Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dall’8 ottobre
Le recensioni dei film in sala: “L’estranea” di Paolo Strippoli con Jasmine Trinca, scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, “Balcanica” di Nicola Sorcinelli, “Rider” di Roan Johnson e Dade e “L’albero di molto lontano” di Ben Gregor

Da Venezia agli Oscar: arriva in sala “L’estranea” di Paolo Strippoli, thriller - a forti tinte horror - con Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi. Finalmente un autore di genere sale in cattedra.
Il dramma dei migranti nel film di Nicola Sorcinelli, “Balcanica” con Matilda De Angelis: misurato e mai retorico, il film descrive il confine non solo come linea geopolitica ma anche come spazio dell’anima.
Rohan Johnson e Davide Pavanello (Dade) firmano “Rider”, una ventata di aria fresca nell’asfittico panorama italiano: mix intelligente di forme musicali, sociali e narrative.
Per gli amanti del fantasy e dei film per tutta la famiglia c’è “L’albero di molto lontano” di Ben Gregor: l’universo fantastico creato da Enid Blyton prende vita. Con Andrew Garfield e Clare Foy.
L’ESTRANEA
Regia: Paolo Strippoli
Cast: Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini
Durata: 115’
Voto: 7
Il diavolo, a volte, fuma sigarette sottili e veste un impermeabile beige in una piccola cappella di un ospedale, illuminata da una luce fiammeggiante come i fuochi dell’inferno. Lei è Valeria Bruni Tedeschi - un Faust cinico e seducente, capriccioso e carnale – che nel nuovo film di Paolo Strippoli, “L’estranea”, si presenta ad Anna (Jasmine Trinca) in un momento drammatico. Sua figlia Alice (Romana Maggiora Vergano da adulta) ha avuto un gravissimo incidente nella villa di famiglia durante una festa organizzata dal marito Walter (Adriano Giannini), erede della sartoria Colonna, nella Bari bene, quella dei parvenu che “ostentano e tutto il resto invidiano”. Il bianco abbacinante dei vestiti degli invitati si colora del sangue della bambina davanti agli occhi attoniti del fratello Tobia. Di fronte all’inevitabile serve un patto scellerato: vendere l’anima al diavolo, una vita per una vita in una spirale (come il titolo internazionale del film) che finirà per coinvolgere ogni singolo membro della famiglia, come dei novelli Buddenbrook.
Di più non si può svelare di un thriller psicologico, con incursioni decise nell’horror e nel sovrannaturale, che è stato presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia ed è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar nella categoria del miglior film internazionale. Strippoli, 33 anni, è uno dei pochi autori di film di genere, che ovunque fanno fortuna mentre qui l’industria li relega in una nicchia. Dopo l’esordio con “A Classic Horror Story”, originale rilettura dei canoni del terrore in chiave mafiosa, il carpenteriano “Piove” e “La valle dei sorrisi” sul dolore che si fa martirio, “L’estranea” impasta Goethe con Mann ma, soprattutto, rilegge il tema della maternità e del femminile attraverso uno sguardo inedito alle nostre latitudini, affidando a Jasmine Trinca un ruolo disturbante e più spaventoso dello stesso demonio che innesca l’inarrestabile reazione a catena.
La sua Anna, seguendo un ideale di perfezione, si trasforma in una figura terrificante e crudele, si macchia di un peccato originale non mondabile, prima in modo apparentemente innocuo, proiettando sulla figlia i propri desideri, poi attraverso la perversione di una scelta senza ritorno. Diviso in quattro capitoli (La figlia, Il figlio, Il Padre e La madre, oltre ad un epilogo) in un arco temporale che va dal 1999 ad oggi, il film di Strippoli corre avanti e indietro nel tempo, moltiplica e distorce gli effetti di quella scelta, fino al climax apocalittico e circolare sulle note antifrastiche di “Narcotic” dei Liquido (come stridente è la sovrapposizione della tragedia intima alla sequenza di euforia di massa per la vittoria ai Mondiali nel 2006 mentre in sottofondo suona “Nessuno” dei Baustelle). Come ogni film di genere, anche “L’estranea” si alimenta dalla tradizione: echi di “Seven” (la testa sul piatto di spaghetti), “Shining” (il sangue che sgorga dai rubinetti), “Velluto blu” (le formiche sul prato), “Bussano alla porta” (nel finale
escatologico) e una citazione esplicita di “Saw” sulla maglietta di uno dei personaggi, non collassano, però, nella semplice scorciatoia derivativa ma puntellano una visione personale in cui il male cova tra le mura di casa, all’interno di famiglie disfunzionali (lo erano quella di “Piove” così come quella del precedente “La valle dei sorrisi”) in cui lo zampino diabolico è solo un alibi, un semplice innesco.
