Ottant'anni di Edoardo Bennato: il primo rocker che ha conquistato l’Italia
Un’eccezione nel panorama italiano diviso fra poesia e impegno politico: il cantautore ha scelto il linguaggio del rock, del blues e della satira. I suoi grandi classici non sono reperti da museo ma parlano al presente

L’ultima volta è stato un ritorno che aveva il sapore della memoria. Il 3 novembre scorso, sul palco del Politeama Rossetti, Edoardo Bennato ha ritrovato Trieste con il tour Sono solo canzonette, quello nato per celebrare i quarantacinque anni del disco che nel 1980 cambiò la storia del rock italiano.
Tra il pubblico c’era chi lo aveva già applaudito nello stesso teatro quasi mezzo secolo prima, quando arrivò in città con i capelli ricci, la chitarra, l’armonica al collo e una manciata di canzoni destinate a diventare classici. Pochi artisti possono raccontare un rapporto così lungo con una città. Ancora meno possono farlo festeggiando ottant’anni, domani, senza che la loro musica sembri appartenere al passato.
Un caso unico in Italia
Bennato è sempre stato un’eccezione nel panorama italiano. Mentre la stagione dei grandi cantautori si divideva fra poesia, impegno politico e confessione intimista, lui sceglieva il linguaggio del rock, del blues e della satira. Si presentava da solo sul palco, con chitarra, armonica e kazoo, costruendo spettacoli che sembravano quelli dei busker londinesi più che dei cantautori italiani. «Sono solo canzonette», ripeteva, ma dietro quella formula si nascondevano alcune delle analisi più lucide sul conformismo, sul potere e sulla manipolazione.
La musica di strada
Nato a Napoli nel 1946, cresce in una famiglia dove la musica è una presenza quotidiana. Con i fratelli Eugenio e Giorgio forma il Trio Bennato, ma la svolta arriva quando decide di trasferirsi prima a Milano e poi a Londra. Nella capitale britannica studia Architettura, si mantiene anche suonando per strada e assorbe la lezione del folk e del rock anglosassone. Racconterà più volte che proprio l’esperienza dei musicisti di strada gli insegnò la lezione più importante: conquistare il pubblico senza filtri, senza effetti speciali, contando soltanto sulle canzoni. Quando torna in Italia, le case discografiche non sanno bene come collocarlo. È troppo rock per il cantautorato tradizionale e troppo cantautore per il rock dell’epoca. I primi dischi – Non farti cadere le braccia, I buoni e i cattivi, La torre di Babele – raccolgono il consenso della critica e di un pubblico sempre più numeroso.
La consacrazione nel 1977
La definitiva consacrazione arriva nel 1977 con Burattino senza fili, che trasforma Pinocchio in una straordinaria metafora dell’Italia contemporanea. Tre anni dopo Bennato compie un’impresa rimasta senza precedenti: pubblica nello stesso anno due album destinati a diventare entrambi bestseller, Uffa! Uffa! e Sono solo canzonette. È il 1980 e il Paese canta Il gatto e la volpe, L’isola che non c’è, Il rock di Capitan Uncino, Viva la mamma. Dietro quelle melodie immediate, però, si nasconde un autore che diffida delle verità assolute e invita il pubblico a non fidarsi dei falsi salvatori. Peter Pan, Capitan Uncino e Pinocchio diventano personaggi politici prima ancora che letterari. Quello è anche l’anno della svolta nei concerti. Bennato decide di portare il rock italiano negli stadi, una scelta che molti giudicano azzardata.
Allo Stadio Friuli a Udine
Il 5 luglio 1980 arriva allo stadio Friuli di Udine, una delle tappe più significative di quel tour entrato nella storia. È uno dei concerti che segnano definitivamente l’ingresso del rock italiano nella dimensione dei grandi eventi. Chi c’era ricorda un Bennato instancabile, capace di passare dall’energia del rock ai momenti più raccolti senza perdere il contatto con il pubblico. Il rapporto con il Friuli Venezia Giulia, però, era nato già prima.
Al Rossetti di Trieste
Nell’aprile del 1979 tiene due concerti al Politeama Rossetti, quando Burattino senza fili è ormai diventato un fenomeno generazionale. Torna nel 1982, con il successo ormai consolidato, e negli anni successivi la sua presenza nella regione diventa una costante, tra festival estivi, piazze e rassegne musicali. Trieste e Udine finiscono così per accompagnare, a intervalli regolari, le diverse stagioni della sua carriera.
Anche quando le sue canzoni dominano le classifiche, non rinuncia a criticare il sistema discografico e il conformismo dello spettacolo. È una posizione che gli costa qualche incomprensione, ma che contribuisce a costruire un’identità artistica rimasta intatta per cinquant’anni. Lo stesso spirito si ritrova nel concerto del 3 novembre 2025 al Rossetti.
Canzoni sempre attuali
Non è una semplice operazione nostalgia. Bennato ripropone i grandi classici senza trasformarli in reperti da museo, dimostrando come L’isola che non c’è, Il gatto e la volpe o Sono solo canzonette continuino a parlare al presente. In sala convivono gli spettatori che lo seguivano negli anni Settanta e ragazzi che quelle canzoni le hanno conosciute grazie ai genitori o alle piattaforme digitali. È la prova di una straordinaria capacità di attraversare le generazioni. La sua forza, del resto, è sempre stata questa. Non inseguire le mode ma restare fedele alla propria idea di musica.
Mentre il mercato cambiava, Bennato continuava a scrivere canzoni che parlavano di libertà, responsabilità individuale e spirito critico. Dietro l’apparente leggerezza delle sue favole si nasconde ancora oggi un invito a diffidare di chi promette soluzioni semplici e felicità immediate.
Ottant’anni dopo la nascita, Edoardo Bennato rimane un caso unico nella musica italiana: il primo vero rocker del nostro Paese, un cantautore capace di riempire gli stadi senza rinunciare all’ironia, un artista che ha fatto della libertà la propria cifra stilistica. E il lungo filo che lega il Rossetti, lo stadio Friuli e le tante piazze del Friuli-Venezia Giulia racconta meglio di qualsiasi celebrazione quanto profondo sia rimasto, dopo quasi mezzo secolo, il rapporto tra il “pirata del rock” e questo territorio.
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