I pionieri del Nord Est nell’Agro Pontino, terra promessa e tormento

Cent’anni fa partiva l’operazione di bonifica e voluta da Mussolini: l’epopea di 30 mila braccianti in fuga dalla fame arruolati per ridisegnare il territorio

Filippo Tosatto
Una famiglia veneta emigrata vicino alla futura Latina (foto Consorzio di bonifica dell’Agro Pontino)
Una famiglia veneta emigrata vicino alla futura Latina (foto Consorzio di bonifica dell’Agro Pontino)

Paludi e boscaglia, bestiame libero e latitanti, acqua salmastra e malaria. Il “pestilento stagno” deprecato da Johann Wolfgang von Goethe. L'Agro Pontino, sì, terra promessa e tormento di una generazione di pionieri nordestini, reclutati dopo la Grande Guerra nelle campagne venete, emiliane e friulane, sui monti del Trentino e nella Venezia Giulia, nell'enclave slovena di confine, persino.

Coltivatori, carbonai, allevatori, taglialegna, cacciatori di talpe. Trentamila uomini e donne, forse più, artefici della poderosa opera di risanamento, conversione agricola e urbanizzazione avviata un secolo fa dal Consorzio di Bonificazione, la potente agenzia istituita dal Governo Mussolini nel 1926.

Un'autentica epopea, proiettata su quasi sessantamila ettari di terreno malsano estesi tra Roma e Terracina che lo Stato acquista a prezzi ribassati e, talvolta, espropria al capitale assenteista (i latifondisti Caetani in primis) che reagisce denunciando «l'inaudita prepotenza di stampo soviettista».

È il paradigma del ruralismo fascista, che nella nuova frontiera intravede la celebrazione dei valori di ordine, disciplina, produttivismo, tradizione. Che predica l'autosufficienza alimentare (la fatidica “battaglia del grano” è in atto) e mitizza una società patriarcale articolata in famiglie, piccoli appezzamenti e focolari, gli antidoti al ribellismo bracciantile del Biennio rosso.

Scontata la suggestione del Veneto «pio, mansueto, laborioso, patriottico» cara alla tradizione moderata, più complessa la mobilitazione di massa che investe i contadini in povertà reduci del conflitto e le loro famiglie. Tant'è: se il regime offre case coloniche e poderi, assegnati in mezzadria dall'Opera Nazionale combattenti, l'elevata demografia e la disoccupazione dilagante si incaricano di moltiplicare le adesioni. A vagliare le richieste, podestà e fasci locali: raccomanderanno a Roma gli elementi più fedeli, escludendo «sovversivi, disfattisti, imbecilli».

La migrazione interna prende forma così, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, muovendo su più versanti: il prosciugamento delle zone umide e l'abbattimento delle selve; la realizzazione di canali, dighe e bacini; la metamorfosi degli acquitrini in distese intensive di cereali, foraggio, erba medica, vite.

Al riguardo, nel brillante saggio “La terra tra le mani”, Monica Zornetta evoca l'arrivo dei coloni in lande sconosciute, il duro lavoro “compensato” da polenta e fagioli sette giorni la settimana, l'ammirazione verso il Duce e l'attrito con gli indigeni inclini al socialismo, la zanzara anofele che non cessa di seminare morte a dispetto del Ddt irrorato dagli aeroplani, il coraggio delle donne.

E poi l'approdo alla nuova identità collettiva, le migliorate condizioni di vita, i matrimoni e i battesimi, il cinematografo del sabato e l'importato “falò della vecia” all'Epifania. Soprattutto, la costruzione di strade e la nascita di una ventina di centri urbani. Littoria/Latina, Sabaudia, Pomezia, Pontinia, Aprilia, le città principali, progettate secondo i canoni dell'architettura razionalista, con la chiara gerarchia spaziale (riflesso della ritrovata rigidità nei rapporti di classe), gli edifici pubblici monumentali, gli ampi spazi aperti.

Traguardi che la martellante propaganda del Ventennio esibirà con orgoglio, rivendicando il successo nella «ciclopica trasformazione del paesaggio» tentata invano da Giulio Cesare e dai Papi. Replicata in varie regioni, pur se in scala minore, la bonifica integrale stupirà il mondo influenzando il programma di Franklin Delano Roosevelt, il presidente del New Deal: esplorate e studiate dagli ingegneri americani, le paludi pontine risanate ispireranno il colossale intervento idraulico, fluviale e idroelettrico nella Tennessee Valley.

Che altro? Cent'anni dopo, appannato il ricordo, sopìte le tensioni e la retorica, la rivisitazione storiografica include voci disparate, non riconducibili al copione ideologico di maniera.

La critica ambientalista di Antonio Cederna, che leva l'indice contro la distruzione della Selva di Terracina, la più grande foresta planiziale del Paese.

L'obiezione dell'antichista Giusto Traina, che riconduce lo stereotipo della «barbaria palustre» ad una lettura scorretta delle fonti accompagnata dalla rimozione dell'habitat preesistente, quello dei lestraioli, gli stagionali che vivevano di caccia, pesca e pastorizia.

I dubbi sull'effettivo impatto delle bonifiche sul tessuto economico e sociale, ridimensionato fortemente dallo storico Antonio Parisella.

La rivalutazione degli investimenti nell'ecosistema originario, culminati nella nascita del Parco nazionale del Circeo. Fino all'avvincente romanzo-verità di Giulio Alfieri dal titolo "Prima che sia grano. La vera storia di Angelo e Rosina", e al fortunato "Canale Mussolini", l'affresco corale di Antonio Pennacchi ricco di espressioni dialettali in “venetopontino”. L'interazione tra uomo e natura, la disciplina dell'ineguaglianza. Ingegneria e ideologia. Finché dura la memoria.

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