Tra Veneto e Caraibi, i Batisto Coco: «Festeggiamo 40 anni di sperimentazioni»
Un libro autobiografico racconta radici, influenze e tendenze del gruppo per festeggiare 40 anni di musica caraibica condita da divertenti testi in dialetto veneziano

I Batisto Coco hanno deciso di festeggiare i loro 40 anni di musica caraibica condita da divertenti testi in dialetto veneziano con un libro autobiografico: Semo ciapai coe bombe (Helvetia Editrice – Rosso Veneziano Musica). Il volume scritto da Massimo Bellio, Eddy De Fanti, Marco Musoni e Giorgio Schiavon, è dedicato alla memoria del trombettista Franco Busetto. In prefazione gli scritti degli attori comici Carlo & Giorgio e del titolare di Al Vapore Bar & Musica, il jazz club di Marghera, Stefano Pesce.
Come sono nati i Batisto 40 anni fa?
De Fanti: «Ero andato a suonare a Copenaghen con l’orchestra della Fenice. In un negozio, ho trovato un metodo per strumenti latinoamericani a percussione e il commerciante mi disse che Birger Sulsbrück, l’autore, viveva nella capitale danese. L’ho invitato a fare un seminario nella mia scuola di musica, al Parco Albanese, a Bissuola. Da quelle lezioni, 40 anni fa, sono nati i Batisto. All’inizio eravamo un ensemble di percussionisti, gradualmente siamo diventati un’orchestra con tanti strumenti».
Il nome Batisto Coco da dove ha avuto origine?
Schiavon: «Agli inizi, eravamo in 20 e cominciavamo a chiederci come ci saremmo dovuti chiamare. Ognuno di noi aveva una proposta diversa, tra queste ricordo Aqua Salsa. Un giorno Eddy si presentò alle prove con un blocco di legno e una bacchetta, e dandosi il tempo con lo strumento cominciò a cantare: “Bati-sto-coco”. Il giorno dopo il nostro chitarrista si presenta con una maglietta con la scritta Batisto Coco, che ricordava quello di un liquore all’epoca alla moda: Batida de Coco».
Una canzone ciascuno di cui siete fieri in particolare?
Musoni: «Nei primi anni Novanta scrissi El telefonin, era una critica di costume allo status symbol rappresentato dai primi dispositivi mobili. Tutti i primi possessori dei cellulari ci tenevano a sfoggiare i loro gioielli ma siccome all’epoca le tariffe al minuto erano costose, in vaporetto si limitavano a telefonate brevi».
Bellio: «Quando da Venezia mi son trasferito a Mestre, ogni volta che tornavo a trovare la mia famiglia, mio cugino mi diceva: “Sei proprio un campagnolo”. Per chi vive in laguna tutti coloro che abitano al di là del Ponte della Libertà sono campagnoli. Così, con l’aiuto di Marco ho scritto Venessiani e campagnoli».
De Fanti: «I primi anni Novanta erano il periodo di Tangentopoli e cominciava a prendere piede l’espressione Semo ciapai coe bombe che mi piacque subito molto. Cominciai a cantare Bombe sulla canzone cubana Donde a cui cambiai la tonalità del ritornello da minore, più mesta, a maggiore, più festosa. Poi, Giorgio Bertan mi scrisse una storia partendo dalla frase Semo ciapai coe bombe. Credo che sia un pezzo ancora attuale».
Schiavon: «La mia canzone del cuore è Anca massa. Parla di un mio amico che quando suonavamo dal vivo all’inizio non osava ballare, poi si diede coraggio. Diceva: “Anca massa ben”, perché si rendeva conto che gli era bastato poco per diventare una specie di ballerino. Erano anni belli in cui in città c’erano tanti locali per suonare, come il Tag, Al Vapore e il Lunaria. Oggi, solo Al Vapore continua alla grande a fare musica».
I Batisto Coco si sono fatti conoscere anche a Cuba, vero?
De Fanti: «La prima volta ci siamo stati nel 2018 e la seconda all’inizio di quest’anno. Abbiamo fatto conoscere ai cubani la nostra versione della loro musica con i testi in dialetto veneziano, hanno apprezzato. Poi, abbiamo donato strumenti agli allievi del Conservatorio dell’Avana, perché a causa dell’embargo sono difficilmente reperibili. Abbiamo chiesto aiuto agli allievi e agli insegnanti del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia».
Uno dei concerti più importanti che avete fatto?
De Fanti: «Ci siamo esibiti in diretta radiofonica a Radio 3 Rai su invito del compianto Guido Zaccagnini».
Gli album che amate di più?
De Fanti: «Un magnate ha deciso di pagarci un disco a patto che ogni canzone avesse un’attinenza con un compositore della musica accademica del Novecento. Questa è stata una sfida, perché dovevamo creare un dialogo tra la musica salsa e la contemporanea che sono veramente agli antipodi. Siamo stati soddisfatti dell’album. La sagra della primavera di Stravinskij è diventata El viagra de la primavera. Poi, abbiamo realizzato anche un disco dedicato ai grandi compositori del Settecento, intitolato BaroccoCoco che ci ha dato soddisfazioni».
Chi volete ringraziare?
Batisto: «I tanti musicisti che in questi 40 anni hanno fatto parte delle varie formazioni dell’orchestra». —
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