Nuova luce sul Sogno di Giacobbe, dopo un restauro di due anni
Torna al suo posto nell’isola di San Giorgio il celebre dipinto seicentesco di Lefèvre, unica opera veneziana del pittore fiammingo.

Citata da Marco Boschini nella sue Ricche minere della pittura veneziana (1674) quale «opera del virtuoso pennello di Monsù le Fevre, oculato osservatore, e ammiratore del grande Paolo Veronese» rappresenta anche l’unica opera pubblica veneziana del pittore fiammingo seicentesco Valentin Lefèvre. Databile intorno al 1671, imponente nelle misure 4,50 x 2,20 m. “La visione di Giacobbe” raffigura, secondo la Genesi, il sogno di Giacobbe, in fuga dal fratello Esaù, nel momento in cui gli apparve una scala ad unire cielo e terra e dove gli angeli salivano e scendevano in una simbolica ascesa verso la pace, alla presenza di Dio avvolto al vertice in un alone di luce; profezia della benedizione patriarcale e protezione divina sulla discendenza eletta.
Collocato a dodici metri d’altezza sulla volta dello Scalone realizzato da Baldassarre Longhena nel 1653 nell’isola benedettina di san Giorgio, in un tripudio barocco di pittura, scultura e architettura a due ordini, come ha spiegato Renata Codello, segretario generale della Fondazione Giorgio Cini in occasione della riallocazione dell’opera nel luogo originario, si è trattato di “un lavoro lungo, speciale e corale, durato due anni su un dipinto mai prima restaurato - tranne una spolveratura nel 1954 - che, collocato all’aperto, aveva risentito delle condizioni saline tipiche di un ambiente veneziano”.

Già nel 1806 Pietro Edwards, direttore dei laboratori di restauro incaricato dalla Repubblica nelle valutazioni sullo stato dei capolavori d’arte della Serenissima, in una sua relazione ne aveva rilevato lo stato conservativo preoccupante, cui si unì degrado e abbandono del monastero e tutta l’isola a seguito delle soppressioni napoleoniche. Grazie ai fondi del Pnrr e con il supporto della San Marco Group, è stato possibile un intervento di revisione conservativa attraverso una tecnica sperimentale ed innovativa avanzata dal Cnr che dopo una fase diagnostica illustrata dal ricercatore Mauro Missori, ha portato ad un intervento rigorosamente non invasivo (quindi senza prelievo di campioni dall’opera) ma attraverso l’utilizzo di una spettroscopia ottica a distanza, come si usa nel campo dell’astronomia, ovviando all’utilizzo di impalcature; un proiettore luminoso sulla tela ha consentito ad un telescopio (usato a suo tempo anche da Galileo ed illustrato al doge) di raccogliere la luce e attraverso fibre ottiche, indirizzarle ad uno spettrometro collegato ad un computer, per risalire attraverso grafici al rilevamento della composizione chimica, ricavando i materiali dei pigmenti e di conseguenza risalendo alla palette dei colori utilizzati, prima del restauro quasi totalmente scomparsi ed opacizzati.

Come ha spiegato Paolo Roma responsabile del restauro per conto della Seres, si trattava di una grande tela di lino dipinta ad olio, composta di due teli uniti in diagonale che negli anni, a causa della collocazione ha patito un fenomeno di “spanciatura” o cedimento a fronte dei suoi 120 kg che l’hanno deformata, creando una pancia cui si è posto rimedio dopo aver rimosso la vecchia foderatura e creando un nuovo rinforzo strutturale. Nella fase di restauro reso possibile in loco, attraverso indagini riflettografiche sono emerse le lacune dovute a consunzione e abrasione con evidente perdita di colore. Sui bordi sono affiorate invece le crome originali protette dai dieci centimetri di cornice, così ad esempio si è potuto riconoscere il viola più acceso del panneggio della veste dell’angelo in basso a sinistra. Le complesse, delicate, ma rispettose operazioni di restauro hanno consentito di riportare alla luce le cromie originarie, appiattite ed invisibili sotto lo sporco di oltre tre secoli, cogliendo finalmente le torsioni barocche delle figure e persino l’effetto di profondità luministica e di scorcio tipico del sottinsù che prevedeva l’ubicazione del grande telero.

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