Giorno del Ricordo, il grido degli esuli: «Italiani come voi»

Storie di resistenza, dolore e rinascita nel libro della giornalista Itti Drioli nata a Isola. Il padre creò il Cln istriano e fu arrestato dai titini. «Ma da lui mai una parola d’odio»

Pierluigi Sabatti

“Italiani come voi – Una storia di resistenza ed esilio tra Istria e Italia”. Il titolo di questo libro nasce da un grido spontaneo dell’autrice davanti alle immagini televisive di file di profughi nell’estate del ’98 o ‘99: «È un grido inaspettato. Non esprime rabbia o rancore, ma il dolente bisogno di uno sguardo». scrive Itti Drioli nell’introduzione e spiega: «Voltatevi, siamo quelli dell’esodo, abbiamo lasciato il deserto dietro, ci siamo portati via anche i morti nelle bare!».

Itti Drioli è nata a Isola d’Istria nel 1947, quando l’Istria era ancora italiana ma occupata dall’Armata jugoslava. Rifugiata a Trieste con la famiglia nel ‘53, ha lavorato al Piccolo e al Quotidiano nazionale a Roma come giornalista parlamentare ed editorialista politica. Questo è il suo primo libro (Solferino, 280 pagine, 18,50 euro). Un’opera densa, con pagine commoventi, che è nel contempo saga famigliare, ritratto di città – Isola e Trieste –, ricostruzione storica degli eventi che travolsero le popolazioni e i confini in riva all’Adriatico Orientale.

Perché questo suo libro, proprio adesso?

«Perché era in gestazione da 30 anni e doveva uscire. La storia ce l’avevo dentro, l’ho vissuta e soffocata e forse l’ho scritta così tardi perché solo adesso ero in grado di rivivere quel dolore».

Nel libro giganteggia la figura di suo padre, Luigi Drioli, un uomo che ha combattuto i totalitarismi del ’900, ci parli dell’attività politica.

«Mio padre veramente ha attraversato tutto il secolo scorso con le sue ideologie. Nato nel 1902, si è nutrito di irredentismo sull’esempio del fratello, Augusto, morto in carcere sotto l’Austria. Papà era legatissimo ai principi di Mazzini e alla sua cultura democratica, non solo patriottica. Ha aderito prima al Partito repubblicano, poi quando i repubblicani sono passati con Mussolini, lui è passato con Giustizia e Libertà. Arrestato un paio di volte dai fascisti, con l’armistizio dell’8 settembre del ’43 convoca gli amici antifascisti a casa sua e fonda il Cln dell’Istria, al quale aderiscono anche comunisti italiani e sloveni. Fino a quando non arriva il Fronte popolare sloveno che sfascia tutto e crea un Comitato di fedelissimi. Mio padre non si sottomette, crea un Cln clandestino, questa volta non contro i nazifascisti, ormai dileguati, ma contro gli occupanti titini. Una doppia resistenza, solo in Istria….».

Lui ha scelto di rimanere quindi.

«Sì, gli altri del Cln si rifugiano in zona A, lui resta. Fa da collegamento con Trieste: “M’ imposi il dovere di restare”, ha scritto nei suoi appunti di memorie. E nel ’48 finisce in carcere: ai lavori forzati per 7 anni, 6 mesi e 7 giorni, subendo interrogatori, torture e continui spostamenti. Lo accusano di terrorismo, di essere una spia degli “imperialisti”, un attivista del Cln che, come scrivo nel libro, per gli slavi era un “nemico più nemico dei fascisti”. Mia mamma resta a Isola con quattro figlie da far crescere, io, la più piccola, di neanche un anno. Viene liberato nel 1955 grazie al memorandum di Londra che restituisce Trieste all’Italia e consegna l’Istria alla Jugoslavia.

E dell’uomo, del “papaci” di famiglia, che ricordi?

«Era un patriarca, autorevole, ma contemporaneamente allegro e saggio, con un grande rispetto per tutti. Per questo, pur soffrendone, non mi fu ostile, quando, diventata adulta, io mi avvicinai al Pci di Berlinguer. La politica era la nostra passione, discutevamo molto e una volta gli è scappato uno schiaffo, l’unico.

Nel 1975 in un coraggioso discorso il senatore Paolo Sema, nato a Pirano, scappato a Trieste perché, pur essendo comunista, non si era schierato con Tito, pronunciò l’indicibile nel Pci triestino: diede a quella parte della Storia del maggio ’45 il nome che le spettava: occupazione. In me si sciolse un grumo. Corsi a casa a farne partecipe mio padre e avemmo un confronto profondo e pacificatorio».

Racconti la cacciata dalla vostra casa di Isola il 6 novembre 1953, proprio quando a Trieste ci fu la manifestazione per l’italianità che costò 6 morti.

«Un trauma che mi ha reso muta per giorni ed è rimasto dentro per anni e che ho cercato di rimuovere. Il ricordo più intenso e straziante è vedere mia mamma, fragile, indifesa, strattonata dai miliziani che le sputavano addosso».

Nel capitolo “Ricominciare” racconta l’arrivo a una Trieste che a lei bambina sembra “in grigio”.

«Rispecchiava il mio stato d’animo di quel giorno, una piccola esule costretta ad abbandonare la luminosità di Isola».

Tra coloro che aiutarono suo padre a riavviare la sua attività di commerciante fu Antonio Fonda Savio, il marito di Letizia Svevo.

«Erano insieme nel Cln, e si stimavano reciprocamente. Credo poi che il colonnello l’avesse fatto anche pensando ai suoi tre figli morti in guerra. Ho rilevato che nei momenti più difficili l’aiuto arriva da persone inaspettate e si apre così una luce di speranza».

È questa luce di speranza che fa sì che nel suo libro non ci siano odio e rancore e che esso rilevi anche i misfatti commessi dagli italiani?

«È l’esempio di mio padre, mai sentito una parola di rancore da parte sua. Scrivendo, anzi studiando prima di scrivere, ho tentato di capire le ragioni dell’una e l’altra parte, e, per quanto ne so, di non ignorare le rispettive responsabilità».

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