Scott Turow: «Questa volta sto con i colpevoli»

L’avvocato-scrittore più famoso d’America in Veneto per “Una Collina di Libri”. Tante cause riaperte? La giustizia fatica ad ammettere l’incertezza dei verdetti»

Costanza Valdina

«Il compito di accusare, giudicare, punire, è sempre esistito. È una delle grandi ruote che girano alla base di tutto ciò che facciamo (…) Mi rivolgo ai giurati. Voi non siete tenuti a dirci perché è accaduto. I moventi degli esseri umani, dopotutto, possono restare chiusi per sempre dentro di loro. Ma voi dovete, almeno, cercare di accertare che cosa è accaduto veramente. Se non potrete farlo, non sapremo se quest’uomo merita di essere liberato o punito. Non sapremo chi è il colpevole. Se non possiamo scoprire la verità, che speranza abbiamo di giustizia?»

Nel 1987, il viceprocuratore Rusty Sabich, uscito dalla penna di Scott Turow, si presenta ai lettori con questo interrogativo. A distanza di trentotto anni, torna tra le pagine del nuovo romanzo “Presunto colpevole” per svelare le ambiguità che si nascondono dietro i contorni netti della legge. E ancora una volta il suo autore, assiduo frequentatore dei tribunali americani da pubblico ministero e avvocato, interroga i suoi lettori se sia possibile accertare la verità. Non ha perso l’occasione di farlo neppure martedì sera a Vittorio Veneto, con il pubblico della rassegna “Una Collina di Libri”.

Nel suo nuovo romanzo, solleva un dilemma morale che accompagna da sempre la storia dell’uomo: il fragile equilibrio tra legame affettivo e giustizia. Fino a che punto si è disposti a difendere chi amiamo?

«Tutti comprendiamo chi afferma che farebbe qualunque cosa per salvare il proprio figlio. E forse potremmo anche giudicare con più severità chi non lo direbbe o non lo farebbe. Questa, tuttavia, è la ragione per cui nessun sistema giudiziario serio permetterebbe ad alcuno di erigersi a giudice di colui che ama».

In “Presunto Innocente” - suo primo libro - aveva affrontato il risentimento degli uomini nei confronti delle donne e della loro capacità di esercitare il potere. Sono stati fatti passi avanti?

«Ci sono stati cambiamenti, soprattutto perché oggi molte più donne occupano posizioni di potere. Ma la verità è che, negli Stati Uniti, Donald Trump nel 2024 è riuscito a incanalare efficacemente il risentimento verso le donne provato da molti giovani uomini, convinti che godano di vantaggi che a loro vengono negati».

Ha raccontato di aver scritto il suo primo romanzo durante i viaggi in treno che faceva ogni giorno da pendolare verso il tribunale. Ha portato avanti questa abitudine? E che cosa l’ha spinta, allora, a iniziare a scrivere?

«Ho sempre sognato, fin da bambino, di diventare romanziere. Sono stato prima di tutto uno scrittore, poi ho frequentato la facoltà di legge, promettendomi di continuare a scrivere. L’unico momento libero era il viaggio del mattino sul treno pendolare — e sì, lo faccio ancora. Ho scritto anche in aereo, da Miami a Roma e poi da Roma a Venezia. Riesco a concentrarmi quasi ovunque: è una grande fortuna».

Com’è nato Rusty Sabich?

«Rusty è il risultato di molte influenze, a partire da un mio superiore nell’ufficio del procuratore di Boston, che era al tempo stesso avvocato e poeta. Devo ammettere che la voce di Rusty è la più vicina alla mia tra tutti i personaggi che ho creato. Tornare a lui, nonostante il passare del tempo e i cambiamenti che ne sono derivati, è stato un processo naturale, quasi istintivo».

In Italia, non di rado, i casi giudiziari vengono riaperti anche a distanza di molti anni. La giustizia riesce davvero a scrivere la parola fine?

«Nella maggior parte dei casi, ma non in tutti — come dimostra questa domanda. I sistemi giudiziari faticano ad ammettere l’incertezza dei propri verdetti perché le conseguenze di quelle decisioni sono spesso drammatiche».

Perché molti americani continuano a sostenere la pena di morte?

«Il sostegno alla pena di morte è diminuito notevolmente negli Stati Uniti. Oggi non gode più dell’appoggio della maggioranza degli indipendenti e dei democratici. Il gran numero di persone scagionate dopo essere state condannate a morte probabilmente ha inciso molto su questo cambiamento».

Non ha mai nascosto le sue riserve nei confronti della politica trumpiana. Con l’elezione di Mandami si aspetta un cambio di rotta negli Stati Uniti?

«L’elezione di Mandami rappresenta New York City, ma New York City non rappresenta l’intero paese. D’altronde una città in cui la maggior parte delle persone non guida non è tipica né rappresentativa degli Stati Uniti. Tuttavia, credo i democratici debbano mantenere un fronte ampio, capace di accogliere tutti coloro che si oppongono al trumpismo. Se iniziano a demonizzarsi a vicenda per divergenze su singole politiche finiranno per spianare la strada ai sostenitori di Trump».

Ha detto che non è più certo che i giovani europei guardino ancora agli Stati Uniti come modello da seguire. Come si spiega questo disincanto verso l’America?

«Credo che Trump abbia fatto molto per danneggiare l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. La sua versione di America First mette tutti gli altri all’ultimo posto. E come si può rispettare qualcuno che afferma apertamente “A dire il vero, non mi importa nulla di voi”?». —

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