Claudio Amendola: «I miei Cesaroni? Come non aver mai smesso»
L’attore romano sarà ospite a Villa dei Cedri a Valdobbiadene, per Sorsi d’Autore. Dal ruolo di Giulio alla passione per la cucina, fino all’ispirazione per le nuove generazioni: «Incontro spesso giovani interpreti, bisogna trovare il fuoco che fa bruciare le emozioni»

Dai Cesaroni alla passione per la cucina all’ispirazione per le nuove generazioni. La rassegna Sorsi d’Autore fa tappa il 26 giugno a Villa dei Cedri a Valdobbiadene, nel cuore delle Colline del Prosecco. Ospite della serata promossa da Fondazione Aida è Claudio Amendola, tra i volti più amati del cinema e della televisione italiana protagonista dell’incontro con degustazione in programma alle 21, moderato dal giornalista Luca Telese (fondazioneaida.it).
Quest’anno ha riaperto le porte della storica bottiglieria romana, con I Cesaroni-Il ritorno. Com’è stato rientrare in quei panni?
«La verità, ed è una cosa che ho notato anche negli altri attori della mia età, è che avevamo i personaggi in tasca. È stato come se avessi smesso la settimana prima. Emozione notevole, con alcune new entry come Ricky Memphis e Lucia Ocone, a me molto care; bello trovarli al mio fianco, sono attori consumati, molto Cesaroni “dentro”. I nuovi ragazzi del cast sono stupendi: erano fan della serie, entrare in questa storia è stato speciale per loro».
Che effetto fa essere ospite in un ambiente come quello delle Ville venete?
«Provo una grande curiosità. Ammetto di essere “a digiuno” di ville, ma il bello mi affascina da sempre. Come si dice in questi casi? Arrivo a braccia e pupille aperte».
C’è un punto d’incontro segreto tra la romanità e lo spirito veneto?
«Devo essere onesto? Sappiamo tutti che non corre proprio buon sangue tra le due. Però ci accomuna una cosa, sicuramente, e lì siamo proprio vicini: il goderci la vita. E ci allacciamo al discorso della buona tavola, del buon bere e dello stare in compagnia».
Ha canalizzato la sua passione per il cibo nella ristorazione. Che cosa rappresenta il rito di sedersi a tavola?
«Con un bel calice di vino davanti riusciamo a leggere meglio le persone, e a farci scoprire a nostra volta. La mia idea nasce da questo: ho aperto il primo ristorante nel 1990. Nel 2010 la passione è diventata un piano B che ha preso sempre più spazio nella mia vita: i ristoranti sono quattro, e ci stiamo guardando intorno. Amo la convivialità, lo stare a tavola con altre persone, le porte aperte e incuriosire i clienti».
Qualche anno fa ha affrontato un problema di salute che l’ha portata a cambiare abitudini.
«È stata una svolta felice: finalmente ho smesso di esagerare. La qualità della mia vita è migliorata e percepisco la soddisfazione regalata dal gustare un buon bicchiere di vino».
Negli ultimi anni ha scelto di mettersi spesso dietro la macchina da presa. Avere questa responsabilità l’ha resa un attore diverso?
«Mi ha trasformato in un uomo più paziente: mi sono reso conto che da attore non ero io a dover risolvere gli inghippi. Fare il regista non è un lavoro solitario ma di équipe, mi piace. Di sicuro non mi pongo la questione “Meglio dirigere o recitare? ”, o “Avrei preferito fare il calciatore o l’attore?».
È cresciuto respirando cinema, e oggi è maestro per molti ragazzi. Qual è il segreto del mestiere più importante, umano prima ancora che tecnico, che cerca di trasmettere?
«Mi capita spesso di tenere delle masterclass e di incontrare giovani attori con un entusiasmo meraviglioso; mi rendo conto che mi ritrovo a sparare loro addosso delle cose che non vorrebbero sentirsi dire. “Abbiate il talento di riconoscere se avete talento” è una delle frasi che esce più spesso dalla mia bocca: l’attore è il mestiere più bello del mondo ma è essenziale riconoscere sé stessi, capire se c’è potenzialità e se esiste quel fuoco che fa bruciare le emozioni. “Se vedete che campicchiate, che non succede, lasciate perdere”: qualcuno forse mi odia quando lo dico, ma è un consiglio paterno.
A cosa sta lavorando, e dove la rivedremo nel resto del 2026?
«Durante il resto dell’anno per vedermi dovrete venire nei miei ristoranti! A Roma mi si vede un po’ di più, certo. Stiamo pensando di aprire altri locali, magari all’estero, perché oggi lavorare in Italia è difficile: costi del personale, tasse, beghe burocratiche. Io e miei soci abbiamo circa 90 dipendenti, possiamo definirla un’azienda, non minuscola. Mi rendo conto che faccio gli stessi discorsi che hanno fatto tanti altri prima di me, però sì, l’Italia non è un Paese facile».
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