Cinema al cento per cento, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 26 febbraio
Un luogo, quattro storie al femminile: è “Il suono di una caduta” di Mascha Schilinski. Christian Petzold incanta con “Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura”: profondamente semplice. L’esordio alla regia di Alberto Palmiero è da … tenere presente. Il biopic su “Chopin” non si discosta dal classico modello amore-arte-morte

“Il suono di una caduta” racconta quattro storie di donne, ambientate in epoche diverse, collegate tra loro dal luogo, una remota fattoria dell’Altmark, nel nord della Germania. Un’opera dal valore etico ed estetico alto: Premio della Giuria a Cannes.
In “Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura”, il regista tedesco Christian Petzold si conferma come uno degli autori più stimolanti del decennio, capace di sublimare il proprio cinema esistenziale in una forma semplicissima eppure di sconcertante profondità. Designato “film della critica” dal SNCCI.
Un po’ Moretti e un po’ Troisi, i sogni autobiografici di un aspirante regista diventano racconto malinconico e gentile in “Tienimi presente”, opera d’esordio di Alberto Palmiero. Refrattario e resiliente, indolente e poetico, al regista/attore si vuole bene dal primo minuto per quel suo modo di attraversare la vita e di affrontare le salite in un parossistico equilibrio tra rassegnazione e caparbietà.
“Chopin - Notturno a Parigi” di Michal Kwiecinski è un biopic sulla vita del musicista più tradizionale di quanto voglia sembrare. Non basta un po’ di musica elettronica alternata a mazurke e notturni per cambiare l’impostazione di un genere. Con una curiosità su Venezia …
Il suono di una caduta
Regia: Mascha Schilinski
Cast: Hanna Heckt, Lea Drinda, Lena Urzendowsky, Laeni Geiseler, Filip Schnack
Durata: 149’
Non sempre l’unità di luogo riesce a sostituirsi e a integrare l’assenza dell’unità di tempo: ma nel film di Mascha Schilinski l’operazione non solo riesce, ma assume un valore etico ed estetico molto alto: Il suono di una caduta narra quattro storie di donne, ambientate in epoche diverse, collegate tra loro dal luogo, una remota fattoria dell’Altmark, nel nord della Germania. Qui, tra la Grande guerra e i giorni nostri, come legate da un filo invisibile che le rende a specchio, crescono quattro giovani donne, Alma (Hanna Heckt), Erika (Lea Drinda), Angelika (Lena Urzendowsky) e Lenka (Laeni Geiseler).
Alma assiste, senza comprenderne del tutto il peso, a un segreto familiare legato all’amputazione di un parente, uno zio che, decenni dopo, nel secondo dopoguerra, attrae ancora Erika inspiegabilmente.
Negli anni Ottanta, la nipote Angelika affronta la scoperta della propria sessualità, ma l’ombra minacciosa di uno zio indegno incombe sulla sua adolescenza, lasciando ferite profonde; oggi, infine, la fattoria — ormai casa vacanze — diventa il luogo in cui la malinconica Lenka intreccia una fragile amicizia con una ragazza segnata dalla perdita della madre.
Il film mette assieme diversi linguaggi, tecniche, sistemi narrativi in modo quasi perfetto; l’unico difetto della regista, qui al suo secondo film, è di sapersi brava e di indulgere troppo in una sorta di autocompiacimento che, dilatando i tempi, rischia di appesantire l’assunto.
Che invece, di suo, mostra una intelligenza e un gusto che se per un verso richiama “Here” di Robert Zemeckis, in una versione meno edulcorata e hollywoodiana, dall’altro, nella chiave di lettura al femminile mostra un’originalità assoluta, delineando un unico ritratto di famiglia, in cui intimità e riflessione sulla vita sono un tutt’uno. Perché l’altro tema imprescindibile del film è quello della vita (e qui si avvicina alla durezza di Michael Haneke): sia per il riconoscimento della propria individualità verso gli altri e da parte loro, sia per la caducità della vita, in un film che è pieno di ferite e di morti, di foto di famiglia, con cadaveri tenuti “in vita” per l’ultimo scatto, amputazioni, assenze e presenze lontane.
