Gli ultimi giorni di Tiziano: la memoria della peste e il testamento ne “La Pietà”
Il genio cadorino è morto nel 1576, Pieve di Cadore lo celebra con una lettura scenica, incontri e musica. La mostra Tiziano e il Paesaggio sarà aperta eccezionalmente dalle 10 alle 21

Dalla sua casa-atelier al Biri Grande, nella parrocchia di San Canzian, sul lato settentrionale di Venezia, nella quale aveva dipinto molti capolavori, Tiziano poteva vedere il dispiegarsi dell’arco di montagne che delimita a nord la pianura veneta. Un poco più indietro di quel primo fronte montuoso poteva scorgere le cime di roccia delle Dolomiti, e guardare in direzione del Cadore, la terra da cui, tanti decenni prima, ragazzo, era sceso in laguna per diventare Tiziano.
Intorno al 1574, pressoché novantenne, egli non poteva ancora sapere che a nord di quelle stesse montagne si muoveva un’oscura minaccia. La peste aveva risalito infatti il sistema fluviale danubiano: in pochi mesi valicò le montagne, scese lungo l’Adige, il Trentino e il Veneto e infine varcò la laguna. Il primo morto di peste si registrò a Venezia il 2 luglio 1575. Il male, per usare le parole del notaio Rocco Benedetti, che di quei mesi lasciò una cronaca, cominciò «pian piano a gir serpendo» finché nella primavera del 1576 dilagò senza più controllo.
Il governo veneziano reagì in maniera incerta, tardiva. A metà giugno aveva ricercato il parere di due illustri medici dello Studium di Padova: Girolamo Capodivacca e Girolamo Mercuriale. Essi visitarono i malati con diligenza, percorrendo Venezia casa per casa. Infine sentenziarono che non era peste: erano febbri, banali benché aggressive. Ma pochi giorni dopo l’epidemia esplose.
Milano chiuse le frontiere ai veneziani. Gli ambasciatori scrivevano allarmati. Le case sospette erano sbarrate con assi, i cani e i gatti abbattuti a migliaia. I cadaveri restavano in attesa per giorni, prima che qualcuno li rimuovesse. La città deserta. I nobili in fuga. Fosse comuni. Migliaia e migliaia di persone finirono nei due lazzaretti della città, luoghi di segregazione, circondati da barche cariche di appestati o presunti tali come una flotta, scrisse Francesco Sansovino, che assediava una città di mare. In luglio, in agosto, in settembre si moriva a centinaia e centinaia, giorno per giorno.
Anche Tiziano, come tutti i veneziani, dal 5 agosto è confinato nella propria contrada, a San Canzian. Non c'è motivo di immaginarlo altrove che lì, nella sua casa-atelier, tra gli alberi del giardino che si affaccia sulle montagne. Nella sua stanza di lavoro, la «stanzia» come egli stesso la definisce, o in altri ambienti del Biri Grande destinati a bottega, c’è un grandissimo dipinto non finito, composto da sette diverse tele, in parte di recupero: è la Pietà, opera che nelle intenzioni di Tiziano doveva trovare posto nella basilica dei Frari, nella cappella del Crocifisso, nella quale il pittore desiderava essere sepolto.
L’accordo per quella sepoltura andò in fumo e la tela rimase dunque in un angolo dello studio di Tiziano. Mentre la peste infuria fuori dalle finestre, martoriando Venezia, Tiziano torna però sulla tela, dipingendo più con le dita che con i pennelli, nella sorprendente “maniera” estrema dell’ultimo Tiziano.
La Pietà è un’opera sconvolgente. Tutta bruni, ombre e qualche bagliore. Una nicchia nella pietra, affiancata da sculture visionarie. Scritte incise. Una Maddalena urlante ci ordina di guardare al centro del dipinto: la Vergine, composta, sobria, solida, regge sulle ginocchia un Cristo morto la cui carne sfatta, di grigi raggrumati, ricorda quella degli appestati che riempiono le fosse comuni. E davanti, inginocchiato accanto a una piccola tavoletta votiva, vero e proprio dipinto nel dipinto, ecco un vecchio scavato e barbuto, in figura forse di San Girolamo. Si protende a toccare Cristo con entrambe le mani, in un gesto di intimità più che raro in un’opera sacra di quegli anni. Chiede una grazia.

Pare dunque che questo vecchio sia lui. Gli storici dell’arte lo hanno confrontato con gli autoritratti più famosi: è Tiziano che nella Venezia stritolata dalla peste cerca un contatto diretto, senza intermediari, estremo, con la salvezza. Ma il 27 agosto 1576 il parroco di San Canzian apre il libro dei morti della sua parrocchia e annota che il maestro Tiziano Vecellio è deceduto. Anche Orazio, figlio e principale collaboratore del pittore, morì proprio allora. Non sappiamo se poco prima o poco dopo il padre, ma senz’altro di peste: venne portato via su una delle barche dirette all’inferno del lazzaretto.
Quanto a Tiziano il prete di San Canzian scrive che il pittore è morto «de febre». Non fa menzione della peste. Ma come dimenticare che in quel momento, a Venezia, i morti di peste erano già, letteralmente, decine di migliaia? Se Orazio morì di peste, oltretutto, la peste doveva essere penetrata eccome nella casa del Biri Grande. Che la causa ufficiale della morte di Tiziano sia stata addolcita per consentirgli una sepoltura che altrimenti la legge avrebbe vietato?
È un sospetto legittimo, ma non dimostrabile. Fatto sta che Tiziano, tra le decine di migliaia di vittime di quei mesi, finite o in fosse comuni o in sperdute chiese della laguna, ottenne ciò che aveva sempre voluto: essere sepolto nella basilica dei Frari. Un privilegio, questo, in tempi di peste, a dir poco sensazionale.
La peste continuò intanto a mietere vittime fino all’inverno. Il 4 settembre il doge fece voto di erigere un tempio al Cristo Redentore se la città fosse stata liberata dal contagio; e nascerà così la celebre chiesa palladiana del Redentore. Il bollettino dei morti risultò finalmente bianco il 31 dicembre 1576. La peste aveva ucciso a Venezia oltre 50 mila persone, quasi un terzo degli abitanti.
Nella Venezia che muore, morto Tiziano, morto il figlio Orazio, nella casa-atelier del Biri Grande rimase però quell’inaudito e ultimo lascito del maestro: la Pietà. Una tela straordinaria per dimensioni, per ambizione e per esito, un’opera sofferta e stratificata, ingombra di crepitii e baleni, nella quale, prestando ascolto, risuonano ancora, oscuri e gravi, i giorni della peste.
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