E la filastrocca ripetuta ne corso di tutto il film (anche questa è una suggestione tipica del filone orrifico) sottolinea il processo di rimozione, il non volere vedere (come avviene per la sessualità di Alice) tipico delle famiglie di cui i Colonna/Buddenborck rappresentano il paradigma alto borghese: “Respiro a fondo, respiro piano, se chiudo gli occhi il male è lontano”. E, invece, quel male, alla fine, riaffiora, si ritorce contro, inonda e travolge tutto, come una piena in cui l’acqua assume anche una valenza amniotica. “L’estranea” (che chiude una ideale trilogia della pioggia) è tutto ciò che è altro fuori da noi e che si insinua nella famiglia e fa paura. Dopo l’anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, l’opera di Strippoli è stata scelta per rappresentare l’Italia agli Oscar nella categoria del miglior film internazionale. Marco Contino
BALCANICA
Regia: Nicola Sorcinelli
Cast: Matilda De Angelis, Babak Karimi, Ivar Wafaei, Giovanni Toscano
Durata: 86’
Voto: 6,5
Quando la musica viene proibita in Afghanistan, il direttore d’orchestra Nazar e suo figlio Jalil, suonatori di tuba, sono costretti a lasciare il paese. Il loro viaggio lungo la rotta balcanica verso l’Italia incrocia quello di Greta (Matilda De Angelis), una giovane dottoressa impegnata nella sua prima missione umanitaria. In “Balcanica”, Nicola Sorcinelli sceglie di raccontare il confine senza la retorica che spesso accompagna le immagini delle migrazioni. Ed è grazie a questa capacità di mantenere una misura che il film evita la trasformazione del dolore in spettacolo senza che i suoi protagonisti assurgano a figure esemplari di una tesi. Il regista lavora, soprattutto, sui gesti e sulle attese, lasciando che il paesaggio stesso diventi materia narrativa. Il confine non è soltanto una linea geopolitica, ma spazio dell’anima nel quale le vite sembrano sospese. “Balcanica” non si lascia irretire dalla tentazione del film di denuncia né ricerca l’immagine traumatica a tutti i costi.
Non forza all’indignazione, ma costruisce le condizioni perché lo spettatore possa osservare e interrogarsi. È una postura che avvicina “Balcanica” a “Trieste è bella di notte” di Andrea Segre, Stefano Collizzolli e Matteo Calore. Anche lì la rotta balcanica veniva raccontata opponendo alla violenza del confine uno sguardo rigoroso, capace di restituire dignità alle persone senza ridurle alla categoria di migranti. Se il documentario assumeva, però, una forma più esplicitamente politica, facendo emergere le responsabilità istituzionali e la pratica dei respingimenti, Sorcinelli si affida alla sospensione e alla sottrazione. Proprio questa rinuncia al sensazionalismo rappresenta la forza di “Balcanica”. Il film non alza la voce e non cerca scorciatoie emotive: lascia affiorare la violenza nei silenzi, nelle attese e nella precarietà dei corpi. Marco Contino
RIDER
Regia: Roan Johnson e Davide Pavanello
Cast: Lorenzo Aloi, Kaze, Mattia Mor, Claudio Santamaria
Durata 87’
Voto: 6.5
Presentato come film di chiusura fuori concorso della Settimana della Critica a Venezia 83, “Rider” è un film indubbiamente nuovo nell’asfittico panorama italiano e per diversi motivi. Pur non rappresentando una novità assoluta, i diversi aspetti che compongono il film, infatti, costituiscono, assemblati in
