Stanchezza, caldo e polemiche dimezzano il Premio Strega a Selvazzano

All’appuntamento con “Una Selva di libri” ci sono solo Rui, Mari e Nucci. Assenti gli altri tre finalisti. Neppure una parola sul caso-Murgia

Cristiano CadoniCristiano Cadoni
I finalisti dello Strega a Selvazzano: da sinistra Michele Mari, la moderatrice Valentina Berengo, Matteo Nucci ed Elena Rui (foto Piran)
I finalisti dello Strega a Selvazzano: da sinistra Michele Mari, la moderatrice Valentina Berengo, Matteo Nucci ed Elena Rui (foto Piran)

Non è una sestina ma un terzetto quello che alla diciassettesima tappa del tour del Premio Strega approda a Selvazzano Dentro. Stanchezza, caldo e polemiche hanno dimezzato la comitiva, reduce da una mezza settimana che ha portato il più importante premio letterario italiano sulle colonne di destra dei siti web dei giornali come se gli scrittori finalisti fossero partecipanti del Grande Fratello o protagonisti di un classico caso di gossip estivo. Nel parco di Villa Cesarotti a Selvazzano li attende un pubblico di curiosi, sicuramente appassionati di letteratura, quasi certamente gli stessi che avrebbero trovato comunque, anche senza quella fastidiosa polemica che ha agitato il premio per quattro giorni, da giovedì scorso, il 18 giugno, al lunedì successivo. Ma – ci si può scommettere – qualcuno che è arrivato qui nella speranza di godersi una gustosa seconda puntata di polemiche tra scrittori, format non del tutto inedito ma nuovo per un premio che compie 80 anni e che sta vivendo un’edizione speciale in tutti i sensi.

 

Più di 400 persone hanno assistito al dibattito nel parco di Villa Cesarotti a Selvazzano (foto Piran)
Più di 400 persone hanno assistito al dibattito nel parco di Villa Cesarotti a Selvazzano (foto Piran)

Parco pieno, dunque. Quattrocento persone, forse anche di più, non sono poche – se si considerano le condizioni meteo – per un dibattito sui libri. Perché quello è, e nient’altro, l’appuntamento promosso nel cartellone della quarta edizione di “Una Selva di Libri”, la rassegna affidata alla conduzione di Valentina Berengo. Certo, mezz’ora di discorsi istituzionali tutt’altro che indispensabili forse non era quello che il pubblico avrebbe voluto come preambolo, ma la vetrina è prestigiosa, la platea vasta e gli occhi di tutti sono puntati su questa serata, proprio per via di quanto accaduto negli ultimi giorni. Quindi c’è chi ne approfitta.

 

Breve riepilogo, per chi si è perso qualche passaggio o l’intera vicenda. Da venerdì scorso, 19 giugno, molti quotidiani, Repubblica per primo, poi con qualche altro dettaglio anche il Corriere, riferiscono di una discussione avvenuta a bordo del pulmino con il quale i finalisti (quattro quelli presenti nell’occasione) stavano raggiungendo Bisceglie in Puglia per l’undicesima delle diciannove tappe del tour promozionale che precede l’assegnazione del premio – uno stressante tour de force che probabilmente mette alla prova la resistenza dei partecipanti. Le ricostruzioni convergono sul fatto che lo scrittore Michele Mari, parlando con la padovana Elena Rui, avrebbe espresso una considerazione su Michela Murgia, la scrittrice sarda morta tre anni fa. Mari avrebbe detto che “era intransigente e violenta perché brutta e sfogava così la sua rabbia”. Parole che non sarebbero andate giù a Teresa Ciabatti, altra finalista a bordo del pulmino. Ne sarebbe nata una discussione. Quando esce la notizia, Mari nega di essersi espresso in quel modo e si scusa pubblicamente per la discussione.

