
Il riscatto, di Paolo Botti: il racconto finalista del premio Scerbanenco
320 passi verso casa, tre rapitori e una borsa verde: la storia d'ordine, abusi e giustizia inaspettata sulle sponde del Tagliamento. Sabato 5 settembre verrà decretato il vincitore nella serata conclusiva del festival LignanoNoir
A Luca piace che le cose seguano un ordine preciso, soprattutto se si tratta di numeri.
La campanella d’uscita dalla scuola, per esempio, doveva suonare alle dodici e trenta, ma sono già le dodici e trentuno e ancora non si è sentita. Il suo orologio va bene, perché lo mette sempre in punto con l’ora esatta della televisione, e allora perché la campanella non suona?
La maestra non sembra essersi accorta del ritardo. Lui sì, invece, e batte il piede sotto il banco al ritmo dei secondi che passano.
Il trillo arriva alle dodici e trentadue.
I suoi compagni escono di corsa e si spargono nel cortile della scuola. Lui non corre, invece. Deve contare. Da scuola al cancello di casa sono trecentoventi passi. Se si accorge che ne sta facendo di più, allunga quelli dopo. Se ne sta facendo meno, li accorcia. L’importante è che siano trecentoventi, altrimenti si rovina la giornata. Di solito li conta a mente, ma qualche volta gli scappa un numero a voce alta.
Uno.
Al cinquantatré attraversa la strada. Il vento che arriva dal mare gli apre la giacca e sa di alghe e sale. Cammina più in fretta del solito per arrivare a casa puntuale alle dodici e quarantadue.
Quando arriva alla fontana dice centoventi. È un errore. Non si è accorto di avere dietro Sandro e i suoi due amici. Sandro è uno dell’altra quinta che lo prende in giro perché a volte parla da solo. La sua voce non tarda ad arrivare.
«Lo scemo dà i numeri» grida. Gli altri sghignazzano.
Luca resta serio. Lui non dà i numeri, li dice. Poi Sandro e i suoi amici gli si parano davanti. Luca smette di contare e guarda la macchina bianca parcheggiata poco più avanti, come se loro non ci fossero. Sandro gli si avvicina.
«Vuoi prenderle, Trentatré?» gli chiede. Lo chiama così da quando, una volta, l’ha sentito dire quel numero per strada. «O te la fai sotto dalla fifa?»
A Luca le offese non danno fastidio, e farsela sotto non significa nulla. È quando lo toccano o gli urlano in faccia che proprio non lo sopporta.
Sandro gli dà una spinta.
Luca barcolla all’indietro, poi lascia cadere la cartella, chiude la mano destra a pugno e lo colpisce sulla bocca. Sandro sgrana gli occhi e arretra finendo contro gli altri due. Una donna bionda che Luca non conosce si mette in mezzo. Porta un profumo che sa di vaniglia.
«Cosa state facendo?» dice. «Lasciatelo in pace.»
Sandro si tocca la bocca e guarda il sangue sulle dita. Gli altri due lo tirano via. Mentre si allontana borbotta: «Tanto ti becco.»
Luca non lo ascolta più e richiama dalla memoria il conto dei passi.
«Vieni che ti porto a casa» gli dice la donna. C’è anche un uomo dai capelli rossi con lei. Luca scuote la testa. I suoi genitori lo lasciano andare a scuola da solo perché casa è vicina. E poi quei due mica li conosce. Mentre si china per raccogliere la cartella, l’uomo lo afferra da dietro e lo trascina verso la macchina bianca, una Fiat 131 Mirafiori. Lui grida, scalcia, agita le braccia. Ma l’uomo è troppo forte e lo spinge sul sedile posteriore. La donna sale dall’altra parte e gli preme un panno sulla bocca. Luca sente un odore dolciastro e nauseante. Tenta di spostare la faccia, ma l’uomo lo tiene fermo e la donna aumenta la pressione. Prima che gli occhi gli si chiudano pensa alla cartella lasciata sul marciapiede.
Papà si arrabbierà.
