L’odore del mare, di Elena Vesnaver: il racconto finalista del premio Scerbanenco

Riccardo Simonisek sa chi ha ucciso il cuoco Sirch ma tace. Il racconto di una Trieste ruvida in cui la giustizia prende strade inaspettate. Sabato 5 settembre verrà decretato il vincitore nella serata conclusiva del festival LignanoNoir

Elena Vesnaver

«Mi no c’entro. No so gnente, mi!».

Il funzionario di polizia Carlo Krainer guardò il ragazzo spaventato che gli stava davanti. Aveva le mani legate dietro alla schiena e la faccia coperta di lividi.

«Costantini!», chiamò e una guardia si precipitò nel piccolo ufficio. «Chi ha ridotto il ragazzo in questo stato? Lo sapete tutti che non tollero simili comportamenti».

«Ce lo hanno consegnato così quelli del “Thalia”, signore», si giustificò l’uomo, «e se non glielo portavamo via dalle mani in fretta, lo ammazzano, ‘ste bestie».

Krainer guardò di nuovo il ragazzo che fece un cenno di assenso.

«Va bene, allora vai. E apri, che si soffoca, qui».

Costantini spalancò la finestra e Krainer apprezzò l’aria fresca che smosse le carte sul suo tavolo, e i rumori della vita che scorreva, quella mattina di fine marzo, lungo i marciapiedi di via Tigor.

«Mi no so gnente», ripeté il ragazzo, piantando addosso a Carlo un paio di occhi cupi e decisi e cercando istintivamente di liberare i polsi.

«Potrei scioglierti, ma non farai stupidaggini, eh? Non mi vorrei pentire».

«No, giuro».

Tolse le catene al giovane, poi gli porse un bicchiere d’acqua che l’altro bevve avidamente e visto che non sembrava avere brutte intenzioni, Krainer prese un foglio di carta e intinse la penna nell’inchiostro.

«Come ti chiami?».

«Riccardo Simonisek».

«Quando sei nato?».

«No so».

«Ma quanti anni hai?», si spazientì Carlo, «Questo lo saprai, no?».

«Diciasete, penso», rispose Riccardo aggrottando la fronte.

«Facciamo nato nel 1882, circa. Lavori?».

«Meno che posso».

Il ragazzo si era messo a ridere e Carlo fu tentato di fare lo stesso, tanto il volto tumefatto di Riccardo sprizzava ora allegria; però quello era un vagabondo, era feccia, li conosceva quelli come lui, baruffe e furti pur di sopravvivere, gatti orfani, gatti del porto, pantigane, pronti a tutto per veder spuntare un giorno in più.

«Va bene, ho capito», sospirò Carlo, «allora spiegami perché hai deciso di imbarcarti sul “Thalia”, sulle navi si lavora duro e non mi pare il tuo genere».

«Qualche volta la fame fa far monade, però andar in giro me piasi, sul mar, po’, no xe gnente de più bel, del mar».

Il ragazzo si illuminava tutto parlando del mare, invece a Carlo il mare, non diceva granché; c’era, stava lì, ogni tanto ci passeggiava accanto, ma non gli piaceva l’odore, soprattutto quando stava per arrivare la pioggia, non gli piaceva come non gli piaceva la bora, in quella città che sapeva essere scura e triste per un uomo che viveva solo.

Si riscosse sotto lo sguardo stupito e curioso di Riccardo. Aveva begli occhi, il ragazzo, di un blu fondo e tempestoso, come il mare, proprio, il mare nei giorni di burrasca, quando lui si chiudeva nelle sue due stanze e ascoltava quel maledetto vento che gli riempiva il cuore di rimpianti e abbandono.

«Insomma, ti sei fatto prendere a bordo come mozzo».

Il ragazzo rise di nuovo, una risata di gola, piena, appena un poco rauca, che a Krainer parve innocente e beffarda nello stesso tempo.

«Tropa fadiga! Me so rampigar meio de tanti, ma andar su e zò come che comanda i graduati, no».

«Chi?».

