Nello Zarathustra di Abdolah la radice che ci accomuna all’Iran

A Pordenonelegge lo scrittore iraniano-olandese presente il nuovo romanzo storico edito in Italia da Iperborea, dedicato al profeta persiano, fondatore del primo monoteismo

Giovanni Tomasin

Un’indagine sulla propria identità, sul «chi sono io?», che a sorpresa diventa un viaggio fino alla notte dei tempi e alla distanza della Siberia profonda, alla radice del «chi siamo noi». Lo scrittore iraniano naturalizzato olandese Kader Abdolah racconta così, a Pordenonelegge, lo spirito del suo ultimo libro “Parla Zarathustra” (Iperboea, 2026, pp. 384, 20 euro), da poco edito in italiano per la traduzione di Claudia Cozzi ed Elisabetta Svaluto Moreolo.

In quest’ultima prova l’autore di “Scrittura cuneiforme” e “Il profeta” torna al romanzo storico per approfondire una figura fondante per la cultura persiana: Zarathustra, o Zoroastro, fondatore della prima religione monoteista della storia, che fu il fulcro della cultura degli antichi imperi persiani, dagli Achemenidi narrati da Erodoto ai Sasanidi fieri avversari dei romani, fino all’avvento dell’Islam. Zarathustra, racconta Abdolah, è intessuto ancor oggi indissolubilmente nell’identità iranica: «Nel momento in cui una persona è persiana automaticamente ha a che fare con Zarathustra. Nel mio paese, da bambino e da giovane uomo, Zarathustra era parte del paesaggio come il clima o il sole. Di solito però non si sa nulla in proposito, io non ne sapevo nulla». Lo scrittore ricorda la sua infanzia: «Da bambino ti senti dire da tua madre “Pensa bene. Parla bene. Opera bene”. Poi vai a scuola e l’insegnante ti dice “Pensa bene. Parla bene. Opera bene”». A questi tre precetti si può ridurre il complesso dell’insegnamento del profeta, che predicò in Persia in un tempo di cui si è persa memoria e che Abdolah fa rivivere nel suo romanzo: «C’è chi dice fosse 10 mila anni prima di Cristo, c’è chi dice che fosse 3 mila anni prima di Cristo. Era un tempo in cui le persone non avevano religione né speranze, non sapevano come condurre la vita, come andare verso la luce. Quando all’improvviso venne un uomo che per la prima volta disse: “Ho trovato la via: pensa bene. Parla bene. Opera bene”. Era Zarathustra». A questa figura ancestrale Abdolah è arrivato cercando risposte alla domanda che dovette affrontare quando, negli anni Ottanta, lasciò da esule politico il suo paese per rifugiarsi in Olanda: «Chi sono io? Iniziai a guardare, cercare, studiare per capire chi sono io, e così facendo ho scoperto qualcosa di nuovo. Cercando me stesso ho trovato voi. Perché Zarathustra appartiene a noi, come persiani, ma appartiene anche a noi tutti, agli italiani come agli olandesi».

La ricerca sul profeta ha condotto infatti allo scrittore alle comuni radici indoeuropee, condivise dai popoli che abitano le terre comprese fra il Portogallo e il golfo del Bengala, radici che affondano «nel profondo sottosuolo della Siberia»: «Vi fu un tempo in cui europei, indiani e persiani avevano la stessa cultura, la stessa lingua, le stesse storie e gli stessi miti, la stessa tradizione. Imparammo ad allevare il bestiame e a fare il formaggio, inventammo la ruota, sapevamo combattere e con le nostre armi andammo verso nuove terre, in altri luoghi. I gruppi che mossero in direzione del calar del sole diventarono poi gli italiani, gli olandesi, i tedeschi e le altre genti d’Europa. Quelli che andarono verso l’alba diventarono i persiani, gli indiani. Perciò questo libro è un libro sui miei antichi antenati e sui vostri antichi antenati. Se volete capire chi siete dovete guardare indietro, al passato più remoto». La figura di Zarathustra permea anche l’identità dell’Iran contemporaneo, ha spiegato lo scrittore: «Quando gli arabi abbatterono l’impero persiano e imposero l’Islam, i pensatori persiani inserirono il pensiero di Zarathustra nella nuova religione. Nacque così l’islam iranico, lo sciismo, il cui nome equivale al termine “protestante”. È una religione di protesta, abituata a combattere, e che vediamo oggi combattere contro Trump. Al contempo questa cultura ha contribuito alla nascita della più alta letteratura persiana». Lo scrittore, che è stato perseguitato dalla teocrazia italiana, ritiene nondimeno che la religione sia qualcosa d’inscritto nel cuore dell’uomo: «Il mio prossimo libro tratterà di Gesù. Secondo il suo insegnamento il tempio non era un edificio fisico, ma stava nell’interiorità della persona. Anche oggi, duemila anni dopo di lui, vediamo le chiese andare deserte e pensiamo che la religione sia qualcosa che appartiene al passato. Forse però le persone hanno soltanto trovato il tempio dentro di sé. Nulla è cambiato in realtà. Siamo solo tornati alle nostre radici, alla religione originaria. Credere è qualcosa che resterà in noi finché esisterà l’umanità».

Il titolo del libro di Abdolah riecheggia il celebre scritto di Nietzsche che però, dice lo scrittore, «usò Zarathustra come un megafono per le proprie idee». Il filosofo tedesco, conclude, fece proprie le parole che il profeta pronunciò dopo essersi ritirato a meditare per dieci anni sulle montagne, al principio della sua predicazione: «“A quarant’anni sono come un’ape piena di miele, e ho bisogno di dare il mio miele”. Ho bisogno di parlare».

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