
Di una volta, di Raffaele Serafini: il racconto finalista del premio Scerbanenco
Il profumo di una maglietta, la sabbia e un dettaglio fatale nel racconto: l'intenso noir che svela il lato oscuro delle notti estive. Sabato 5 settembre verrà decretato il vincitore nella serata conclusiva del festival LignanoNoir
Lo sai vero, che una domanda così banale richiede una risposta complessa.
Ma forse è così per tutte le domande, no? Comunque… abbiamo tempo.
E poi la risposta comincia proprio con un luogo comune, sai?
Una banalità tremenda.
Ti pare? Trent’anni e passa che non lo vedo e lui mi saluta con questa frase fatta, ridicola. Io allargo le braccia e gli do ragione, ovvio: Lignano non è più quella di una volta.
E nemmeno lui, se parte così.
Perché non serve essere uno tra i migliori poliziotti del Paese per accorgersene, e soprattutto non serve dirlo. Eravamo magri e belli e stupidi e dormivamo ubriachi e vomitati in spiaggia davanti al Kursaal, dopo il Mokambo, sognando di esami che non avremmo passato.
Lui si ricorda quella Lignano lì!
Adesso, se lo fai, ti sputtanano sui social, hai perso un rene per la caraffa di gin tonic, ti cacciano dai lettini con una multa e se provi a tornare a piedi… ci rimetti pure la patente.
E comunque, gli esami, lui li passava lo stesso.
Perché il Colo, Colautti, era così. Intelligente, scrupoloso, onesto… il migliore in tante cose. Non mi stupisce che abbia fatto carriera nella giudiziaria. E ti giuro che mi ha fatto strano vederlo in quelle condizioni, quando è sceso dalla corriera: valigia e pancia da vecchio, giacca stropicciata, capelli grigi in ordine scarso, camicia pezzata. Ammetto che un po’ ci ho goduto… cioè, guardami: anche vestito così, me ne daresti più di cinquanta?
Lui invece sembrava mio nonno.
All’inizio mi aveva fatto davvero piacere ospitarlo. Doveva ancora ripulire la vecchia casa dei suoi, i bagagli e i mobili sarebbero arrivati dopo qualche giorno... E poi ero curioso di sapere del trasferimento, del suo lavoro, di tutti questi anni lontano dal Friuli… Ma alle sette della mattina seguente già me n‘ero pentito.
Lo tirano giù dal divano con una telefonata e la sua faccia scurisce e mi preoccupa.
Si scuote la sabbia dai piedi nudi, mentre cammina su e giù e ascolta assorto; poi comincia a vestirsi e borbottare.
Il Colo non è uno che bestemmia, ma era come se.
Mi chiede se può usare la mia maglietta sotto la divisa, ma gli dico di poggiarla, ché ho ballato tutta sera e puzza. Lui annusa e fa la faccia schifata. Sono appena rientrato, gli dico, sai com’è… venerdì sera, Lignano...
E così gli faccio il caffè.
Hai ancora le tazze dei Peanuts? mi fa. E io mi ricordo che me le ha regalate lui, nel secolo scorso, per quello Snoopy stanco e disteso che dice No, not today…
Rughe a parte, quel giorno avevamo proprio quella faccia.
Certe cose non cambiano.
Poi da lì sparisce e lo rivedo solo a sera, ma scopro ben presto perché.
Ne parlano tutti. Dai notiziari locali ai miei gruppi Whatsapp.
Hanno trovato una ragazzina morta, davanti all’ufficio spiaggia 8, sopra un lettino, probabilmente strafatta. L’ha trovata il bagnino, prestissimo, mentre un maranza la stava palpeggiando, o almeno così han detto al TG nazionale. Sai com’è, no… I giovani, gli immigrati, le droghe e bla bla bla.
Io smanio per sapere qualcosa in più e comincio a fare domande al Colo, mentre ceniamo.
