Rafa, un’epopea di tennis: il fenomeno Nadal su Netflix
Una serie che non racconta solo la straordinaria carriera di Nadal, ma inquadra un’epoca: la rivalità con Federer e Djokovic al culmine di quel “brutal tennis” iper-atletico, potente e longevo che Rafa ha incarnato meglio di chiunque altro

Roland Garros e Rafael Nadal: un binomio inscindibile con quelle clamorose 14 vittorie conquistate dal tennista spagnolo, ritiratosi nel 2024. Forse il più grande giocatore di tutti i tempi sulla terra rossa, la superficie che Agassi chiamava, con un certo disprezzo, il “fango”. Al tennista di Manacor Netflix ha dedicato Rafa, miniserie in quattro episodi diretta da Zach Heinzerling, rilasciata lo scorso 29 maggio, proprio durante il secondo Slam della stagione che, oggi, incoronerà il suo nuovo re.
Una serie che non racconta solo la straordinaria carriera di Nadal, ma inquadra un’epoca: la rivalità con Federer e Djokovic al culmine di quel “brutal tennis” iper-atletico, potente e longevo che Rafa ha incarnato meglio di chiunque altro.
Con quel suo gioco muscolare, capace di convivere con il dolore per vent’anni. Perché Nadal, fenomeno sin da bambino, allenato dallo zio Toni da quando aveva solo tre anni, è stato il numero uno al mondo pur soffrendo di una rara sindrome degenerativa del piede che lo ha costretto a giocare con plantari speciali.
Le ripercussioni di questa patologia sul ginocchio hanno portato il tennista ad assumere, anche in modo incontrollato, antidolorifici e antinfiammatori che gli hanno causato due perforazioni dell’intestino.
In questo sufrimiento Nadal ha trovato la propria forza: una lotta quotidiana contro i limiti impostigli dal proprio corpo: un tennista assennato e realista, con i suoi problemi, non sarebbe nemmeno sceso in campo ma lo spagnolo si è comportato come il celebre calabrone di Einstein, la cui struttura non è adatta al volo, «ma lui non lo sa e vola lo stesso». E Nadal non ha solo volato: si è spinto fino alla stratosfera degli dei del tennis e ha trionfato, è caduto e si è risollevato.
Sempre in bilico tra vittoria e ritiro, resistenza e resa che non c’è mai stata, perché anche quando ha appeso la racchetta al chiodo, Nadal ha detto: «Devo ritirarmi», ben diverso dal «Voglio». Mentre al montaggio si alternano i frammenti dell’ultimo anno di carriera, gli esordi, l’ascesa, le visite mediche, il tellurico ingresso di Nole nella sua vita sportiva, l’avvento di Moya nel team, la serie entra discretamente anche nella quotidianità che scopre un uomo timido (vissuto in casa con i genitori fino a 30 anni), innamorato sempre di Xisca e tenero con il piccolo Rafael nato nel 2022. E, infine, la cerimonia d’addio proprio a Parigi, tra lacrime e quell’impronta indelebile sul Philippe Chatrier, il campo che stasera celebrerà un nuovo campione. Anche se quello immortale di Roland Garros sarà sempre e solo Rafa.
Riproduzione riservata © il Nord Est








