Man Ray, l’immagine ritrovata: la mostra della Biennale a Ca’ Giustinian

A cinquant’anni dalla Biennale Arte del 1976, tornano in esposizione le 160 foto donate dall’artista all’Asac. La fotografia come itinerario filosofico

Michele Gottardi
L'allestimento della mostra a Ca' Giustinian (foto Biennale/Avezzù)
L'allestimento della mostra a Ca' Giustinian (foto Biennale/Avezzù)

Nel 1976 la Biennale d’Arte di Vittorio Gregotti, dedicata ad Ambiente, Partecipazione, Strutture Culturali, dedicò uno straordinario omaggio a Man Ray, “Testimonianza attraverso la fotografia”, curata da Janus, 160 fotografie in bianco e nero, esposte sull’isola di San Giorgio, che sintetizzavano tutto il suo percorso artistico e fotografico, dagli esordi del 1917 fino agli ultimi lavori realizzati. Lo stesso Man Ray, nonostante gli 86 anni e i gravi problemi di salute, volle essere presente all’inaugurazione, il 18 luglio: dopo aver ricevuto l’invito del presidente di allora, Carlo Ripa di Meana, Man Ray scrisse infatti al suo gallerista di fiducia, il veneziano Attilio Codognato, che avrebbe accettato l’invito perché aveva capito che la Biennale non esponeva solo, ma ricercava.

La mostra a distanza di cinquant’anni

Oggi, a distanza di cinquant’anni, la Biennale ripropone, con “Man Ray, l'immagine ritrovata. A cinquant'anni dalla Biennale d’Arte 1976”, quelle 160 foto, donate dall’artista all’Asac, esponendole nel portego di Ca’ Giustinian, sede dell’istituzione veneziana.

“Violon d’Ingres” (1924, courtesy Biennale)
“Violon d’Ingres” (1924, courtesy Biennale)

Un’iniziativa che si inserisce nel percorso di valorizzazione dei patrimoni dell’Archivio Storico della Biennale (per il quale è prevista l’inaugurazione della nuova sede, attualmente in fase di realizzazione all’Arsenale, nel prossimo giugno), con l’idea di proporre la mostra e le foto di Man Ray a chi non le ha mai viste o, magari, non era ancora nato, come ha ricordato la responsabile dell’Asac, Debora Rossi.

La summa dell’opera di Man Ray

In mostra c’è davvero la summa dell’opera di Man Ray, pseudonimo adottato nel 1909 da Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890 negli Stati Uniti in una famiglia ebrea di origine russa. E si va infatti dalle prime opere, appena arrivato a Parigi e avvicinatosi agli ambienti dada e surrealisti, all’ultima “Via lattea” del 1973, in particolare le molte evoluzioni dei suoi celebri “rayographs”, gioco di parole che comprende il raggio, ma anche il suo nome, Ray.

Una delle immagini in mostra (courtesy Biennale)
Una delle immagini in mostra (courtesy Biennale)

I soggetti: corpi, nudi, particolari

I suoi soggetti non sono né l’attualità, né il mondo esteriore, non cercate paesaggi. Vi sono invece corpi, nudi, particolari, schiene, come il celebre “Violon d’Ingres” (1924) scattato alle spalle della sua musa Alice Prin, meglio nota con lo pseudonimo di Kiki de Montparnasse, una presenza in maniera quasi ossessiva negli scatti di Man Ray. O gli “oggetti matematici”, spesso oggetti assurdi, assolutamente inutili, costruiti solo per essere fotografati, che più tardi chiamerà “oggetti del mio affetto”.

Una delle immagini in mostra (courtesy Biennale)
Una delle immagini in mostra (courtesy Biennale)

Gli unici ritratti, spesso di profilo, sono quelli dei suoi sodali, Picasso e Mirò, Dalì e De Chirico, Brancusi e André Breton, ma anche James Joyce e tanti altri protagonisti della letteratura e dell’arte.

La fotografia come itinerario filosofico

La sua fotografia diventa così una sorta di itinerario filosofico, un percorso mentale, una condizione dello spirito, ma anche una sorta di indovinello della Sfinge, chiedendo per gioco soluzioni impensabili, da vero dadaista. Per far questo gli servono macchine fotografiche semplici, Kodak da pochi soldi, in cui lo strumento resta inferiore alla mano dell’uomo.

Una delle immagini in mostra (courtesy Biennale)
Una delle immagini in mostra (courtesy Biennale)

Perché Man Ray nasce pittore e non se ne dimentica: «Dipingo quello che non può essere fotografato, fotografo ciò che non voglio dipingere». “Man Ray. Testimonianza attraverso la fotografia” si chiuse il 10 ottobre 1976, il suo artefice se ne andò poco più di un mese dopo, il 18 novembre. Un anno dopo, la Biennale pubblicò il catalogo di quell’esposizione, di cui in occasione di un prossimo workshop, verrà ristampata la copia anastatica, riportando in circolazione uno straordinario strumento di riferimento per la comprensione e lo studio della sua opera fotografica.

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