnf e al malinconico ritiro a vita privata.

Nel vicino Friuli, dove la “capitale di guerra” Udine diventa centro d’arruolamento di ex combattenti delusi dalla “vittoria tradita” e sensibili alle sirene revansciste, le lotte bracciantili tra Codroipo e Cervignano innescano la nascita delle prime squadre d’azione, destinate in breve a proliferare, fino a diventare punta di diamante delle spedizioni punitive in terra veneta e in Emilia Romagna. Un fascismo di confine, sì, che nella Venezia Giulia promette la rivincita etnica sul mondo slavo e conquista il ceto medio alternando investimenti pubblici e iniezioni di capitale privato.

A spiccare, nello scacchiere regionale, i grandi lavori di miglioria agricola nella Bassa, il decollo industriale e la pianificazione della città-fabbrica Snia a Torviscosa, l’italianizzazione accelerata e spesso violenta da Gorizia alla Slavia friulana.

Nazionalismo, ruralismo, sedizione, reazione, i tratti originali del dualismo tra nuovo ceto politico e vecchi notabili che ne accompagna le figure d’elezione: il podestà intransigente Pier Arrigo Barnaba, medaglia d’oro al valor militare; il giurista moderato Pier Silverio Leicht, accademico e deputato di Cividale; l’industriale Luigi Spezzotti, liberale pentito, parlamentare e trait d’union tra regime e imprese; il prefetto “normalizzatore” Temistocle Testa, tenace nel reprimere le frange più turbolente; l’avvocato Piero Pisenti, pordenonese d’adozione e capo del Fascio udinese, ministro a Salò, cacciato e riammesso dal partito: “Durante tutto il ventennio ha avuto il coraggio d’una sua illuminata eterodossia” , chioserà Benito Mussolini, il sindacalista rivoluzionario convertito alla causa dei nemici di classe.

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