Premio della Giuria a Cannes 2025. (Michele Gottardi)
Voto: 7
***
Miroirs No. 3 – Il Mistero di Laura
Regia: Christian Petzold
Cast: Paula Beer, Barbara Auer, Matthias Brandt, Enno Trebs
Durata: 86’

Laura (Paula Beer), pianista in crisi, sopravvive a un incidente mortale nella campagna tedesca. Chiede e trova rifugio da Betty (Barbara Auer), la donna che l’ha soccorsa e che scorge in lei qualcosa di familiare che la riavvicina al marito e al figlio …
È la trama, minimalista, del nuovo film di Christian Petzold, “Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura”. Il regista tedesco arriva, qui, a sublimare il proprio cinema nella forma più semplice possibile, eppure di concertante profondità. Da sempre attirato dai temi dell’identità e del doppio, Petzold disossa, scarnifica, sottrae per arrivare al cuore di una narrazione lineare (ma non scabra) che spiega tutto e, allo stesso tempo, niente.
L’elemento liquido diventa, anche in questo film, metafora perfetta di esistenze fluttuanti (nello spazio ma anche nel tempo), apparentemente placide ma, in realtà, attraversate da correnti invisibili, vibrazioni, traumi.
Come in “Undine” che rimandava, già dal titolo, alla leggenda della ninfa dell’acqua, anche “Miroirs No. 3” omaggia un brano per pianoforte di Maurice Ravel il cui sottotitolo, non a caso, suona come “Una barca sull’oceano”. Simbolo di un momento o di una esistenza stessa, in balia delle bonacce e dei marosi della vita.
Laura (nella prima sequenza la vediamo davanti a un fiume …) galleggia. Sembra profondamente sola, depressa mentre accompagna al porto (ancora acqua) il fidanzato prima di cambiare idea e farsi riportare indietro.
Qui, l’incidente; davanti agli occhi di una donna che, al contrario, sembra essersi arenata per sempre. E con lei il marito Richard e il figlio Max, coppia di meccanici che sembra uscita da un film di Kaurismaki.
La presenza di Laura ricorda qualcuno, diventa enzima di reazioni emotive sepolte come se il passato ritornasse (negli oggetti, nella casa, in quella canzone “The Night” di Frankie Valli & The Four Seasons degli anni ’70) per confondersi con il presente.
“Le vite degli altri” diventano specchio delle proprie, distorcendo le immagini in qualcosa di nuovo e di diverso che, all’inizio spaventa, ma che, infine, può diventare rinascita, una ripartenza insperata, l’elaborazione di tanti lutti e tragedie di cui la vita è costellata.
A Petzold basta osservare, ridurre le parole al minimo, sottendere con un lapsus della parola, un gesto o uno sguardo per spiegare ciò che, in realtà, non ha bisogno di didascalie perché si afferra con gli occhi e poi, giù, fino al cuore, senza bisogno di intermediazioni o di interpreti.
Tutto è fuori posto (l’auto che sbanda su una strada dritta, un padre che appare dal nulla, alcuni passanti che osservano sospettosi, una giovane donna che non vuole tornare a casa, una lavastoviglie che esplode all’improvviso), eppure, esattamente, al proprio posto. Siamo barche in mezzo al mare spinte contro gli scogli e poi, di nuovo, “salve” al largo, in un continuo susseguirsi di risacche e di frangenti.
Petzold mette in scena l’esistenza in poco più di 80 minuti: solo i grandi autori con le loro Muse, anzi Ninfe (Paula Beer è la sua, fondamentale e preziosa) riescono a rivelare una profondità tanto stordente in una storia dall’incedere così semplice e così classico. Magia. (Marco Contino)
Voto: 8
***
Tienimi presente
Regia: Alberto Palmiero
Cast: Alberto Palmiero, Francesco Di Grazia, Gaia Nugnes, Elena Fattore, Carlo Palmiero
Durata: 80’

Alberto è un aspirante regista di 27 anni. Ma fare un film è una fatica di Sisifo e all’ennesima pietra che rotola giù decide di cambiare aria e tornare nella sua Aversa per schiarirsi le idee sul futuro. Anche qui, però, Alberto è costantemente fuori posto: tra i genitori che lo riaccolgono in casa preoccupati, tra i parenti (che, la pranzo di Pasqua, lo relegano al tavolo dei bambini) e tra gli amici di sempre (meno realizzati di quanto facciano credere).
