Al via la nuova stagione di 21 Art Gallery, ecco le mostre

Gonzalo Borondo ed Emma Talbot inaugurano la stagione autunnale della 21 Art Gallery. Nella sede di Treviso Borondo espone vetri astratti. A Padova dal 25 settembre Talbot indaga i corpi con dipinti su seta

Elena Grassi
La mostra di Borondo
La mostra di Borondo

Gonzalo Borondo ed Emma Talbot, due autori originali, sintonizzati con il presente e affermanti sul panorama contemporaneo internazionale, inaugurano la stagione autunnale della 21 Art Gallery, spazio artistico e sociale no profit fondato da Alessandro Benetton e Davide Vanin.

Borondo con la suggestiva mostra di vetri stampati, graffiati e pitturati, intitolata Sull’imbrunire, aperta da giovedì scorso nella sede di Treviso in viale della Repubblica (fino al 22 gennaio 2027) e Talbot con coloratissimi dipinti su seta, allestiti nell’esposizione Ancestral Energies. Transformations of Mind and Matter nella sede di Padova in via San Francesco, dal 25 settembre al 30 gennaio 2027, entrambe curate da Cesare Biasini Selvaggi (ingresso libero).

Abbracci che sembrano muoversi in una spirale, montagne di corpi in trasparenza che tendono all’assoluto, interni di un palazzo antico intrisi di un rosso abbagliante, ma anche teste indefinibili, una casa che pare incendiarsi, figure di divinità classiche che si sovrappongono compenetrandosi.

Sono queste le visioni emerse spontaneamente dall’inconscio di Borondo e trasferite su lastre di vetro che per la prima volta, in un unicum esposto a Treviso, sono ricoperte nel retro da fogli d’oro e d’argento, solcati con una gestualità impulsiva in forme lucenti su sfondi neri.

«L’oro e l’argento non sono colori ma sono materiali», spiega l’artista, «il colore può diventare qualcosa di decorativo mentre il materiale diventa qualcosa di simbolico che, messo assieme al nero petrolio e a qualche colpo di rosso, ci restituisce lo spirito del tempo che viviamo. Petrolio, oro e carne sono elementi arcaici che però parlano anche della conflittualità del nostro presente, come tutto il corpus di opere in mostra».

Nei grandi agglomerati figurativi come Trittico della Discesa, Frangia e Babel, le anatomie umane si stipano e si sfaldano, mentre in composizioni di più cruda essenzialità come Cavallo, Eclisse o Uomo Luce, l’immagine riaffiora con la solennità di una lastra fotografica di inizio Novecento o di una reliquia dimenticata, e poi c’è Club, una “tavolata” che ricorda l’Ultima cena, omaggio ai soci della 21 Art Gallery.

«La dimensione del sacro è inseparabile dalla dimensione dell’arte», continua Borondo, «perché sono i due modi che hanno permesso all’uomo di parlare dell’invisibile. Io sono figlio di un restauratore di arte sacra ed è naturale che questo immaginario esca: liberandolo dall’aspetto dottrinale però lo rendo contemporaneo pur mantenendo intatto il mistero del divino». L’artista, nato a Valladolid nel 1989, ha cominciato la sua carriera sulle vetrine dei negozi sfitti di Madrid, che ricopriva di vernice bianca per poi graffiarla, fingendo così di ripulire la superficie a fronte dei controlli della polizia locale.

Una tecnica che è diventata la sua marca autoriale e un atteggiamento di apertura al mondo che ancora oggi permette alle sue opere di emozionare chiunque abbia la possibilità d’incontrarle.

La ricerca artistica della britannica Emma Talbot, in esposizione a Padova da venerdì prossimo, è rivolta invece al concetto di trasformazione, intesa come flusso perenne che accomuna l’esperienza umana e la materia del mondo naturale, integrando figurazione, astrazione e motivi decorativi per mappare le dinamiche che attraversano lo spazio e la psiche.

I corpi sono privi di volto e strutturati come avatar, dotati di arti multipli e anatomie espanse, restituendo la complessità dei nostri stati mentali, delle nostre proiezioni e memorie. Gli sfondi su cui si stagliano sono invece scenografie oniriche. «Superando la prospettiva antropocentrica, che intende l’uomo come fulcro attorno a cui ruota tutto», scrive il curatore Biasini Selvaggi, «il lavoro di Talbot contesta la presunta separazione tra uomo e cosmo, collocandoci all’interno di una rete complessa e interconnessa tra le varie specie presenti nell’ambiente. In un’epoca segnata dall’accelerazione tecnologica e dalla crisi ecologica, la pittura di Talbot ricorda come l’immaginario virtuale e l’intelligenza artificiale dipendano estensivamente dalle risorse fisiche della Terra. La mostra Ancestral Energies invita lo spettatore a riscoprire la meraviglia per il mondo naturale e ad abbracciare una responsabilità condivisa, suggerendo che solo riconoscendo la nostra profonda integrazione con la materia possiamo figurarci un futuro sostenibile».

 

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