Luca si sveglia sdraiato su un divano in un posto che non conosce. L’uomo e la donna gli dicono qualcosa, ma le parole gli si accatastano nella testa, senza trovare collocazione. A un certo punto non resiste più. Mette la testa tra le mani, scivola giù dal divano e si rannicchia in un angolo, con la fronte sulle ginocchia. Poi comincia a gemere e dondolare. La donna lo segue e si china su di lui, urlandogli di tornare sul divano. Luca si alza di scatto e le dà una testata nella pancia, cercando poi di sfuggirle. Allora lo trascinano sul divano, gli legano mani e piedi e gli mettono uno straccio in bocca. Lui si contorce e mugola finché è troppo sfinito per continuare.
Dalla finestra si vede un pezzo di cielo, della campagna e degli alberi che stanno mettendo le foglie. Vorrebbe tornare a casa dalla mamma. Non dovrebbe essere qui.
Si sforza di ricreare una forma di ordine contando le fughe delle piastrelle del pavimento quando un altro uomo spalanca la porta. È alto e scuro di capelli. Luca pensa che chiamerà quei tre Rosso, Chiara e Bruno per via del colore dei loro capelli.
«Siete due deficienti» dice Bruno. «Ma che razza di informazioni avete raccolto sul bambino e la sua famiglia?»
Rosso e Chiara sono seduti al tavolo e lo guardano senza capire.
«Perché?» chiede Chiara, tirando una boccata da una sigaretta.
«Sua madre mi ha detto che è malato, idiota.»
«E cos’ha?» salta su Rosso.
Bruno leva la giacca e l’appende all’attaccapanni. Ha una pistola infilata nella cintura dei pantaloni.
«Una malattia della testa» dice.
«Strano è strano» dice Rosso.
«A me sembra che stia benissimo, invece» interviene Chiara. «Dicci del riscatto, piuttosto.»
«Tu fuma e stai zitta che è meglio. Del riscatto vi dirò dopo.»
Poi nota Luca legato sul divano.
«Che cazzo gli avete fatto?» chiede mentre gli si avvicina.
«Non stava fermo» dice Rosso.
«A me ha dato una testata» dice Chiara.
Bruno scuote il capo e toglie lo straccio dalla bocca di Luca, poi gli scioglie i nodi.
«Adesso ti diamo da mangiare. D’accordo?»
Luca pensa che dire di sì sia la cosa giusta da fare. Al sabato mangia sempre la pasta corta al burro e la sogliola.
«Va’ a sederti al tavolo» gli dice Bruno.
«Sì, dai, mettiti comodo» sbuffa Chiara. «Tanto ci pensiamo noi a servirti.»
Bruno si gira verso di lei e la zittisce con lo sguardo.
«Sbrigati a preparargli qualcosa invece di dare fiato alla bocca» dice, avviandosi verso il bagno.
Chiara gli mostra il dito medio, ma si alza e va in cucina. Torna con pane, salame e un tovagliolo viola. Luca guarda ciò che ha davanti e riprende ad agitarsi e a gemere. Questo non è il pranzo del sabato. E il viola gli ricorda il funerale del nonno e non gli piace.
«Che fai, non mangi?» gli chiede Rosso.
«E mangia, su» lo sprona Chiara, costringendolo a inghiottire un boccone di pane e salame. Il cibo però gli va di traverso e Luca comincia a tossire, poi vomita quel poco che ha nello stomaco.
Chiara lo lascia subito andare.
«Che schifo» dice.
Richiamato dal trambusto, Bruno si precipita fuori dal bagno.
«Prima mi sono sbagliato su di voi. A chiamarvi deficienti si offendono i deficienti.» Poi si rivolge a Luca. «Vieni che andiamo a cambiarti. Ti do una mia camicia. Fa lo stesso se ti va grande.»
Luca lo segue. Bruno gli sembra diverso dagli altri due. Non urla e non lo maltratta. Forse può fidarsi di lui. Un poco, almeno. Si lascia sfilare il grembiule di scuola senza ribellarsi.
