Il successo da rockstar dell’oscuro James Joyce

Pochi lo leggono, tutti lo idolatrano. Perché? Il mistero indagato alla vigilia del suo compleanno

Riccardo Cepach*
La statua dedicata a James Joyce a Trieste in Ponterosso sul Canal Grande
La statua dedicata a James Joyce a Trieste in Ponterosso sul Canal Grande

Tanti auguri! Da Trieste in su. Domani, 2 febbraio, è il compleanno di James Joyce, lo scrittore di successo meno letto al mondo. Che al suo genetliaco ci ha sempre tenuto tantissimo, tanto è vero che tutti i suoi libri più importanti sono usciti proprio il 2 febbraio, Candelora, la festa del Cristo apportatore di luce (una specie di anagogia al contrario, dove la festa sacra sta a prefigurare la festa laica, la nascita dello Scrittore). Del resto la legge immutabile della poetica joyciana, e del suo umorismo, è la commistione di alto e basso, di sacro e profano.

In finneganiano (l’iperbolico linguaggio inventato nella sua ultima opera, “Finnegans Wake”) “Candlemas” diventa “Cantalamesse”. “Candelora” potrebbe quindi diventare - fatalmente diventa - can de l’ora: un can - anche un po’ de Trieste, sì, visto che Joyce ha abitato qui per oltre un decennio e ghe piaseva el vin, come sanno tutti - che quando arriva la sua ora si manifesta e ci porta fuori dall’inverno dello spirito. Come Joyce il 2 di febbraio, come il suo Bloom il 16 giugno, ricorrenze celebrate in tutto il mondo.

L’immagina realizzata da Robert Berry per una passata edizione del Bloomsday a Trieste. L’autore ha completato la trasposizione di “Dubliners” a fumetti: il James Joyce Center di Dublino ne ha donata di recente una copia al Museo Lets
L’immagina realizzata da Robert Berry per una passata edizione del Bloomsday a Trieste. L’autore ha completato la trasposizione di “Dubliners” a fumetti: il James Joyce Center di Dublino ne ha donata di recente una copia al Museo Lets

Joyce è riuscito nell’impresa impossibile di scrivere opere ambiziose e complesse e diventare nondimeno un fenomeno di massa, una vera rockstar della letteratura. Lo si vede ogni anno al Bloomsday, sempre pieno di gente e di artisti: chi disegna Joyce, o lo dipinge, chi gira Joyce, chi mette in scena Joyce, chi compone Joyce, chi lo ri-scrive. Senza sosta. E allora facciamo un gioco. Se James Joyce fosse una rockstar, chi sarebbe? Chi pensa a un jazzista cool, cerebrale, sincopato, è già fuori strada. Parliamo di un - raffinato, certo - fenomeno pop planetario. Con Bowie ci avviciniamo: visione, architettura, ambizioni, ma nella fase matura forse troppo educato, lucido, in controllo. Con tutti i rockers dediti agli stravizi e arresi alle loro ossessioni creative che ci sono. .. Allora Freddy Mercury? Non fare quella faccia. Potrebbe. Eccessi, estro, creatività e coraggio, amore per la provocazione e una tendenza a far saltare le forme non con gesti di rottura (come sarebbe stata l’avanguardia per uno e il punk per l’altro), ma dall’interno, “Ulysses” e “Bohemian rapsody”. Certo che poi con “Finnegans Wake” non ci siamo più, sconfiniamo nel territorio - di nicchia però - di Frank Zappa.

Ci sto prendendo gusto. Con gli altri campioni della letteratura triestina come verrebbe? Svevo chi sarebbe? Guccini forse? Ma Guccini è molto più lucido e focalizzato di Svevo che si aggira in una perenne foschia, salvo poi uscire da quel calìgo con qualcosa di una luminosità abbagliante, impietosa. Paolo Conte nemmeno, perché il tocco della grazia Svevo se l’è sempre dovuto sudare. Ci sarebbe Piero Ciampi - sigarette, vino ingeneroso, inettitudine, autoironia feroce che arriva all’osso - ma quanti lo conoscono? E Saba poi? È difficile. Mi verrebbe da dire - non ridete - Franco Califano, per quel modo insieme caustico e intimo, timido e sfacciato che hanno entrambi di parlare di donne e sentimenti, per l’egocentrismo smisurato che diventa lirico, per quel gusto comune dell’invettiva, e per l’identificazione col proprio territorio: Roma, Trieste. Ma la sapienza compositiva? La ricerca? E il tormento esistenziale di Saba? Allora meglio Luigi Tenco.

Slataper poi è il cantautore-poeta che cerca sempre un altrove da cui gli possa arrivare una cura, una salvezza, affascinato dalle cose dello spirito, ma con un indomabile fondo di razionalità, come Battiato. In bello, però: lui sì che avrebbe furoreggiato nel mondo dei media di massa e dei social media. Non trovo un De Andrè. A meno che non sia Tomizza, con la sua abilità di tratteggiare un mondo di popolo e scomode verità, con la sua sensibilità per l’altro e la sua capacità di raccontare la storia vera di una ragazza (di Petrovia). Rilke è Nick Cave. Cergoly è Jannacci. Giotti non so bene se Pino Daniele o Lucio Corsi. Ognuno può continuare.

Ma con Joyce il giochino riesce meglio, poco da fare. A dimostrazione di quella sua dimensione iconica che più facilmente rievoca l’aura delle star musicali. Resta il mistero di un successo che non corrisponde a fruizione. Lo scrittore di successo meno letto, si diceva. Servirebbe una superstar, oggetto di culto, che quasi nessuno ascolta. Forse Bob Dylan. Uno che ha scritto un mondo di roba di cui, se va bene, conosci due canzoni degli esordi, come quel “paio” di racconti di “Gente di Dublino” che tante persone, in effetti, hanno letto.

Alla fine, come tutte le alchimie che funzionano, gli ingredienti del successo di Joyce rimangono misteriosi, appena adombrati. C’entra il suo carisma personale, certo: la mitologia dell’artista un po’ maudit, alcolista e donnaiolo (perché poi? Uno che è stato con la stessa donna per 37 anni. Perché andava nei bordelli? Tutti ci andavano), e quella, più meritata, dell’artista che segue in modo intransigente la sua vocazione. C’entra anche la fama dell’opera irta di complessità, quasi inaccessibile, perché è una straordinaria calamita, attraente come ogni sfida che, no, adesso no, ma che un giorno potremmo anche aver voglia di affrontare. E sì, dico di sì, qualcosa avrà a che fare anche la bellezza di alcune di quelle pagine più note e accessibili, della sconvolgente profondità e del fascino dei “Dublinesi”. Ma il suo mistero resta chiuso in lui. E non poteva che essere così per un melomane di 143 anni. Di nuovo auguri, JJ. —

Riccardo Cepach *responsabile Museo della Letteratura di Trieste

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