«I graduati, i ufficiali. A mi no me comanda nissun».

«Per questo ammazzi la gente», lo provocò Krainer.

«Mi no gò copà nissun!».

Il ragazzo era balzato in piedi e aveva dato una gran manata sul tavolo.

«Mi rubo e non me tiro indrìo se xe de dar due pugni, ma basta!».

«Tutto a posto?».

La guardia era apparsa sulla porta e guardava il ragazzo con sospetto.

«Nessun problema, Costantini, Simonisek mi illustrava le sue ragioni».

L’altro rimase ancora un istante sulla soglia, poi si ritirò, scuotendo la testa. Costantini stimava i suoi metodi troppo liberali.

«Bene», riprese, riportando lo sguardo sul ragazzo, «non sei stato tu perché non prendi la gente a coltellate. Ma un coltello ce l’hai».

«Come tuti», borbottò Riccardo, mettendosi di nuovo a sedere.

«Io no».

«E fè mal, un cortel servi sempre».

Carlo si massaggiò il collo indolenzito. Il ragazzo era stancante, attraente e stancante.

«Mozzo, no, e allora dove stavi?».

«In cusina».

Diavolo di un ragazzo, quel diavolo di un monello impudente.

«Certo», riprese Carlo, «al massimo ti fanno pelare patate e c’è sempre la possibilità di rubare qualcosa di buono».

Il lampo astuto negli occhi di Riccardo fece diventare attento Krainer. Il ragazzo sapeva un sacco di cose, dell’omicidio e non solo, ma non voleva dirle, non subito, almeno, era troppo intelligente per dare in pasto la verità senza un tornaconto.

Decise di fare con calma.

«Hai fame?», chiese.

«Eh, insoma…».

«Costantini!».

Costantini sembrò deluso di trovare i due seduti pacificamente uno di qua e uno di là della scrivania, avrebbe preferito dover prendere per il collo quel piccolo delinquente e sbatterlo nel buco che si meritava.

«Il ragazzo ha fame e pure io. C’è una trattoria qui sotto, vai a prendere qualcosa».

Costantini avrebbe ribattuto, ma era abituato a obbedire anche se avrebbe tanto voluto protestare, che il ragazzo era un sospetto, di certo era colpevole e se non lo era stavolta, lo sarebbe stato la prossima. Queste erano le cose che pensava, ma tacque e sparì.

«Mentre aspettiamo, raccontami le chiacchiere della cucina».

«Robe de marineri», si schermì Riccardo. «Soldi, giogo, putane…».

«E il Sirch, la vittima, di cosa parlava?».

«El cogo parlava de babe, di donne, le rivava fin soto la barca a ciamarlo».

Krainer aveva visto il morto, doveva essere stato un bell’uomo, alto e biondo. Era riuscito anche a notare gli occhi verdi, spalancati sulla morte, prima che il medico glieli chiudesse pietoso, sì, Vittorio Sirch, cuoco a bordo del “Thalia”, era stato un uomo che poteva piacere alle donne.

«Non mi bevo la storia della gelosia».

Costantini scelse quel momento per entrare con un piatto di ragguardevoli dimensioni e un fiasco.

«Sai cosa penso? Penso che se, e ripeto, se, non sei stato tu, penso che tu sappia molto di più di quello che stai cercando di darmi a bere».

Costantini fece un altro passo avanti e Carlo si accorse finalmente di lui.

«Magari quando ti sarà passata la fame ti tornerà in mente la storia. Quella giusta».

Nel frattempo la guardia aveva appoggiato piatto e bottiglia sulla scrivania e stava andandosene.

«Non hai fame, Costantini? Potresti farci compagnia».

Costantini guardò Krainer come se gli avesse ordinato di camminare sulle acque e dopo uno scandalizzato cenno di diniego, batté in ritirata.

«Buon soggetto», mormorò fra sé Carlo, «disciplinato, obbediente, ma noioso, noioso senza speranza. Be’, vediamo cosa ha portato».

«Gamberi!», esclamò Riccardo. «Propio la roba più bona».

