Il nuovo libro di Gad Lerner: «Ricordare Auschwitz oggi significa parlare anche di Gaza»

Il giornalista presenta a Udine, al Teatro Nuovo, il libro scritto con il rabbino Riccardo Di Segni e riflette su antisemitismo, Palestina e responsabilità morale dell’ebraismo contemporaneo

Fabiana Dallavalle
Gad Lerner
Gad Lerner

Per un dialogo sull’ebraismo al tempo della guerra è ospite martedì 20 gennaio, alle 18, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano, Gad Lerner, che è atteso in città grazie all’iniziativa del Comune di Udine - Biblioteca Civica Vincenzo Joppi e della Fondazione Teatro Nuovo Giovanni da Udine.

 

Durante l’incontro, in cui verrà presentato il nuovo libro “Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente” (Feltrinelli 2025), scritto insieme al Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, Lerner sarà accompagnato dalla professoressa Milena Santerini, direttrice del Centro di Ricerca sulle Relazioni Interculturali e vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, una delle massime esperte italiane di educazione interculturale, contrasto all’antisemitismo e memoria storica.

Nato a Beirut e cresciuto in Italia, Lerner ha attraversato mezzo secolo di storia del giornalismo italiano mantenendo una posizione sempre critica e attenta alle trasformazioni sociali.

In televisione come sulla carta stampata, la sua voce racconta conflitti, migrazioni, identità e scontri culturali, diventando un punto di riferimento per chi cerca nella narrazione dell’attualità profondità e complessità. Qual è la sua posizione dopo quanto accaduto e accade tutt’ora in Palestina?

«Io che pure sono altrettanto preoccupato e allarmato del Rabbino capo di Roma Di Segni che è la principale autorità religiosa dell’ebraismo italiano, come lui, non meno di lui sono allarmato dall’ostilità antiebraica che riesplode in forme di minaccia o addirittura di azioni violente, non posso separare questo allarme dalle cause di questa ondata nuova. Questo è il punto del mio dissenso, detto con brutalità e in estrema sintesi: noi abbiamo il dovere di ricordare Auschwitz e di continuare lo sforzo che non arriverà mai a compimento di capire come sia stato possibile, ma oggi diventa impossibile farlo senza parlare anche di Gaza. Questa convinzione indispettisce una componente maggioritaria dell’ebraismo italiano, stiamo parlando di pochi e da questo punto di vista sono consapevole di trovarmi in una condizione di minoranza e di dissenso. Sono grato al Rabbino capo di Roma che ha cercato questo dialogo con me, perché naturalmente non sono solo, ci sono altre voci per fortuna sia in Italia che in Israele che vogliono incoraggiare un pensiero critico all’interno dell’ebraismo mondiale e dello Stato di Israele. Credo che se il Rabbino ha voluto parlare con il dissidente che altri nella comunità ebraica trattano come un traditore, qualcuno da censurare, dipenda dal fatto che il momento è drammatico per il nostro futuro, rischiamo una catastrofe morale del nostro mondo. Nessuna indulgenza all’antisemitismo, ma come si fa a contrastarlo senza comprendere il moto di comprensione e solidarietà per il popolo palestinese? ».

Lei ha firmato una petizione contro la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania. Con quali conseguenze?

«Lo abbiamo firmato in circa duecento ebrei italiani. Certamente il fatto che lo dicessimo con parole così chiare ha provocato una furia dei portavoce istituzionali delle nostre comunità che hanno ipotizzato l’espulsione e la scomunica. Ma non stiamo a fare del vittimismo. Siamo comunque persone privilegiate a stare fuori dalla guerra. Dobbiamo continuare a stare su due fronti. Penso anche alla città di Udine. L’invito del comune che mi è arrivato mesi fa, nei giorni precedenti allo svolgimento della partita Italia-Israele, addirittura mi avevano chiesto se fossi stato disponibile a venire prima per fare un dialogo pubblico. Comprendo il dilemma: come si fa a fingere che si possa giocare a calcio ignorando il massacro in corso. Io non potevo in quei giorni ma sono contento che si sia messo qualche mese di riflessione in mezzo. Spero che questa sera invece ci sia il clima per ragionare pacatamente. È un tema grossissimo che una città come Udine, non lontana dalla Risiera di San Sabba rifletta su quali lezioni dobbiamo trarre dalla storia, quanto forte il pericolo della smemoratezza su quanto avvenuto ottant'anni fa senza che tutto venga cancellato e rimosso dai crimini perpetrati dal governo e dalle Forze armate israeliane contro il popolo palestinese. Sono che è difficile tenere insieme questi due elementi ma ne abbiamo molto bisogno».

E a proposito della circolare del Ministro Valditara per censire gli studenti Palestinesi?

«In Italia purtroppo c’è una parte della classe dirigente che si erge a paladina degli ebrei e vorrebbe una legge speciale di contrasto all’antisemitismo, ma poi adopera contro i mussulmani e i Rom lo stesso linguaggio razzista dei tempi bui. Magari demonizzando chi solidarizza coi palestinesi assimilandoli tutti quanti a Hamas».

Per noi che osserviamo quanto accade a Gaza e in Cisgiordania è difficile comprendere perché Netanyahu non sia ancora stato espulso con altri impresentabili del suo governo dalla società civile israeliana.

«Come è possibile è la domanda che questa sera con Milena Santerini, accanto e probabilmente ci aiuterà a rispondere alla stessa domanda posta riguardo agli avvenimenti di Udine del 1943-45. Come è stato possibile che la gente trovasse normale che cinque anni dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia, presentate come una forma di separazione degli ebrei dal resto della popolazione fatta perfino “a loro tutela perché non bisognava confondersi , assimilarsi”, come è stato possibile che le persone perbene , normali, considerassero digerito un fatto normale che i bambini ebrei non potessero frequentare le scuole, che i professori non potessero insegnare…quando si risponde alla prima domanda, quella relativa a noi, cittadini di Udine, forse riusciremo a rispondere alla sua domanda. Come è possibile che gli israeliani non abbiano espulso Netanyahu? Perché il fanatismo è un virus contagioso che cresce attraverso la paura, l’idea che stiamo vivendo un pericolo mortale, che altri non siano esseri umani uguali a te, perché aggiungo, dalla Shoa si possono trarre anche lezioni sbagliate fra ebrei: visto che la Shoa dimostra che quando ci perseguitano vengono a prenderti a casa, e nessuno ha mosso un dito, con questa lezione della storia ne deriva che non solo dobbiamo difenderci da soli ma dobbiamo diventare cattivi, usare le armi più tremende»

Riproduzione riservata © il Nord Est