«Dobbiamo togliere anche la maglia sotto» dice Bruno. «Ci riesci da solo?»
Luca annuisce.
«Bene. Allora toglila che io vado a prenderti la camicia. Poi laveremo la roba sporca.»
Luca leva anche la maglia e rimane a torso nudo davanti al lavandino. Nello specchio vede appena la faccia. Ha un po’ di vomito secco attorno alle labbra e i capelli spettinati. Quando Bruno torna si ferma sulla soglia del bagno a fissargli la schiena.
«Chi ti ha fatto quei lividi?» gli chiede. «Quei due di là?»
Luca fa segno di no e abbassa il capo.
«È stato il bambino con cui ti sei azzuffato all’uscita da scuola?»
Luca scuote ancora la testa.
Bruno fa per dire qualcos’altro, ma le parole gli si spengono in bocca. Gli infila la camicia.
Il rubinetto perde. Senza alzare lo sguardo, Luca comincia a contare le gocce.
Sono le undici di sera e sono passate cinquantasei ore e quaranta minuti da quando si è risvegliato qui. Non ha sonno. Bruno è uscito per andare a ritirare il riscatto da papà, mentre Rosso e Chiara sono seduti al tavolo e parlano del luogo della consegna: una piazzola di ghiaino dopo la vecchia caserma della Finanza, verso la foce del Tagliamento. Luca non ha ben chiaro cosa sia un riscatto. Ha solo capito che si tratta di soldi. I soldi li sa contare e sa che sono importanti. Sa anche che papà se la prenderà con lui per aver dovuto pagare il riscatto.
Quando Bruno ritorna ha con sé una borsa verde che appoggia sul tavolo. Rosso e Chiara si alzano e gli si fanno attorno. Tentano di afferrare la borsa, ma Bruno la tira indietro.
«Al tempo» dice.
«È andato tutto bene?» chiede Rosso.
«Benissimo.»
«Ti ha seguito qualcuno?» chiede ancora Rosso.
«Nessuno.»
«E allora cosa aspettiamo?» dice Chiara. «Facciamo le parti e sbarazziamoci del bambino.»
«Che nessuno di voi due si azzardi a toccarlo» ringhia Bruno, impugnando la pistola che tiene sotto la giacca.
«Va bene… non c’è bisogno di scaldarsi» dice Rosso. «Il piano prevedeva che…»
«Il piano è cambiato» replica Bruno. Poi spinge la borsa verso di loro. «Prendetevi tutto e sparite. Non vi voglio più vedere.»
Rosso e Chiara lo guardano senza capire.
«Ma…» tenta di dire Rosso.
«Niente ma» taglia corto Bruno. «Cosa non vi è chiaro nel concetto che dovete sparire?»
Poi dice a Luca di seguirlo in camera da letto.
Il mattino seguente Rosso e Chiara non ci sono più. Luca non li ha sentiti andarsene, ma evidentemente devono averlo fatto.
«Vuoi qualcosa per colazione?» gli chiede Bruno. Lui dice subito di no, ma poi accetta alcuni biscotti. Li mangia seduto dritto sul divano. Intanto Bruno accende la radio e dice:
«Andiamo a lavarci che poi ti accompagno vicino a casa.»
Casa? Luca ha voglia di tornarci, di rivedere la mamma. Non papà, però.
Segue Bruno in bagno. Lui si sta sbottonando la camicia.
«Mi lavo prima io» dice.
Luca annuisce. La voce dalla radio arriva soffusa: Questa mattina è stato ritrovato alla foce del Tagliamento il corpo del noto immobiliarista Giulio Rinaldi, ucciso da un colpo di pistola…
Papà? Ucciso? Luca non prova dolore, ma soltanto un gran senso di liberazione. Niente più botte. Niente più cinghiate perché non obbedisce. Solo lui e la mamma. Stavolta sarà bello tornare a casa.
Bruno leva la camicia e si sfila la maglia. Rimane a torso nudo. Luca vede sulla sua schiena delle vecchie cicatrici.
Comincia a contarle.
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