Dice che il caso è suo e non è così semplice da gestire. Maledisce quel primo giorno di lavoro. Te lo avevo detto che Lignano non è quella di una volta, mi fa, come arrivo mi becco un morto. Dice che non ha voglia di parlare, ma poi senza che io insista, comincia a raccontare.
Si chiama Emma, quasi maggiorenne. Era con due amiche a far serata in un baretto del lungomare, poi non si è sentita bene. Una delle due l’ha accompagnata in spiaggia a prendere aria e l’ha lasciata su una sdraio, poi è tornata a ballare con l’altra, tenendosi la sua borsetta per precauzione. Mi dice che le hanno già sentite, queste due. Avevano bevuto parecchio, roba offerta, non sanno cosa e quanta. Qualche canna anche. Si sono perse via senza accorgersi dell’ora, dicono, fino a chiusura. Ti rendi conto? mi fa. Se ne sono dimenticate. Quando son tornate a cercarla, lei non c’era, ma è probabile che abbiano sbagliato lettino o non l’abbiano vista. Così hanno pensato fosse tornata in appartamento da sola e sono andate a far colazione. Quando gli è stato raccontato l’accaduto si sono messe a piangere. Qualche minuto di disperazione e poi… attaccate ai social.
Così gli chiedo se sanno di cosa è morta e lo vedo che comincia a piangere. Capisci? Tu pensi ai poliziotti duri e col pelo sullo stomaco e questo qua, che ne avrà viste di ogni, piange per una ragazzetta che, in qualche modo, se l’era cercata. Il fatto è che il Colo era sensibile, troppo. Ed è rimasto uguale. Allora tiro fuori una bottiglia di vino, ma lui preferisce un caffè.
Per arresto cardiaco, mi fa. O forse soffocata dal vomito.
E singhiozza ancora, mentre lo dice.
Lo chiarirà l’autopsia, ma una cosa la sanno già: l’ex fidanzato, Luca qualcosa, le ha dato il GHB. E come lo sapete? gli chiedo. Mi dice che non è come nei film, i tabulati sono un po’ una cazzata. Si sono fatti sbloccare il cellulare dalle amiche e hanno letto un po’ di chat. Pensavo non si potesse fare, gli dico. Non è illegale? Ma lui mi fa un gesto con la mano come se mandasse via una mosca. Avevano scoperto che la ragazza usciva dal solito rapporto tossico: insulti, minacce, piagnistei. Poi lui che rinsavisce e la invita a bere un aperitivo prima della serata, per chiuderla in buone, scrive. Lei accetta. Così lo convocano in Questura e quello racconta tutto, senza nemmeno che glielo chiedano. Sai, mi fa il Colo, lo dice per giustificarsi, come se non fosse una cosa grave. L’ha comprata su Telegram, quella roba, gliel’ha ficcata nello spritz e se n’è andato per i cazzi suoi.
Volevo solo rovinarle la serata, dice.
Capisci, mi fa. Ha detto proprio così, come se fosse una cosa da nulla. Comunque è stato al Charlie, per davvero... Non ci sono nemmeno gli estremi per un fermo.
Quindi potrebbe essere un malore? chiedo. E lui mi guarda in un modo che mi buca la faccia. Ecco… se c’è un’altra cosa di Colautti che mi ero scordato è questa: sa come farti sentire una merda.
Scuote la testa, finisce il caffè.
Bevi, ché si fredda, mi dice, poi va avanti a raccontare.
Spiega che non è così semplice. Mentre era incosciente le hanno fatto una foto e messa in rete. Ce l’hanno segnalata quasi subito e se ne sta occupando la postale. Ha già trovato l’idiota e l’abbiamo blindato. E sai cosa ci ha risposto? mi fa. Che gli sembrava divertente vedere una ubriaca con una tetta di fuori, e che non crede di aver fatto nulla di male. Un nulla di male che sarà difficile cancellare dal web. Comunque…
Ecco, lì si è fermato e io non ho resistito. Comunque? gli faccio.
