Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 18 giugno
“Fuze - Conto alla rovescia”: buon thriller di intrattenimento. “Ricchi … da morire – Delitti in famiglia”: ci voleva più cattiveria

Con “Fuze - Conto alla rovescia” David Mackenzie firma un thriller contemporaneo tra bombe inesplose nel centro di Londra, una banda di rapinatori a caccia di diamanti e la storia di un giovane pakistano: intrecci improbabili eppure efficaci che tengono alto il ritmo e schiudono a colpi di scena.
John Patton Ford realizza il remake di “Sangue blu”, gioiello di humor nero britannico e feroce satira sociale del ’49. Ma “Ricchi … da morire – Delitti in famiglia” è più accattivante che cattivo e il texano Glen Powell non è decisamente Alec Guinness.
Fuze – Conto alla rovescia
Regia: David Mackenzie Cast: Aaron Taylor-Johnson, Theo James, Sam Worthington, Gugu Mbatha-Raw, Saffron Hocking
Durata: 98’
Un bel thriller, un film di rapina molto stile America anni ‘80, invece moderno, meglio: contemporaneo, questo “Fuze” (letteralmente: spoletta), di David Mackenzie, artigiano del cinema di genere, che gode però della perfetta scrittura di Ben Hopkins, regista e sceneggiatore dedicato ad antieroi e loser (da “Simon Magus” a “The Market”).
Anche la trama di “Fuze”, pur in una certa prevedibile riconduzione finale, mostra una complessità di storie che tendono ad unum in una sintesi narrativa invero vivace e brillante.
L’assenza di un grande nome dal cast conferma il senso di pluralità del film e dei suoi protagonisti, che sono soprattutto i componenti di due gruppi, il maggiore Will Tranter (Aaron Taylor-Johnson), che viene inviato con la sua squadra a disinnescare una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale nel centro di Londra, non distante di Hyde Park, scoperta in un cantiere edile; e la banda di rapinatori del caveau di una banca dal nome esotico, Bank Al Muraqabah, ovvero Sam Worthington e soprattutto Theo James, a caccia di diamanti e non solo.
E sullo sfondo altre storie, come quella di Rahim e i suoi genitori, che devono partire l’indomani per tornare in Pakistan.
Troppe coincidenze? Forse, ma non tutto è come si vede e le storie parallele che scorrono fianco a fianco distraggono ad arte lo spettatore, anche perché il ritmo è sempre alto e calibrato, misurato nella lunghezza, poco più della canonica ora e mezza, ricco di citazioni cinematografiche e di colpi di scena narrativi, compreso il flashback un po’ didascalico, ma esplicativo, del finale.
Dunque, un bel film di intrattenimento, che tuttavia fa emergere anche molti altri aspetti della società britannica contemporanea.
Come, ad esempio, che anche tra le truppe inglesi, sia tra gli ufficiali che nei soldati, esistono militari che hanno avuto choc non indifferenti dalla loro partecipazione alla guerra in Afghanistan, con conseguenze sociali e psicologiche tangibili. Oppure che il livello di parità di genere e di integrazione etnica nell’ex impero britannico è talmente alto che il capo della polizia locale (Gugu Mbatha-Raw) e i suoi assistenti sono principalmente donne, afro o indo-pakistani, e con qualche disabilità motorie. O che la macro-criminalità, quella delle grandi rapine in banca, non è necessariamente composta di extra comunitari balcanici, ma da “normalissimi” sudditi dei Windsor. Tutto il mondo è paese, insomma, anche nella Brexit. (Michele Gottardi)
Voto: 7
Ricchi … da morire – Delitti in famiglia
Regia: John Patton Ford
Cast: Glen Powell, Margaret Qualley, Ed Harris, Jessica Henwick
Durata: 105’

I cinefili ricorderanno il film “Sangue blu” del 1949 con Sir Alec Guinness impegnato ad interpretare nove personaggi. Una feroce satira sociale, figlia dello humor nero britannico targata Ealing Studios, che ha per protagonista un giovane rampollo rinnegato di una nobile famiglia, deciso a eliminare i parenti che in linea di successione lo separano dal titolo nobiliare che gli è stato negato ingiustamente.
Il regista americano John Patton Ford ne fa un remake molto fedele (tranne il finale): in “Ricchi … da morire. Delitti in famiglia” (“How to Make a Killing” in originale) il ruolo che fu di Guinness viene interpretato dal texano Glen Powell, troppo bello e troppo empatico per rendere credibile la vendetta di un reietto contro la famiglia d’origine che aveva ripudiato (ma non diseredato) sua madre per aver avuto un figlio con un uomo di umili origini.
Ed Harris è il patriarca crudele mentre Margaret Qualley è l’amore infantile del protagonista che, intuite (ben prima degli agenti federali) le sue intenzioni, si mette cinicamente di mezzo. L’americanizzazione della storia la rende sicuramente seducente (il modello di riferimento sembra essere la trilogia di Ryan Craig Johnson “Knives Out”), ma zoppa: la cattiveria si ferma sempre sulla porta e così anche l’umorismo.
Anche la satira non sembra così caustica come nell’originale: più che una critica alle caste sociali, Patton Ford demonizza la ricchezza (operazione piuttosto scontata), incarnata da ereditieri per lo più stupidi e vacui che, in fondo, non sembrano demeritare la morte. Con un epilogo molto (troppo) accomodante. Più che un graffio, un solletico. (Marco Contino)
Voto: 5,5
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