Garofano, l’investigatore scienziato: «Oggi sui social sono tutti criminologi»

Già comandante del Ris ha risolto i casi di cronaca nera più efferati grazie all’esame del Dna. Ospite di Treviso Giallo: «Non è detto che la corrispondenza del Dna possa dimostrare la responsabilità nel delitto, il tema della contaminazione è diventato centrale»

Marzia Borghesi
L'allora comandante del Ris di Parma, tenente colonnello Luciano Garofano, impegnato nel giallo di Cogne
L'allora comandante del Ris di Parma, tenente colonnello Luciano Garofano, impegnato nel giallo di Cogne

È sicuramente il carabiniere più celebre d’Italia: quello che ci ha tenuti tutti col fiato sospeso in attesa di quell’esame del Dna che poteva portare alla risoluzione di un caso giudiziario. E di gialli ne ha risolti tanti, il generale Luciano Garofano, quando al comando del Ris di Parma – dove è stato dal 1995 al 2009 – affrontava, in equilibrio tra scena del crimine e laboratorio d’analisi, i casi di cronaca nera più efferati: dalla strage di Erba, al delitto di Novi Ligure, e poi il caso Cogne, il caso Carretta, quello del serial killer Bilancia, e il delitto di Garlasco ora riaperto a 20 anni dalla condanna di Alberto Stasi.

Garofano è stato anche docente e conduttore televisivo, a riprova della sua grande popolarità. Chi meglio di lui al Festival Treviso Giallo in corso a Treviso fino a domenica (partnership del Gruppo Nem-La Tribuna) poteva raccontare al pubblico come lavora chi, nelle indagini, sta dalla parte della scienza?

Sarà protagonista sabato 21 marzo, alle 18, al Museo Bailo dell’incontro “L’investigazione scientifica” insieme al generale dei carabinieri Roberto Riccardi e al giornalista Alessandro Politi. La moderazione dell’incontro è affidata a Francesco Sidoti dell’Università dell’Aquila. Sarà un viaggio tra tecniche forensi, prove manipolate, metodi per studiare la scena del crimine.

Generale Garofano, l’evoluzione delle tecniche di analisi del Dna ha cambiato radicalmente il modo di fare investigazione.

«Si è così, hanno fatto scuola i primi casi seguiti in Inghlilterra dal professor Alec John Jeffreys: quello dello stupro ed omicidio di Lynda Mann nel 1983 e di Dawn Ashworth nel 1986 (Colin Pitchfork nel gennaio 1988, fu il primo condannato per un crimine sulla base della prova del Dna ricavato dalle cellule del sangue, ndr). Jeffreys risolse così il duplice omicidio. Ma poi nel ’90 le tecniche si amplificarono aprendo a nuove prospettive anche utilizzando la tracce più piccole. Le tecniche negli anni si sono sempre più raffinate. Oggi da pochissime cellule deduciamo un profilo, ma si è ha aperto il problema della contaminazione».

Contaminazione delle prove in che modo?

«Attraverso il respiro, la tosse, i guanti sporchi, la superfici. Il problema della contaminazione apre il tema dell’interpretazione del risultato. Sono moltissimi i lavori in letteratura che trattano questo aspetto, non è detto che la corrispondenza del Dna possa dimostrare la responsabilità nel delitto».

Serve ancora una ingente quantità di tracce, quindi?

«Quantità relativamente, ma soprattutto è centrale lo studio dei dati circostanziali: la possibilità di interpretare come quel Dna è finito su quella superficie. Sangue e sperma hanno tutto un altro significato, chiaramente. Mi interrogo sulla genesi di quelle tracce».

Lei ha seguito molteplici delitti, quale caso l’ha maggiormente segnata?

«Il caso di Cogne in cui morì il piccolo Samuele Lorenzi (il caso molto delicato vedeva implicata la madre del bimbo, Annamaria Franzoni, che fu condannata, ndr), ma anche il caso Bilancia, perché in 40 giorni fu risolto il caso che riguardava uno dei più grandi serial killer europei che aveva ucciso 17 persone. La stessa cosa per Erika e Omar, ma anche il caso Carretta che dopo 10 anni dalla scomparsa era stato intercettato a Londra. E poi tanti altri casi recenti per i quali ho fatto da consulente, ma che non hanno marcato la mediaticità».

Quale è stato il caso più difficile da risolvere?

«L’omicidio Rostagno (Mauro Rostagno fu ucciso in un agguato di mafia nel 1988, del delitto fu ritenuto responsabile anche Vito Mazzara: la perizia genetica che legava il Dna di Mazzara a un fucile utilizzato nell'agguato fu contestato, ndr) ero consulente dell’imputato, far capire che non aveva commesso l’omicidio è stato davvero difficile».

Tra i molti casi che lei ha seguito c’è il delitto Garlasco.

«Per il caso Garlasco ho seguito solo la Bpa (Bloodstain pattern analysis, analisi delle tracce di sangue, ndr). Le analisi del Dna e delle impronte papillari le hanno seguite due miei collaboratori nominati come consulenti. Io sono convinto della colpevolezza di Alberto Stasi, ho accolto di sorpresa l’indagine su Andrea Sempio, ma credo che alla fine questa nuova indagine non possa che aggiungere conferma alla sentenza di condanna di Stasi anche perché per ora non ci sono esiti eclatanti, aspettiamo gli esiti delle analisi del Ris di Cagliari e della professoressa Cristina Cattaneo, antropologa forense. Anche pensando a questo caso, mi preoccupano molto e sempre di più le interpretazioni che vengono date attraverso i media perché le persone si fanno un’opinione da incompetenti. Le opinioni diventano verità, senza aver letto gli atti, le carte. Il pubblico è bersagliato da contenuti veicolati da persone che interpretano in maniera errata tante cose trattate nei processi, ignorando che magari che si tratta di aspetti già discussi nelle sedi appropriate. Formulano ipotesi infondate e in questo modo contaminano il pensiero delle persone».

Cosa si può fare per contrastare qesto fenomeno?

«Bisognerebbe innanzitutto far sì che chi apre un profilo sui social si identifichi preventivamente, molti aprono falsi profili e spargono diffamazione e offese senza pudore. Che dire…. Se c’è questa liberta, si accoglie con favore, ma bisognerebbe anche che qualcuno se ne occupasse. Ci sono persone senza arte né parte che si sono inventate criminologhe facendo affermazioni in contrasto con agli atti ufficiali. Bisogna trovare una soluzione a questo fenomeno molto grave e pericoloso».

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