Adotta un cane, conosce una ragazza confusa quanto lui e, intanto, vagabonda per i quartieri consegnando volantini. Forse, proprio quel suo essere “fuori posto” ovunque, lo rende, al contrario, un predestinato per il cinema che resta, comunque, una strada da scollinare ... “Tienimi presente” è l’opera, quasi autobiografica, di Alberto Palmiero che firma un esordio malinconico e gentile. Ricorda (ma sono suggestioni e non certo paragoni) il primo Moretti e il Troisi di “Ricomincio da tre”, con quel suo modo di attraversare un presente precario tra ironia agrodolce e l’ossessione della domanda, perfida e ingenua, “cosa vuoi fare della tua vita, Albè?”.
Palmiero lascia da parte concettualismi e fronzoli (gli si perdona anche l’unica sequenza onirica con Pulcinella durante i festeggiamenti per lo scudetto del Napoli) e va dritto al cuore dello spettatore che lo adotta e lo ama dopo pochi minuti grazie a quel suo modo di fare refrattario eppure resiliente, indolente ma poetico e quella totale assenza di livore e spirito di rivalsa di cui spesso i giovani si armano come antidoto a veri o presunti torti di una società che non li capisce.
L’opera prima di Palmiero, anche per quel suo realismo che la fa aderire così simbioticamente al suo autore (per chi frequenta la Mostra del Cinema di Venezia, sono divertenti le sequenze girate durante il suo svolgimento con il vero produttore Gianluca Arcopinto in modalità autoironica; ma anche gli autentici genitori di Palmiero sono uno spasso), è un buon esempio di cinema che racconta ciò che si conosce meglio (se stessi), senza strafare e senza eccessi. Un “kitchen sink drama” non arrabbiato (semmai, più leggero ma non superficiale) che, certo, dovrà trovare la sua evoluzione. Intanto, teniamolo presente … (Marco Contino)
Voto: 7
***
Chopin- Notturno a Parigi
Regia: Michal Kwiecinski
Cast: Eryk Kulm, Lambert Wilson, Joséphine de La Baume, Victor Meutelet, Maja Ostaszewska
Durata: 133’

La vita e l’opera di Fryderyk Chopin è uno degli archetipi più classici dell’arte romantica, tanto da essere oggetto di diversi film, da L’eterna armonia di Charles Vidor, con Cornel Wilde (1945) al più recente Chopin amore mio (1991) di James Lapine, con Hugh Grant nel ruolo del musicista.
Il biopic del regista polacco Michal Kwiecinski recupera un’immagine del compositore e pianista molto legato alla sua terra d’origine, ma anche molto amante della vita, dell’amore e delle donne, in particolare la scrittrice George Sand, con cui ebbe una relazione durata nove anni, in una vita resa difficile da complicazioni polmonari, probabilmente una tubercolosi che si portava dietro sin dall’infanzia.
Al centro di Chopin - Notturno a Parigi c’è un giovane (solo 26 anni) e bravo attore, Eryk Kulm interprete anche dei brani eseguiti al piano dal suo personaggio. Siamo a Parigi, nel 1835, Chopin è già una celebrità, ma la sua vita da bohémien peggiora e mina la sua salute già compromessa dalla tbc.
Non lesina amori, lezioni e concerti, nonostante i consigli dei medici. Chopin morirà a nemmeno 40 anni, pianto da tutti; oggi è sepolto al Père Lachaise. Il biopic di Kwiecinski risulta più classico e più tradizionale di quanto voglia essere nelle sue intenzioni. Non basta un po’ di musica elettronica alternata a mazurke e notturni per cambiare l’impostazione di un genere, spesso rivolto a un grande pubblico con intenti divulgativi sulla vita dei grandi o piccoli protagonisti della Storia.
Così il film si sviluppa sui binari della classica trilogia amore-arte-morte verso la quale inevitabilmente si diresse la vita di Chopin, accentuando la sua forza autodistruttiva. Davanti a ogni ricostruzione biografica gli elementi romanzati e quelli filologicamente corretti si alternano e si incastrano senza soluzione di continuità.
E così dev’essere. Piuttosto sono i personaggi di contorno che sembrano messi là un po’ per caso, abbozzati e sfumati come satelliti che ruotano attorno all’astro splendente, come il giovane allievo Carl Filtsch, rumeno della Transilvania, morto anch’egli di tubercolosi a meno 15 anni.
Una curiosità: Filtsch, cui è intitolato il premio pianistico più importante della Romania, morì a Venezia nel 1845, dopo un concerto, e qui è sepolto, nel campo protestante del cimitero di San Michele (Michele Gottardi).
Voto: 6
Riproduzione riservata © il Nord Est








