Lucia Calamaro: «Il ghiaccio è una macchina del tempo, così è nato il mio film in Antartide»

La drammaturga romana debutta alla regia con Antartica – Quasi una fiaba, una fantascienza comica e visionaria tra climatologi, permafrost e futuro sostenibile. «Detesto lo strillo: volevo un film profondo ma umano»

Marco ContinoMarco Contino
La regista Lucia Calamaro
La regista Lucia Calamaro

È un cinema «lontanissimo» quello di Lucia Calamaro. Non solo perché la drammaturga romana (cresciuta in Sud America al seguito del padre diplomatico, una laurea in arte ed estetica alla Sorbona) ambienta il proprio esordio alla regia ai confini del mondo, al Polo Sud.

Ma, soprattutto, perché il suo film (Antartica – Quasi una fiaba) è distante anni luce dalle produzioni italiane degli ultimi anni. Una fantascienza comica; qualcuno lo ha definito il primo film “solar punk” (il movimento culturale che promuove una visione ottimista e progressista del futuro) alle nostre latitudini: un racconto corale di un manipolo di climatologi e glaciologi le cui vite sono sospese in una base scientifica in Antartide, tra una quotidianità sghemba e una possibile scoperta rivoluzionaria.

La regista e la produttrice Francesca Cima incontreranno il pubblico stasera, venerdì 8 maggio,  a Padova (MultiAstra, ore 20) e a Treviso (Edera, al termine della proiezione delle 20.30) e, domani, sabato 9 a Udine (Visionario, ore 19) e Pordenone (Cinemazero, dopo lo spettacolo delle 21).

Lucia Calamaro ha un’indole da ricercatrice e l’idea del film (prodotto, con una certa dose di azzardo, da tre donne che definisce “condottiere coraggiose”: oltre a Cima, Sonia Rovai e Ludovica Damiani) nasce da un viaggio.

La transiberiana in treno

«Ho fatto la transiberiana - racconta – con questo treno che attraversa territori immensi. Mi aveva colpito il fatto che qui tutti gli edifici erano pencolanti, inclinati, svenevoli come tante torri di Pisa. Mi sono messa a studiare ed ho scoperto che il permafrost si stava sciogliendo e l’architettura lentamente franando. Poi ho letto la notizia assurda di questo organismo rotifero ritrovato nel ghiaccio che aveva attraversato 22.000 anni, si era risvegliato e si era riprodotto: mi è sembrato incredibile che una creatura così piccola potesse risalire il tempo. Allora ho pensato che il ghiaccio è, effettivamente, una macchina del tempo e, ispirata da queste suggestioni, mi è venuta l’idea di un film che è anche un omaggio alla ricerca scientifica».

Compagni di viaggio

Che la regista ha scritto insieme al padovano Marco Pettenello: «Lo ringrazierò a vita. È l’uomo più paziente e calmo del mondo e un grandissimo compagno di lavoro. Una specie di scudo cosmico contro l'industria che a volte è leggermente brutale. E poi ha una facilità di invenzione e una grazia uniche».

Anche i costumi futuristici e, allo stesso tempo, un po’ retrò, sono di un padovano, Andrea Cavalletto.

«È completamente pazzo. Anche lui è un uomo elegantissimo e meraviglioso: si è divertito un sacco. Abbiamo parlato molto dei costumi e la sua impronta è molto evidente nel film come anche quella di Marco: entrambi hanno una grande vitalità sussurrata, perché io detesto lo strillo».

Divieto di urlare

E, infatti, nella base una delle regole degli scienziati (interpretati, tra gli altri, da Silvio Orlando, Barbara Ronchi e dalla veronese Valentina Bellè) è il divieto di urlare. «Un principio che vorrei si applicasse sempre alla vita di tutti i giorni».

Silvio Orlando nel film di Lucia Calamaro
Silvio Orlando nel film di Lucia Calamaro

«Antartica» non è un film serio ma profondo. «È esattamente così. Non riesco ad evitare una generale bonomia verso l’umano, una pietas in senso ampio anche negli spunti avventurosi e fantascientifici. Mi piace il tono comico e sentimentale. Non mi fido delle persone che non ridono … e anche di quelle che non bevono».

Inizialmente, la regista era convinta di poter realmente girare il film in Antartide. «È stato uno shock quando la produzione mi ha detto che non si poteva fare. Abbiamo ripiegato sul monte Soratte, vicino a Roma, dove c’è il bunker di Sant’Oreste fatto costruire da Mussolini. Siamo stati dentro queste gallerie, dalle suggestioni antropomorfiche, per 8 ore al giorno per 4 settimane, ricreando l’ambiente di una base antartica. Un luogo che ha una sua pesantezza e che ha aiutato gli attori e la troupe a coltivare un rapporto spontaneo, solidaristico, perché ci sentivamo dentro un luogo di sopravvivenza». 

Riproduzione riservata © il Nord Est