I diari di guerra di Kurkov: «Ora descrivo la violenza che è diventata normalità»

È un popolo che non rinuncia alla «gioia di vivere» quello raccontato dallo scrittore ucraino Andrei Kurkov tra le pagine di Diario di un’invasione (Keller, 2023) e La nostra guerra quotidiana (Keller, 2025)

Costanza Valdina
Andrei Kurkov
Andrei Kurkov

È un popolo che non rinuncia alla «gioia di vivere» quello raccontato dallo scrittore ucraino Andrei Kurkov tra le pagine di Diario di un’invasione (Keller, 2023) e La nostra guerra quotidiana (Keller, 2025).

Oggi pomeriggio, 4 gennaio, alle 18 l’autore sarà ospite della rassegna Una Montagna di Libri nel palazzo della Poste a Cortina, in dialogo con Francesco Chiamulera.

Come l’ha cambiata la guerra? E come ha influenzato la sua scrittura?

«Prima di tutto ho cominciato a parlare più che a scrivere. E naturalmente, per due anni e mezzo, mi sono completamente allontanato dalla narrativa: non riuscivo a inventare storie, potevo solo raccontare quelle reali, le vere tragedie. Quando finalmente mi sono riavvicinato – nel luglio 2024 – ho realizzato che la mia autocensura era scomparsa. Prima di Bucha e Irpin non riuscivo a descrivere scene violente, di sangue o dolore fisico. Ora è diventato facile. Le atrocità russe hanno legittimato la descrizione di qualsiasi crimine di guerra immaginabile. La violenza è diventata la normalità, non esiste più una linea rossa tra ciò di cui si può e ciò di cui non si può scrivere».

Sostiene che l’umorismo sia l’unica medicina efficace per il popolo ucraino. In che modo riesce ad attenuare paura e sofferenze?

«Esistono molte forme di umorismo: amaro, triste, nero, cinico e nostalgico. L’umorismo non può rendere felice una persona che non lo è, né eliminare la sofferenza per la perdita dei propri cari. Ma può restituire speranza ed energia. Se riesco a sorridere significa che sono vivo, che sono pronto per il domani. Nei primi sei, otto mesi dell’invasione su vasta scala furono i soldati ucraini a registrare video divertenti al fronte e a inviarli agli amici. Quello spirito motivava i civili: le persone li condividevano sui social come fossero vitamine».

Negli ultimi quattro anni ha scritto due diari di bordo. Quanto è cambiata la società che ha raccontato? E come immagina che uscirà dalla guerra?

«In questi anni l’umore degli ucraini è cambiato almeno quattro volte. All’inizio, nel febbraio 2022, c’erano shock e incredulità. Poi, quando l’esercito ucraino ha liberato la regione di Kyiv e quella di Kharkiv, sono arrivati entusiasmo ed euforia. Nel 2023, dopo le controffensive infruttuose, è subentrato il pessimismo. Oggi la maggior parte degli ucraini è diventata realista: vive giorno per giorno, intensamente, aspettando che ne arrivi un altro. All’inizio c’era una solidarietà enorme, quasi incredibile: tutti aiutavano tutti. Ora questo spirito si è affievolito, anche perché ce n’è meno bisogno. Oggi la società è fisicamente divisa, a differenza del 2022: milioni di rifugiati all’estero, milioni di sfollati interni, e un numero imprecisato di persone nei territori occupati. Ogni gruppo ha esperienze, idee e atteggiamenti diversi. È difficile immaginare come sarà la società dopo la guerra. Di certo l’Ucraina sarà diversa, con ucraini diversi: più concreti, ma sempre individualisti, come siamo sempre stati. Sono convinto che la ricostruzione del paese distrutto genererà nuova energia e pathos. E credo anche che la società diventerà molto più combattiva ed esigente nei confronti dei politici».

Le storie che ha raccolto dimostrano che la società non sta rinunciando alla propria quotidianità. Cosa alimenta questo spirito resiliente?

«Il fatto che, in quasi quattro anni, la Russia non sia riuscita a distruggere né il paese, né l’esercito, né Kyiv dimostra quanto gli ucraini siano forti e testardi. La routine – le abitudini quotidiane – fa sentire le persone al sicuro, dà l’illusione che la vita abbia un ordine stabile e che sia impossibile spezzarne il ritmo. Quando la Russia ha cercato di sconvolgerla, gli ucraini hanno reagito rafforzandola. Mantenere le proprie abitudini è diventato un vero e proprio atto di resistenza».

Ha ammesso di essere moralmente preparato al fatto che i suoi libri non verranno pubblicati in russo, la lingua in cui li scrive. È una rinuncia dolorosa?

«Dalla caduta dell’Urss nel 1991, ho partecipato a centinaia di discussioni sul ruolo e sul futuro della lingua russa in Ucraina. Quindi l’esito dell’aggressione russa non mi ha sorpreso. Io stesso oggi non riesco a leggere libri in russo: leggo in ucraino, inglese, francese. Posso però ascoltare audiolibri in russo; pochi giorni fa, per esempio, ho ascoltato l’autobiografia di Konstantin Paustovskij, uno scrittore russo che viveva a Kyiv cento anni fa. Ascoltare è psicologicamente meno impegnativo: leggere è una scelta consapevole, richiede uno sforzo. Quello che è successo ai miei libri in russo non lo vedo come una resa, ma come l’accettazione della realtà. I nuovi lettori ucraini non leggono in russo, leggono in ucraino e in inglese. Non a caso, nelle librerie i libri in inglese hanno quasi completamente sostituito quelli in russo. Da almeno tre anni i librai non vogliono più venderli. Non c’è un divieto ufficiale: si possono comprare online o si possono stampare. Ma esiste uno stigma sulla lingua russa, simile a quello che colpiva il tedesco dopo la Seconda guerra mondiale. Lo prendo con filosofia».

Come reagirebbe la popolazione a un accordo che sacrifichi i territori per i quali ha dato la vita? E chi potrebbe avere l’autorità di sottoscriverlo: solo il presidente o anche i cittadini?

«Secondo i sondaggi condotti da diverse Ong e istituzioni, la maggioranza degli ucraini è contraria a qualsiasi accordo che preveda territori in cambio di pace. Nessun politico lo firmerebbe: sarebbe un suicidio e verrebbe ricordato come un tradimento. La costituzione non prevede referendum sulle questioni territoriali, né può essere modificata durante la guerra. Di conseguenza, qualsiasi decisione in questo senso sarebbe illegittima. Alla fine spetta al presidente firmare eventuali accordi con lo stato nemico per porre fine al conflitto».

Racconta che il suo vicino di casa Tolik ha deciso di non radersi fino alla fine del conflitto. Quanto pensa possa crescere ancora la sua barba?

«Tolik ha lasciato crescere la barba per più di un anno e mezzo, forse anche di più. A un certo punto ho iniziato a notare che a volte era più corta. Ogni volta negava di averla tagliata. Poi sua moglie Nina mi ha confessato in segreto che era lei a spuntargliela di notte, mentre dormiva. Due mesi fa, purtroppo, Nina è morta di cancro. Ora Tolik è solo e la barba ha ricominciato a crescere senza l’intralcio delle forbici. Non parla più né di vittoria né della sua barba: è diventato molto silenzioso».

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