Senza aspettare, ne afferrò uno, gli staccò la testa e iniziò a succhiarla felice.

«Mangi la testa? A me fa schifo».

«Scherzè? Xe el meio, el più bon» e dopo aver divorato il primo, ne prese un altro.

Carlo fissava affascinato le dita lunghe e abbronzate che toglievano rapide la scorza, si ficcavano nella testa come se dovessero cercare chissà quali tesori e portavano alla bocca la polpa bianca, appena venata di un rosso spento. Quasi guidato da una forza estranea, spinse da parte coltello e forchetta e allungò la mano verso il piatto.

«Nela testa se senti el mar, le alghe, el marzo del porto, lo respirè, lo gavè dentro. Quando che son stufo de sta vita stupida, mi vado per mar per sentirmelo ‘doso quel odor, quel marzo, quel salso, per quel me son imbarcà sul “Thalia”, no per magnar chissà cossa, o per copar el cogo, anche se el iera un porco».

Il ragazzo aveva ragione, nella testa si sentivano le alghe e il marciume del mare fermo. Carlo respirò l’odore e, improvviso e sconosciuto, il desiderio lo soffocò, anche se non aveva idea di cosa avesse voglia e cosa fosse quella specie di nostalgia che lo travolse. Prese un altro gambero e gli aprì la testa.

«Tu sai chi è stato».

Riccardo si versò un bicchiere di vino bianco, Carlo ne aveva già bevuto un sorso e sapeva che era freddo, secco e crudele, non come la voce del ragazzo, che era diventata calda e ipnotica.

«No so, mi gò tanta fantasia, sogno sempre, anche l’altro giorno».

«Raccontami il tuo sogno».

«Iera una bela dona, nel mio sogno, coi cavei de fogo e i oci neri, no, no una putela, una dona fata, bela, forte, che no so come che la xe rivada a bordo, ma la se ga piantà davanti al cogo e la ghe ga dito che se iera per ela, no ghe interessava, ma la creatura no, no el gavessi dovù tocarla e adeso che la spetava, cossa el pensava de far?», Riccardo vuotò il bicchiere e lo riempì di nuovo. «Me son fato mare e fia, ga ridù quel smàfero, dime mona e la bela dona ga ciolto el cortel del tavolo e la ghe ga dà la prima cortelada e dopo la ga finì el lavor».

«Non è un bel sogno», mormorò Carlo.

«No se ghe comanda ai sogni».

Krainer si asciugò le dita con il fazzoletto.

«Vai via».

Il ragazzo lo guardò stupito.

«E le robe che gò contà?».

«Era un sogno, no? I sogni non valgono niente».

Riccardo sorrise, un sorriso che illuminò la stanza e fece male al cuore di Carlo, poi si voltò e fuggì via, come uno di quei gabbiani sempre in fuga.

«Ma lo lasciate andare?».

La guardia si era precipitata dentro, un’espressione sgomenta sulla faccia.

«Non è mica lui l’assassino», sospirò Krainer.

«E allora, chi?».

«Andiamo, Costantini, quanti assassini restano impuniti? Uno più, uno meno. E sparecchia e chiudi la finestra, che si è alzato il vento», concluse, con un’occhiata offesa a tutto quello che stava fuori.

Riccardo chiuse gli occhi e lasciò che il maestrale gli scompigliasse i capelli. Il sole gli accarezzava tiepido la pelle raffreddata dallo stare troppo in quell’ufficio che puzzava di chiuso e dalla paura, non per sé, lui se la cavava sempre, ma per la donna con i capelli rossi che, in fondo, non aveva fatto altro che vendicare il suo onore e poi, chi avrebbe rimpianto il cuoco? Nessuno, neppure a bordo, visto che cucinava male e rubava.

Sarebbe sceso al porto, ora, magari c’era un’altra nave, o un pescatore che aveva bisogno, lui trovava sempre qualcosa, sempre.

Trieste, per quelli come lui, gabbiani senza pace, aveva un sorriso speciale. Sempre.

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