Karole Vail e la sua Guggenheim: «Venezia? Non è solo turismo, va pensata come una città viva»

La direttrice della Collezione e le esposizioni in arrivo: «In aprile la mostra sulla prima galleria di Peggy a Londra: sapeva prendere rischi, una figura eccezionale»

Camilla Gargioni
Karole Vail (foto Interpress/Tagliapietra)
Karole Vail (foto Interpress/Tagliapietra)

C’è un’opera nell’opera alla Collezione Peggy Guggenheim. Quando si esce dal percorso espositivo dedicato alle mostre temporanee, c’è un laboratorio. È uno spazio permeabile, protetto da un vetro trasparente che permette di osservare che cosa accade al suo interno. Tra miriadi di colori e prodotti per il restauro, è in cura l’opera di Piet Mondrian Composizione n.1 con grigio e rosso 1938/Composizione con rosso 1939 (1938-1939). Di fronte, su cavalletto, c’è Movimento Gracidante (1946) di Jackson Pollock.

La vitalità della collezione si respira anche dalle mostre in programma per il 2026: dopo l’omaggio alle ceramiche di Lucio Fontana (fino al 2 marzo), aprirà “Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista” (25 aprile – 19 ottobre), a cura di Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e Simon Grant, Guest Curator, seguita da “Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento” (14 novembre – 29 marzo 2027), a cura di Cristina Beltrami, storica dell’arte. Karole P.B. Vail è direttrice della collezione dal 2017: cammina tra i corridoi, ogni opera nasconde un ricordo, una storia, un’avventura.

Che 2026 si aspetta per la collezione Peggy Guggenheim?

«Avremo in primavera una mostra dedicata alla prima galleria di Peggy Guggenheim, la Guggenheim Jeune. Restò aperta appena diciotto mesi. Questo è un progetto importante per la collezione, conosciamo poco del periodo londinese in cui Peggy inizia la sua carriera di collezionista, gallerista e sostenitrice di artisti. La mostra poi andrà a Londra, alla Royal Academy of Art, a due passi da dove era nata la sua galleria. Ci sarà anche una terza sede, al Guggenheim di New York. A novembre, qui a Venezia, ci dedicheremo anche a un altro capitolo importante del collezionismo di Peggy Guggenheim: il centro artistico del vetro del Novecento, la Fucina degli Angeli, a Murano. Sarà dunque un programma particolarmente legato alla nostra storia e a Venezia».

E per Venezia che hanno sarà per l’arte?

«Innanzitutto ci sarà la Biennale Arte. Sarà un’edizione particolare, la curatrice Koyo Kouoh è mancata, ma c’è il suo team al lavoro. Speriamo, come tutti gli anni, che sia un anno ricco di scoperte, di novità. Immagino che il padiglione russo resterà chiuso, mentre quello di Israele ci sarà ma sicuramente circondato da polemiche. La speranza, però, è che con la Biennale si riesca a superare i problemi che affliggono il mondo. E che sia un bel momento per Venezia, per tutti i visitatori che verranno».

Che legame ha con la città?

«La Collezione collabora costantemente con le altre istituzioni cittadine, penso per esempio al Dorsoduro Museum Mile, con Gallerie dell’Accademia, Palazzo Grassi – Punta della Dogana e Fondazione Cini. È un’opportunità per creare un legame ancora più forte. E abbiamo rapporti con le università e le scuole per i nostri programmi educativi, consolidati da più di 40 anni ormai».

E personalmente che legame ha con Venezia?

«È la città dove vivo, dove lavoro. Non è sempre facile, siamo meno di 48 mila residenti: sarebbe bello fare di più, per i giovani, per le giovani famiglie, perché potessero trovare più facilmente lavoro qui. Credo sia un sogno di tante persone che questa città possa vivere davvero appieno, non solo come meta turistica. Venezia va pensata come una città intera e soprattutto viva».

L’opera a cui è più affezionata di quelle in collezione?

«Non sono legata a un’opera sola. Sono affezionata a tutte. Dipende dalla giornata, dall’atmosfera. Quando c’è il sole, le sculture in giardino sembrano ancora più luminose».

Le opere in collezione vengono spostate, turnate… c’è qualche capolavoro che avete esposto di recente da riscoprire?

«È il nostro bello, poter tornare qui e trovare una sorpresa. La collezione è un nucleo dinamico, vivo. Non siamo un mausoleo: la collezione deve vivere, dobbiamo mostrare anche le opere meno conosciute. Tante opere che ha collezionato Peggy sono diventate capolavori, altre devono riposare perché magari sono su carta o sono più fragili. Non rivoluzioniamo il percorso, ma cerchiamo sempre di valorizzare la collezione nella sua interezza».

Poi c’è il laboratorio, che i visitatori possono vedere uscendo dalla mostra temporanea.

«È completamente nuovo, da questa primavera. È tre volte più grande del precedente: ci permette di tutelare le nostre opere anche per le generazioni a venire. Poi, continuiamo a collaborare con tante altre istituzioni, dal Cnr all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze».

Le opere del Novecento, poi, sono in un certo senso più complicate da restaurare.

«Si, qui alla Pgc siamo all’avanguardia per tutto quello che riguarda il restauro e la ricerca scientifica. Per questo il laboratorio è fondamentale, ci permette anche di ospitare restauratori da fuori. Ed è bellissimo che i visitatori ne possano vedere una parte, un’altra è più riservata dove il conservatore può lavorare senza sentirsi osservato».

Com’è cambiato il mecenatismo dai tempi di Peggy?

«Moltissimo. Ci sono più collezionisti, o forse più persone che collezionano. Penso ci siano ancora dei mecenati, ma Peggy ha segnato il suo tempo in un momento in cui c’era meno interesse per l’arte moderna e soprattutto contemporanea. Uno dei valori di un collezionista è di prendere rischi: Peggy ne ha presi. È vero, era consigliata da personaggi straordinari come Marcel Duchamp, però lei si buttava, rischiava. Non so se oggi ci sia lo stesso senso del rischio, il mondo dell’arte si è ingrandito, oggi ci si perde: serve visione».

E i rapporti con gli artisti, come sono cambiati?

«Quel rapporto che aveva creato Peggy resta eccezionale, particolare. Lo vedremo nella mostra sulla galleria Peggy Jeune».

Come date vita alle nuove mostre?

«Quando pensiamo a una nuova mostra, non basta trovare l’artista. Non basta pensare a una mostra di Picasso: bisogna trovare un tema, una data, un filone. Per esempio, sarebbe bello fare una mostra su Joseph Cornell, ma serve trovare il tema, parlarne in modo diverso da come si è sempre fatto. È importante individuare nuove chiavi di lettura, partendo da un forte legame con la Collezione».

Come sono cambiati i visitatori?

«Tanti vengono qui per la prima volta, attratti dalla persona di Peggy e dalla collezione, tra il giardino e la particolarità del palazzo. Poi ci sono quelli regolari, che tornano durante la Biennale. E, naturalmente, i veneziani».

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