Homo Faber, un’isola di luce alla Fondazione Cini
Es Devlin è la direttrice artistica della quarta edizione della rassegna sull’isola di San Giorgio: An Island of Light è un percorso in 15 tappe tra artigianato e creatività. Rocca: «Parliamo di creatività in un momento di algoritmi»

Il tessuto è ancora fermo nella macchina da cucire, l’ago che ne infilza dolcemente le fibre. Sulla parete, prende forma il corpo di una chitarra, tra bozzetti di abiti, barattoli di colore, attrezzi da lavoro che riposano silenti. È la prima sala di Homo Faber-An Island of Light (Un’isola di luce) con la direzione artistica di Es Devlin, artista e scenografa britannica (sue le scene del tour di Beyoncé, per intenderci), che dall’1 al 30 settembre prende forma alla Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio (homofaber.com).
Un percorso in quindici tappe
Settecento oggetti, cinquecento maestri artigiani di 70 Paesi (il più rappresentato? Gli Stati Uniti), un percorso in quindici tappe che si snoda nei punti più iconici di San Giorgio sul fil rouge dell’equilibrio tra luce e ombra, tra riflessi e spazi moltiplicati, tra creatività infinita e sua definizione fisica. «Vorrei che dopo la visita a Homo Faber, le persone pensino nel momento in cui prendono una tazza per il tè, un biglietto del treno, alle mani che hanno costruito quegli oggetti», sottolinea Es Devlin, «dall’alto, l’isola di San Giorgio è come un uovo Fabergé, sembra fragile: quando la si attraversa, ci si sente sorretti dalle sue architetture. L’ho chiamata isola di luce perché voglio che resti il sapore di questa parola in chi la pronuncia».

Imparare il linguaggio della creatività
E il percorso chiede proprio di cambiare paradigma, imparando il linguaggio della creatività e dell’artigianato. «Il nostro compito indifferibile è ricordare la forza della creatività umana», afferma Alberto Cavalli di Michelangelo Foundation. «Venezia è un incrocio di molte culture, un ponte tra Oriente e Occidente. È un luogo dove pensare il futuro». Sono le parole di Gianfelice Rocca, presidente della Fondazione Cini, alla vigilia di Homo Faber. «È fondamentale parlare di craftmanship e creatività umana in questo momento in cui vogliamo basare le nostre conoscenze sugli algoritmi», prosegue Rocca, «l’etica è fondamentale per dare una direzione alla scienza, e questa è un’occasione per rifletterci e per pensare il futuro dell’umanità attraverso la creatività».
Un alfabeto degli oggetti
Dopo una sala che raccoglie i ritratti fotografici degli artigiani, si approda in An Alphabet of Object (un alfabeto di oggetti): uno spazio straniante, una vertigine in movimento. Un carosello di oggetti, una scultura cinetica che proietta sulle pareti le ombre che diventano parte integrante dell’esperienza. «Gli oggetti sono come un testo», spiega Es Devlin, «hanno i toni della terra, dal nero all’ambrato. Prima, leggete le ombre».
La piscina e la libreria dei polmoni
Poi, aria aperta: il percorso verso l’ex piscina è una passerella con alcune sculture lignee che danno forma alla Library of Lungs (libreria dei polmoni). Occorre fermarsi e provare ad ascoltare il respirare (e il sussurrare) del vento. La piscina, sorprende. Innanzitutto perché è piena d’acqua fino all’orlo, ma non è illuminata il che dà un tono di mistero e fascino: la luce proviene da una struttura circolare che emerge dall’acqua, contenente una serie di vasi che si ritrovano uguali ai bordi della piscina. Il leitmotiv è quello della moon jar, antico recipiente della tradizione coreana dalla silhouette lunare: è una Full Moon Rising (Luna piena che sorge).
L’ascesa e la luce
Il cammino prosegue, seguendo le musiche quasi sacrali che accompagnano il viaggio, in una stanza specchiata che rende omaggio ai materiali più terreni: legno, opere intrecciate in vimini, salice e giunco. Qui, in A Rooted Ascent (Un’ascesa radicata) nell’ex tipografia, c’è un primo assaggio di artigiani al lavoro. Un’esperienza che si moltiplica nella tappa successiva, An Atelier Alive (Un atelier vivo) nella sala degli Arazzi: porcellana, cuoio, carta e tessuti sono i protagonisti delle lavorazioni di otto artigiani presenti in sala. Dallo specialista nell’intaglio della pergamena a uno scultore autodidatta che lavora il filo metallico, da un artista che crea ricami con fili di metalli preziosi a restauratori specializzati in pittura, pietre preziose e intaglio.
Dal macro al micro
Dal macro al micro: nella sala accanto, viene ricostruita una voliera che riprende le forme delle finestre e architetture veneziane (An Infinite Birdsong, un infinito canto degli uccelli). Incastonati, in un altro gioco di specchi che moltiplica all’infinito spazi e cromie, ci sono i gioielli: un raffinato colibrì, spille coloratissime a bruco, orologi con smaltature in miniatura.
Il chiostro palladiano

Altro luogo che avvicina a una dimensione quasi di preghiera (favorita dalla musica di sottofondo) è il chiostro palladiano: uno specchio rotante gigante, al centro, riflette la luce che cambia nell’arco della giornata regalando nuovi particolari e visioni delle architetture. Lo specchio ha una trama che si ispira alle gocce di pioggia che picchiettano sulle superfici d’acqua. Il percorso, ora, si immerge nel cenacolo palladiano: sulla scala, campeggiano eterei alcuni uccelli di carta (A Luminos Ark, un arco luminoso), giganti lampade, che invitano a un workshop dedicato all’arte dell’origami. Ed ecco, a Feast of Light, un tripudio di luce. Domina il bianco, tra un busto di David e un volto velato, sculture di velieri, composizioni floreali, vasi avvenerstici.
Un arcobaleno di colori

Dal bianco ai colori dell’arcobaleno (A Rainbow of Forms, un arcobaleno di forme): o meglio, ai toni della teoria dei colori di Goethe che prende forma a terra. Sul soffitto, naturalmente, uno specchio: poi vasi e oggetti di ogni colore e forma. Infine, un altro passaggio quasi meditativo: Twenty Silent Songs (Venti canzoni silenziose) nel chiostro dei Cipressi propone venti opere d’arte che reinterpretano i motivi cimatici generati dalle vibrazioni di venti campane. Il viaggio nella luce trova il suo epilogo nel labirinto Borges: un arazzo ideato da Es Devlin e realizzato da Bonotto racconta l’interconnessione tra specie e culture. Un’immersione nell’altro da sé che, in fondo, non è così distante. Un’isola nell’isola, uno spazio dove riflettere oltre i luoghi comuni. Nella luce.
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