Comunque non è stato lui, mi risponde. Perché c’è stata anche una probabile violenza sessuale. Io salto sulla sedia e rovescio il cucchiaino. Gli dico che è un mondo di merda, e che gli uomini sono una razza schifosa.
Lui non replica, mi guarda, e mi dice che probabilmente la ragazza era incosciente, quando ha avuto il rapporto, ma dimostrarlo non sarà facile. C’erano comunque tracce di sperma.
Io allora gli faccio presente che lo so già, che lo hanno detto al TG. Anzi… mi pare che il bastardo sia stato addirittura colto sul fatto.
No, non credo, mi fa. Quel poveretto forse è l’unico che non c’entra niente.
Il Colo a quel punto aveva smesso di piangere, me lo ricordo bene. Sudava e sudavo anche io. Così mi sono alzato per regolare l’aria condizionata. Lui ha aspettato che mi risedessi.
Mi spiega che il poveretto si chiama Yassine, ma parla italiano meglio di me. Era a correre. L’ha vista e si è avvicinato. Pensava dormisse e voleva coprirla, poi però si è accorto che qualcosa non andava e in quello è arrivato il bagnino. Sarà una versione da verificare con le telecamere, ma non sarà difficile. Era quasi l’alba. Dev’essere successo prima, mi dice, al buio.
Allora gli chiedo se con il DNA lo si riesce a incastrare, il colpevole, e lui, di nuovo, mi fa sentire stupido. Con il DNA di qualcuno trovi quel qualcuno se hai un DNA di confronto. Se fosse un tizio qualunque che passava di lì e ne ha approfittato non ce ne facciamo niente.
Ma è possibile che questa poveretta sia soffocata per questa cosa? Gli chiedo mentre finisco il mio caffè e poggio la tazza con un po’ troppa irruenza. E lui, invece di rispondermi, ricomincia a singhiozzare.
Stavolta è un pianto leggero, tipo di rassegnazione, e credo sia il momento in cui le cose sono cambiate. Per rispondere alla tua domanda, è stato lì che ho capito che la mia vita era in bilico.
Non ti è ancora chiaro?
Eh… te lo avevo detto che la risposta era complessa. Fammi finire. A quel punto Colautti mi chiede: Quale cosa?
E io, senza pensarci troppo, gli faccio: La violenza sessuale, intendo. Può essere soffocata a causa di quella?
Lui mi fissa e non mi risponde.
Mi sono sentito come quando entri per sbaglio in autostrada e non puoi più tornare indietro.
Ti dicevo, non mi risponde, ma non smette di parlare. Anzi. Chiacchiera. Mi dice che prima di rientrare ha fatto un giro. Il Corso, Piazza Fontana, Terrazzamare… Poi giù in darsena, sulla laguna, con il tramonto che strappa via le ombre. Lo ha detto lui, giuro. Ricordo ogni parola e queste mi sono rimaste dentro. Continuo a pensarci, alla cosa di strappare via le ombre. In quel momento, non sembrava più mio nonno.
Sai, conclude, non è Lignano, che non è più quella di una volta. Sono le persone. Persone che fanno cose che una volta non avrebbero fatto mai.
In quello si alza, si avvicina, cava da una tasca un sacchetto di nylon e ci infila la mia tazza di Snoopy. E lì capisco che sa tutto.
Io vado al Comando con questa, mi fa, per il DNA. Però penso sarebbe meglio tu venissi con me.
Ecco, ora sai perché sono finito in questa cella.
Ho risposto alla domanda?
Ah, certo, potrei spiegarti di come ha fatto a capire. Potrei dirti della sabbia sul pavimento, del profumo della ragazza sulla mia maglietta, del fatto che lui non mi avesse mai detto che la violenza era stata orale… ma sono una parte inutile della risposta.
Sono qui perché ho delle ombre da strappare, perché non sono più la persona di una volta. E in questa storia, nessuno lo è.
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