“Rider”, un mix intelligente di forme musicali, sociali e narrative. L’idea di mescolare, infatti, una storia di sottoproletariato e borghesia con musiche rap e pop e toni da tragedia greca, è un esperimento calibrato e interessante nel suo genere. Il film è infatti il risultato dell’incontro tra un regista e sceneggiatore, Roan Johnson, e un musicista e producer come Davide Pavanello detto Dade. Samuele, Sami, è un giovane rider che ogni giorno si muove in bici per le strade di una Milano abbastanza anonima, una Milano che sfrutta più che da bere. La notte di Capodanno, mentre la città esplode di luci, Sami consegna un enorme ordine di sushi in una lussuosa villa. Invitato a rimanere per la serata, incontra Nia, una ragazza con la testa sulle spalle, con cui scatta subito una forte connessione. Ma, mentre un nuovo amore muove i primi passi, Sami dovrà decidere se affrontare le conseguenze fatali di una decisione presa d'impulso. Noir metropolitano od opera rock? Amore al tempo e al suono del rap o provocazione metalinguistica? “Rider” è un po’ tutto questo, ma soprattutto inventa una formula narrativa in cui i brani non sono supporto narrativo, come nel musical, ma strutturano il film stesso, dandogli dialoghi e voci secondo i codici del rap. A tratti il film resta prigioniero della sua stessa gabbia, della sua soluzione narrativa, ma nel complesso è un’operazione positiva, anche grazie ai protagonisti, bravi Lorenzo Aloi e Kaze, e a una serie di parti in commedia di personaggi famosi, al limite del cameo, da Levante e Rosa Chemical a Margherita Vicario, da Enis e Axos a Johnny Marsiglia. Claudio Santamaria è il padre di Sami agli arresti domiciliari. Il film è in tour nel Veneto: venerdì 9 sarà a Treviso, alle 20.00, all’Edera, con presentazione di Roan Johnson e Lorenzo Aloi, mentre alle 20.30 sarà sugli schermi del Porto Astra, a Padova, con dibattito al termine della proiezione sempre con regista e interprete principale. Michele Gottardi.
L’ALBERO DI MOLTO LONTANO
Regia: Ben Gregor
Cast: Andrew Garfield, Claire Foy, Rebecca Ferguson
Durata: 110’
Voto: 6,5
Ben Gregor porta sul grande schermo l’universo fantastico creato da Enid Blyton, una delle più celebri e prolifiche scrittrici britanniche di letteratura per ragazzi del Novecento. “L’albero di molto lontano” è una nostalgica avventura per famiglie aggiornata ai nostri tempi. Quando Polly (Claire Foy), madre di tre bambini, si licenzia per motivi etici dal proprio lavoro di ingegnere (aveva progettato un frigorifero-grande fratello), si fa convincere dal marito Tim (uno scanzonato e tenero Andrew Garfield) a trasferirsi in campagna per coltivare pomodori. Una scelta che trova l’ostilità dei figli, dipendenti dalle tecnologie e ormai abituati a tenere gli occhi incollati sugli schermi. La scoperta nel bosco di un gigantesco albero incantato spalanca loro le porte di mondi meravigliosi e sempre diversi, popolati da creature magiche. Anche nella moderna era di iper-connessione, non è mai troppo tardi per ritrovare nel gioco, nella noia e nell’immaginazione un potente e visionario antidoto alle inquietudini del mondo adulto. Se la morale tecnologica finisce per risultare un po’ spicciola e la struttura episodica un po’ frastagliata, il film di Gregor (scritto da Simon Farnaby, già co-sceneggiatore di “Paddington 2” e “Wonka”) conserva, soprattutto negli inserti fantastici, un certo sapore artigianale (adorabilmente fuori tempo massimo) e riflette il piacere elementare della scoperta, trasformando proprio l’albero del titolo in una sorta di congegno narrativo, un anti-smartphone che obbliga a guardarsi intorno, toccare ed esplorare, abdicando alla virtualità di un dispositivo per abbandonarsi allo stupore. Marco Contino
Riproduzione riservata © il Nord Est








