Cavazzin, il cinema veneto guarda al domani: «Chiamateci Onda Nova»
Il Festival delle Idee, all’M9 a Mestre, dedica due giorni alla Veneto Wave. Dall’incontro sul documentario al racconto con Bugaro e Scomazzon. Il regista vincitore a Locarno Cavazzin: «La nostra libertà si traduce in originalità»

Marco Cavazzin, ventiseienne moglianese, è lo sguardo più giovane del nuovo cinema Veneto, fresco vincitore a Locarno del premio per la miglior regia nella sezione Pardi di domani con il suo cortometraggio Mutrion. Sarà uno dei protagonisti della due giorni sulla Veneto Wave al Festival delle Idee, in corso al museo M9 di Mestre, dove venerdì 25 alle 18 ci sarà l’incontro sul documentario con i registi Antonio Padovan e Giovanni Pellegrini, Chiara Andrich (produttrice), Maria Roveran (attrice) e Joe Schievano (musicista), e alle 19 si parlerà di racconti con gli scrittori Romolo Bugaro, Francesco Maino, Francesco Targhetta e Giulia Scomazzon. Cavazzin interverrà sabato 26 alle 18.30 sul tema “Il cinema che avanza tra fiction e doc d’autore: fratelli maggiori e minori” con i colleghi Francesco Montagner, Alessandro Padovani, Alessandro Rossetto e Michele Sammarco. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria su festivalidee.it.
Cavazzin, cos’è la Veneto Wave?
«Un’etichetta giornalistica che noi registi vorremmo sostituire con Onda Nova, che ci rappresenta molto di più di un termine inglese. Abbiamo tutti uno stile personale, ma ciò che ci accomuna è il narrare in modo moderno un posto poco narrato come il Veneto, con un linguaggio poco sentito al cinema come il dialetto, con storie radicate in provincia ma dal respiro universale, tanto da piacere all’estero».
Da dove nasce questo fenomeno?
«Rispondo con una massima: andare via vuol dire scoprire, non conoscere, ti conosci solo quando torni a casa. Noi siamo tutti andati via e poi tornati in Veneto, Sossai da Berlino, Montagner da Praga, Padovani da Roma, io da Milano, e ci siamo riconosciuti in queste nostre origini».
Perché ha successo l’Onda Nova?
«Forse proprio perché nessuno di noi si preoccupa di fare film che abbiano successo: questo ci consente un’enorme libertà creativa che si traduce in originalità e rende le nostre opere interessanti. Siamo spinti dall’urgenza di esprimerci, a nostro modo e con le storie che abbiamo dentro, e questa autenticità arriva al pubblico».
Il cinema italiano è in crisi: zero film a Cannes e Berlino, zero premi in concorso a Venezia, cosa sta succedendo?
«Difficile a dirsi. Se guardo alla Francia, vedo un livello molto alto in termini di sforzi produttivi, com’era per noi negli anni Sessanta; però vedo anche molti nuovi registi italiani che stanno scalpitando per emergere. A Venezia c’era I figli della scimmia, un’opera prima, realizzata da Tommaso Landucci, un bel film. Il cinema italiano non è morto, come tanti dicono, e nei prossimi vent’anni uscirà una generazione di autori bravi».
Com’è nata l’idea di fare il regista?
«Ce l’avevo fin da piccolo, a sei anni prendevo la cinepresa di mio papà e facevo i filmini con i miei amici. L’amore per i cinema è nato come azione, mi piaceva mettere le persone a fare cose, solo dopo mi sono appassionato a guardare i film. Devo molto all’Istituto Salesiano San Marco alla Gazzera, che ho frequentato nell’indirizzo di tecnologia, grafica e comunicazione, perché era molto pratico e ci metteva in contatto con fotografi, registi, attori, facendoci già iniziare la “gavetta” a quindici anni».
Qual è l’ostacolo più grande per un esordiente?
«Trovare un produttore che si fidi di te prima che tu abbia mai realizzato qualcosa e che abbia il coraggio di credere solo nella tua idea. Il cinema è, in fondo, una grandissima bugia e l’unico modo per far sì che qualcuno ti ascolti è essere sicuro della tua bugia e io ne ero sicurissimo, così ho trovato i giovani produttori di Etimo che mi hanno creduto e insieme, con Mutrion, abbiamo dimostrato di potercela fare».
Come si diventa regista oggi?
«Devi vivere per questo, devi avere fame di realizzare la tua idea, e impuntarti finché puoi. Il mio consiglio è di cominciare scrivendo, che non costa niente, e poi convincere qualcuno a sposare la tua follia, produttori disposti a rischiare ce ne sono ancora, pochi, ma ci sono».
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