L’incontro in Puglia, racconta chi c’era, si è poi svolto regolarmente ma è stato molto teso. Ciabatti poi diserta l’incontro successivo, pare per protesta. Il caso si gonfia al punto che la Fondazione Bellonci, che organizza il premio, prima stigmatizza l’accaduto, poi – mentre già si ipotizza l’esclusione di Mari, grande favorito alla vittoria con il suo I convitati di pietra (Einaudi), essendo quello che ha preso più voti nel passaggio dalla dozzina alla sestina – chiarisce che il concorso è tra opere e non sono previste squalifiche né ritiri. La lite, le presunte o riferite parole di Mari, il suo passo indietro e infine, lunedì 22 giugno, quelle di Ciabatti che conferma la ricostruzione fatta dai giornali ma smentisce che ci sia stata una lite furiosa, così come l’accusa di essere stata lei a diffondere la notizia, spengono l’incendio. Insomma, caso più o meno chiuso, anche se la lite c’è stata e anche se la spia del pulmino non è stata identificata. Ora, a due settimane dall’atto finale – previsto per l’8 luglio in piazza del Campidoglio – si torna a parlare solo di libri. Mari riparte dai 280 voti del turno precedente ma c’è chi scommette che pagherà cara questa settimana. Nel caso, il primo candidato ad approfittarne sarebbe Matteo Nucci, secondo con 242 voti per Platone. Una storia d'amore (Feltrinelli). Bianca Pitzorno è terza con 195 voti per La sonnambula” (Bompiani). Più staccati gli altri: Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori) ha 184 voti; Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi) ne ha 170 e la padovana Elena Rui con Vedove di Camus (L'orma) 163.

 

Da sinistra Elena Rui, Michele Mari e Matteo Nucci (foto Piran)
Da sinistra Elena Rui, Michele Mari e Matteo Nucci (foto Piran)

A Selvazzano però il favore della platea se lo contendono solo in tre e fra questi c’è Elena Rui che gioca in casa e arriva accompagnata da sua mamma. Mari – bisogna ammetterlo – è vincitore all’applausometro anche perché parte ammettendo di essere un fan del padrone di casa, cioè quel Melchiorre Cesarotti al quale è intitolato il parco: «L’ho studiato a lungo, ho scritto di lui, conosco ogni sua opera e colleziono le sue prime edizioni», dice. Ma gli altri non sfigurano, tutt’altro. Rui racconta delle sue Vedove di Camus, romanzo ibrido fra storia e finzione. «Parlo della morte di Camus e delle donne che lascia, in parte c’è ricostruzione e in parte invenzione», ammette la scrittrice che ora vive in Francia. «Di inventato c’è qualche pensiero, qualche azione che tuttavia è plausibile».

Anche Nucci si è messo alla prova con una vita, quella di Platone, ammettendo che «l’indagine è possibile, ma la ricostruzione è soggettiva». E però, attenzione, ammonisce lo scrittore: «Tutti crediamo di sapere chi era Platone, ma ne abbiamo un’idea distorta. Lui è per tutti il filosofo dell’utopia, del mondo ideale, dell’amore – per l’appunto – platonico. Ma non era affatto così. La parola utopia gli faceva schifo probabilmente, lui ha sempre voluto realizzare quello in cui credeva. E per amare, amava, cioè si dava da fare, altro che amore platonico. Si è immerso nelle vicende del suo tempo e ha fatto politica, sporcandosi le mani». Nucci svela anche l’identikit della voce narrante del suo romanzo, quello “straniero” che amava Platone ma – lui sì – in modo platonico. «Era un amico, amante di Platone, rappresenta gli amanti veri del filosofo».

A Mari invece Valentina Berengo non può non chiedere come sia nata l’idea che sta dietro il suo romanzo, che parla di una classe di liceo che istituisce una sorta di lotteria della morte, versando ogni anno una quota in un conto corrente in occasione della classica rimpatriata, e stabilendo che quella somma sarà poi ripartita fra i tre che vivranno più a lungo. «Mi fanno spesso questa domanda e io non ho una risposta precisa», ammette Mari. «Intanto io non ho mai avuto un bel rapporto con i miei compagni di classe quando facevo le superiori, ho recuperato nel tempo quando mi sono messo al pari con le cose che loro hanno fatto prima di me, quando ho smesso di essere astemio, quando ho iniziato ad amare. Ma l’idea forse è nata quando mi sono trovato davanti a una nostra vecchia foto, di quella terza A, in bianco e nero. Uno scatto del 1974 che mi ha fatto pensare alle foto dei defunti, di quelle che si mettono sulle lapidi. Così ho pensato a questa storia in cui i compagni muoiono presto e la vita diventa una gara a essere ultimi. Non tanto per i soldi ma per un gioco, un senso di impunità».

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