Rushdie, l’elogio del dubbio e il dono del tempo: «Usatelo per fare le cose importanti»

Lo scrittore anglo-indiano protagonista della giornata di avvio di pordenonelegge. Dalla ricerca della verità agli attacchi contro Trump: «È una minaccia»

Gian Paolo Polesini
Salman Rushdie insieme a Federico Rampini (foto Cozzarin)
Salman Rushdie insieme a Federico Rampini (foto Cozzarin)

«Don’t waste your time». Non sprecare il tuo tempo: è un suggerimento maturato nella sofferenza. «Pensavo di morire - confessa Salman Rushdie ieri a pordenonelegge, qualche ora prima del suo intervento pubblico - e quella fu la prima sensazione forte che mi attraversò il corpo pochi minuti dopo l’attentato del 12 agosto 2022, nello Stato di New York. Provai un dolore enorme, ma devo riconoscere il ruolo fondamentale della fortuna, altrimenti non sarei qui adesso. La tragedia mi ha consegnato una fortissima consapevolezza dell’importanza di ogni giorno, del valore di un tratto di vita in più. E questo si è trasformato nel più mattiniero dei buoni propositi: usa il tempo per fare le cose importanti».

Lo scrittore britannico-americano di origine indiana si è portato appresso l’ultimo libro tradotto in Italia da Mondadori, “Linguaggi della verità”. Ad accoglierlo, durante una conferenza stampa ovviamente blindata, il presidente della Fondazione Pordenonelegge Michelangelo Agrusti e il curatore Alberto Garlini. «Questo è il risultato di una lunga semina culturale - ha sottolineato Agrusti -. Pordenone nasce dal mondo delle imprese, ma è una città colta. La presenza di Rushdie è per noi tutti un grande ristoro dell’anima». Gli ha fatto eco Garlini: «Lo scrittore appartiene alla rara schiera di narratori che non si sono limitati a scrivere storie, ma hanno addirittura cambiato il modo in cui pensiamo che una storia possa essere raccontata».

La consegna del premio Ambassador of freedom allo scrittore (foto Cozzarin)
La consegna del premio Ambassador of freedom allo scrittore (foto Cozzarin)

In serata, al Teatro Verdi, gli è stato consegnato l’Ambassador of Freedom, riconoscimento assegnato anche a Vera Politkovskaja e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Questa la motivazione, letta dalla direttrice della Fondazione Michela Zin: «A Sir Salman Rushdie, scrittore del mondo, coscienza libera del nostro tempo, va l’onorificenza Ambassador of Freedom per aver fatto della parola non solo un mestiere, ma un atto di coraggio. Dai “Figli della mezzanotte” a “I versi satanici”, da “Vergogna” a “Coltello”, la sua opera ha attraversato confini, identità, fedi e paure, ricordandoci che la letteratura è il luogo più radicale della libertà: quello dove tutto può essere detto, immaginato, messo in discussione. Rushdie ha pagato il prezzo più alto per la libertà di espressione, senza mai rinunciare a esercitarla. Davanti alla minaccia, alla condanna, alla violenza subita nel 2022, ha risposto con l’arma più disarmante e potente: forte del suo alto magistero letterario, ha continuato a scrivere, ha continuato a pensare. Simbolo della battaglia contro ogni forma di censura, fanatismo e oscurantismo, perché la sua vita ci insegna che l’indipendenza non è un concetto astratto, ma un esercizio quotidiano, fragile e necessario, da difendere con l’arte e con l’immaginazione».

È seguito il dialogo con Federico Rampini. Lì Rushdie lo ha fatto capire con chiarezza: non ama affatto Donald Trump. «Se lui dice una cosa, è vero il contrario», chiarisce. E alla domanda se lo consideri una minaccia alla libertà di espressione risponde: «Lo considero una minaccia, punto». E sulla guerra in Iran: «Una lotta controproducente, il regime iraniano ne uscirà più forte».

Innalza Italo Calvino a suo mentore e scherza sul “calvinismo” rintracciabile nei propri scritti. «Con Umberto Eco e Mario Vargas Llosa formavamo una gang che girava il mondo nel nome della letteratura. Purtroppo, ora sono rimasto soltanto io».

Rushdie non vuole trasformare l’aggressione subita quattro anni fa nell’ennesimo capitolo di una vicenda iniziata quasi quarant’anni fa con “I versi satanici”. «Era il mio quarto romanzo, il quinto libro. Adesso ne ho affastellati ventitré. Per venticinque anni ho considerato chiusa la minaccia, vivendo come un normale scrittore: incontri, conferenze, presentazioni. Poi è arrivato l’attacco. Credo sia stato un episodio isolato, non l’inizio di una nuova fase di pericolo».

La ferita, tuttavia, è diventata racconto anche nel documentario diretto da Alex Gibney, “Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie”, oggi in prima a New York, che comprende il videodiario girato dalla moglie, la scrittrice, fotografa e videomaker Rachel Eliza Griffiths, durante il lungo percorso di recupero. «Le prime immagini mostrano la gravità delle lesioni; poi, lentamente, mi avvicino alla guarigione. Alex ha fatto un buon lavoro. Per me non sarà facile vederlo», ammette.

Il discorso plana poi sulla metodologia del narrare. «Raccontare non significa allontanarsi dal mondo, semmai entrarci più profondamente. Lo scopo non è fuggire dalla realtà, ma mostrarla. Studiai storia all’Università e, da allora, cammino sul confine fra verità storica e immaginazione, cercando di farle convivere. Se agisci con dedizione, il risultato può essere illuminante».

E qui, forse, si individua la chiave di “L’undicesima ora: un quintetto di storie”, affascinante esplorazione dell’esistenza attraversata dall’incertezza: una parola che per Salman Rushdie non possiede alcuna connotazione negativa. Al contrario. «La precarietà è un fatto della vita. Mi preoccupano sempre di più le persone troppo convinte delle proprie opinioni. Il dubbio, invece, è una strada verso la verità».

Il discorso sulla letteratura conduce inevitabilmente al concetto di libertà. «Negli Stati Uniti - osserva, con il suo modo posato e attraverso concetti semplici ed efficaci - c’è una pressione colossale sul libero pensiero. Assistiamo persino ad attacchi contro i comici televisivi». E si torna sul ruolo degli scrittori: «Siamo persone molto ostinate e, alla fine, diciamo quello che dobbiamo dire».

Rushdie non attribuisce però alla letteratura poteri taumaturgici. «Spero che la verità non sia diventata una questione di tribalismo, anche se per alcune persone sembra essere proprio così. Non abbiamo il potere di fare qualcosa di grande».

Forse è proprio questa ostinazione priva di certezze la risposta di Salman Rushdie alla violenza che ha condizionato la sua vita: continuare a raccontare, continuare a dubitare. E, soprattutto, non sprecare mai il tempo che gli è stato restituito.

Riproduzione riservata © il Nord Est