L’identità perduta dell’Europa nei Lázár di Nelio Biedermann

Con il libro d’esordio costruito sulle storie di famiglia, lo scrittore a soli 22 anni è diventato un caso letterario. «Mio padre disse: non interesserà a nessuno. E invece...»

Mary B. Tolusso
Lo scrittore svizzero d'origine magiara Nelio Biedermann
Lo scrittore svizzero d'origine magiara Nelio Biedermann

Il libro che gli ha fatto venire voglia di scrivere? “Lo straniero” di Camus. Così è iniziato il rapporto di Nelio Biedermann con la letteratura. La presentazione de “I Lázár” (Guanda, pag. 305, euro 19) si tiene il 19 settembre a Pordenonelegge. Un viso angelico e una scrittura che rielabora con voce personalissima i classici: «Al liceo mi chiedevo perché questi autori – ci confessa – catturassero da sempre l’attenzione dei lettori. Quindi ho iniziato a leggerne il più possibile e mi sono reso conto non solo che era divertente, ma anche che erano libri molto attuali».

Biedermann ci racconta una saga familiare che attraversa la storia dell’Ungheria dalla fine dell'epoca austro-ungarica agli anni della dittatura comunista, seguendo il progressivo tramonto di una dinastia aristocratica e, insieme, la dissoluzione di un mondo fondato sulla terra, sul privilegio e sulla convinzione che il proprio posto nella società sia destinato a durare.

Siamo difronte a una storia (anche) famigliare, in parte autobiografica. Quando ha capito che avrebbe potuto trasformare questa memoria in un romanzo?

«È successo abbastanza presto. Ho capito però che dovevo scrivere una fiction, non potevo affidarmi a una biografia. Scrivere un romanzo di finzione sarebbe stato più interessante, mi sarei potuto avvicinare di più alla verità. I personaggi a un certo punto sono “apparsi”, mi è difficile ricordare quando, so che ho fatto cinque tentativi di scrittura finché è emerso questo “bambino di vetro” di cui parlo nell’incipit. A partire dal bambino di vetro ho compreso che quel tentativo sarebbe riuscito perché se inizi con un bimbo che nasce, a seguire ci saranno una madre, un padre, una sorella e così via».

Lei fa una sintesi degli eventi più rilevanti del Novecento attraverso i Lázár. La quotidianità di una famiglia permette di osservare meglio i cambiamenti che la grande storia impone?

«Osservare la grande storia attraverso gli eventi di una famiglia rende il quadro più complesso e questo è positivo. In genere i libri di storia raccontano in modo astratto tramite numeri, dati. C’è questa frase, forse di Primo Levi, in cui dice: nella seconda guerra mondiale non sono stati uccisi sei milioni di ebrei ma una persona è stata uccisa sei milioni di volte. Immagino che volesse dire la stessa cosa, come ho cercato di fare nei Lázár, credo appunto che la narrazione attraverso una famiglia renda la storia più concreta. Ed è il motivo per cui la letteratura è così importante, perché permette di guardare la vita delle persone, di capire l’impatto che i grandi eventi hanno nella vita quotidiana».

Un tema forse è la perdita di identità dell’Europa attraverso la perdita di identità dei personaggi?

«È una buona osservazione. La questione della perdita d’identità è importante perché in qualche modo la perdita d’identità dei singoli si riflette in quella di un intero paese. Credo sia interessante anche assumere il punto di vista dell’aristocrazia ungherese perché rappresentava bene la nazione, non solo perse la ricchezza ma anche la possibilità di riconoscersi. Certo l’identità era legata alla ricchezza, ma soprattutto alla posizione sociale che rivestiva. In Ungheria questa perdita è stata energica, perché durante la seconda guerra mondiale era stata prima collaborazionista dei nazisti, poi è stata invasa dai tedeschi e dai russi. In quella fase credo sia stato molto complicato per la popolazione ungherese ricostruire le proprie origini»

Posso chiederle come ha reagito la sua famiglia dopo aver letto questo romanzo?

«Mi piace raccontarlo attraverso un aneddoto. Avevo inviato il romanzo alla mia famiglia. In quel periodo ero in Messico per cui non potevo ricevere subito i loro riscontri. A un certo punto mio padre mi chiamò dicendo che avevo mentito, che era solo un romanzo e non la storia della nostra famiglia. Questa risposta mi stava bene perché non volevo scrivere una biografia. Poi però l’ha riletto. Mi chiamò di nuovo dicendo che si sbagliava, che effettivamente riguardava la storia della nostra famiglia perché aveva notato dei dettagli che a prima lettura gli erano sfuggiti. E questo penso sia il riscontro perfetto perché la mia intenzione era proprio quella di fondere la storia vera con una storia inventata»

Oggi lei, giovanissimo, è diventato un caso letterario internazionale. Se lo aspettava?

«Assolutamente no. Pure il fatto che il romanzo, un anno prima di essere pubblicato, fosse già acquistato e tradotto in venti paesi, era una cosa che non mi dava molta fiducia, pensavo che nessuno l’avrebbe letto e ho cercato di prepararmi da subito a eventuali delusioni. Invece centinaia di migliaia di persone lo hanno seguito ed è una sensazione bellissima, forse l’attenzione nasce anche dal fatto che è una storia personale. Mio padre stesso, senza alcuna cattiveria, mi confida di non capire come mai tanti individui siano attratti dalla nostra storia famigliare».

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