Quegli eroi fragili e imperfetti di Gramellini, armati di palloncini e abbracci

“Beato il popolo che ha bisogno di eroi” del giornalista e scrittore sarà domenica 20 settembre a pordenonelegge, alle 17, in piazza San Marco

Gian Paolo Polesini
Massimo Gramellini, giornalista e scrittore
Massimo Gramellini, giornalista e scrittore

Il tracciato è chiaro. Osserviamo persone comuni che si ritrovano all’improvviso davanti a una scelta. E, per un istante, escono dal recinto dell’egoismo. Non possiedono superpoteri, trovano solamente il coraggio nel momento in cui diventa necessario. Solamente, poi. Come fosse un gesto semplice.

Tentiamo con successo l’immersione in un libro: “Beato il popolo che ha bisogno di eroi” (Solferino editore, pag. 240, 18,90 euro ) di Massimo Gramellini, che sarà domenica 20 settembre a pordenonelegge, alle 17, in piazza San Marco, in una sorta di one man show.

Cinquantadue racconti brevi costruiti con precisione narrativa, in una lingua musicale. E il dettaglio capace di accendere immediatamente una scena. Gramellini alterna commozione e ironia. Talvolta questa ricerca dell’effetto è fin troppo visibile e qualche episodio sembra disposto lungo una traiettoria emotiva già tracciata. Il rischio del sentimentalismo esiste, così come quello di trasformare persone reali in figure esemplari. Ma l’autore quasi sempre lo evita lasciando ai suoi eroi una lacerazione, una contraddizione, una zona d’ombra. La loro forza non cancella la fragilità: nasce proprio da essa.

Il titolo capovolge provocatoriamente la celebre frase di Bertolt Brecht: “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. In un Paese libero e pacifico - ragionava il commediografo tedesco - nessuno deve rischiare la vita per rimediare ai mali della società. Gramellini non nega che un mondo giusto dovrebbe poterne fare a meno. Nota, però, che quel mondo non esiste e gli eroi ci servono ancora. A condizione di intendersi sulla parola. Non sono esseri invincibili, leader carismatici o uomini forti ai quali affidare le nostre paure.

«Ma chi è allora l’eroe di cui abbiamo bisogno?», si chiede l’autore. «Una creatura senza punti deboli? No, quello è un dio. O un bluff. L’eroe per sua natura è imperfetto, ha una ferita dentro che non si cicatrizza mai e può sanguinare all’improvviso. Però non smette mai di avanzare, sempre in bilico fra trionfo e disfatta. L’eroe non è invincibile, è irraggiungibile».

L’incedere di Gramellini è graduale: dicendo questo intendiamo la scaletta dell’opera, certo. L’incipit si sofferma sull’adolescenza, quindi lo step successivo abbraccia i ventenni e via a includere tutte le età raggiungendo gli ottantenni-novantenni. Chiunque può diventare un valoroso: il bimbo e il vecchio. Ed è proprio da un’anima fresca e gentile che lo scrittore comincia la sua esplorazione: il giovane inviato Gramellini tenta di salvare Salem, un bambino ferito da un cecchino a Sarajevo. Quando riesce finalmente a procurargli un posto sull’aereo diretto a Londra, scopre che Salem è morto da due ore. Il palloncino rosso destinato a lui viene però consegnato a un’altra bambina. È il dottor Joza a formulare il principio che attraverserà tutte le pagine successive: l’amore non va mai perduto. Può fallire il proprio obiettivo immediato, ma lascia comunque qualcosa dietro di sé.

È un’umanità vasta quella coinvolta. Alcuni protagonisti salvano materialmente una vita; altri restituiscono dignità a chi sembrava averla smarrita. L’eroismo, suggerisce Gramellini, può consistere in un abbraccio, nell’ascolto, in una responsabilità accettata o persino in una maniglia alla quale restare aggrappati mentre tutto crolla.

Non è neppure un libro ingenuamente consolatorio. Dietro i gesti luminosi rimane ben riconoscibile il buio che li ha resi necessari: la guerra, la violenza sulle donne, il lavoro che consuma, le disuguaglianze, l’abbandono, la depressione, la solitudine. Beato il popolo che ha bisogno di eroi è dunque un archivio di gesti minimi e conseguenze immense, pensato per contrastare il cinismo con cui cerchiamo di proteggerci dallo sconforto. Non pretende di ribaltare l’universo con cinquantadue racconti. Prova piuttosto a cambiare, per qualche minuto, lo sguardo di chi legge. E ci ricorda che l’eroe non è qualcuno da attendere: è la possibilità, quasi sempre inattesa, che ciascuno custodisce dentro di sé.

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