Dieci anni dall’uccisione di Isabella Noventa: quello che è emerso e quello che non sapremo mai
Il mancato ritrovamento del corpo non ha impedito ai giudici di inchiodare i tre imputati alle loro pesantissime responsabilità. A dieci anni dalla scomparsa, molte domande ancora senza risposta, a partire dal movente

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Cancellata. Isabella non è stata solo ingannata e uccisa. Di più. È stata annientata. Quegli occhi color del mare e il sorriso appena accennato di una persona abituata alla riservatezza, sono stati fatti sparire per sempre, insieme al suo corpo. Nessun luogo in cui piangerla, in cui portarle i fiori, in cui accarezzare l'ovale di una foto. Nessuna possibilità per i suoi cari di trovare conforto alla presenza perduta.
La ferocia dei suoi assassini è stata assoluta: hanno negato un luogo in cui coltivare la memoria. Chi l'ha uccisa è stato condannato, giustizia è stata fatta si potrebbe dire. Ma si deve anche dire che il caso non è chiuso. Non lo è perché resta il mistero che mesi di indagini accurate mai hanno chiarito: dov’è il corpo di Isabella? Perché i suoi aguzzini, pur condannati a 30 anni, non hanno mai voluto rivelarlo? Cosa o chi nasconde un segreto così tenacemente custodito?
Torniamo indietro negli anni, torniamo a quando tutto si è consumato, torniamo alla sera di venerdì 15 gennaio 2016.
Al tavolo di una pizzeria di Albignasego, piccolo centro alle porte di Padova, è seduta una coppia. Si direbbero due fidanzati che parlano tranquillamente, due clienti come tanti, confusi fra tutti gli altri. Non è così: di lì a poche ore la loro diventerà una storia completamente diversa, una storia di orrore e di morte. Lei è Isabella Noventa, una donna di 55 anni bella e intelligente, forte e indipendente dice chi l’ha conosciuta, impiegata nello studio dentistico del fratello, una separazione alle spalle.

Lui è Freddy Sorgato, dieci anni di meno, un lavoro come autotrasportatore di gasolio, la proprietà della società Maison, e una passione per il ballo latinoamericano. La loro è stata – perché ormai è finita - una relazione tormentata, costellata di rotture e di riappacificazioni, con tanto di investigatore privato ingaggiato da lui per seguire la compagna.
A rendere il rapporto ancora più turbolento la presenza di due donne: Freddy frequentava un’altra, la tabaccaia di Camponogara Manuela Cacco di 52 anni. Che, al suo fianco, a sostenerla e probabilmente a indirizzarla se non proprio a gestirla, aveva la sorella di Freddy, Debora, 44 anni, un lavoro nel settore delle pulizie. Gelosissima la prima, preoccupata per il destino del cospicuo patrimonio di famiglia la seconda (alle prese con debiti e un figlio da mantenere): le due avevano siglato un’alleanza di ferro con l’obiettivo di cancellare, sì cancellare, la figura di Isabella dalla vita di Freddy. Ci avevano provato, la prima almeno, con biglietti anonimi di insulti, diventati per frequenza e contenuti un vero e proprio reato, quello di stalking. E avevano centrato l’obiettivo: Isabella dopo aver denunciato la persecuzione si era allontanata, decisa a chiudere con le malvagità di quel trio. Ma il terzetto diabolico non aveva chiuso con lei.
Il 15 gennaio 2016 Isabella accetta dunque l’invito di Freddy per una cena fuori, una cosa informale, in mezzo alla gente. Quando i due escono dalla pizzeria è presto, non sono ancora le 20.30. Lui dice di avere mal di testa, le chiede di accompagnarlo a casa perché vuole prendersi una pillola. Salgono sull’Audi A6 dell’uomo, diretti al villino di via Sabbioni a Noventa Padovana, una tranquilla strada d’argine costellata di belle case nascoste dietro a imponenti cancelli e rigogliosi giardini che preservano il silenzio. Dentro il villino al civico11, acquattata nell’ombra, c’è Debora.
Isabella, ignara, entra e siede in cucina, aspetta che Freddy prenda la sua pastiglia, non sospetta nulla. Non può immaginare che sia un agguato, una trappola costruita apposta per lei. Che si materializza quando Debora esce improvvisamente dal buio, ha un martello stretto tra le mani. La donna, racconterà poi al giudice, affronta Isabella chiedendole conto della denuncia per i bigliettini anonimi; dirà di aver ricevuto per tutta risposta una risata.
Chissà se è andata davvero così.
Se lo fosse ci sarebbe anche un’agghiacciante certezza: Isabella vede arrivare la sua morte, vede il martello abbattersi sulla sua fronte. Debora la colpirà un’altra volta, dietro la testa. Che nel frattempo è stata infilata in un sacchetto, perché il sangue non schizzi, perché la casa non si macchi. Tutto è stato pianificato nel dettaglio: sia il delitto per non lasciare tracce, sia la messinscena successiva per far sembrare la sparizione di Isabella un allontanamento volontario.
Una rappresentazione in cui ciascuno ha una parte ben precisa: Freddy ha attirato in trappola Isabella, Debora l’ha massacrata, ora tocca a Manuela Cacco che – stando a quanto riferito agli inquirenti – arriva in via Sabbioni in tarda serata, ad omicidio avvenuto, a lei viene dato l’incarico di pulire la cucina. Ma non solo quello: c’è l’ultima scena del delitto da interpretare, un nuovo inganno. La tabaccaia indossa il piumino bianco di Isabella e con quello sfila lungo le vie del centro di Padova, dove l’accompagna Freddy, passeggiando nella notte, a beneficio di telecamere, sempre attenta a tenere il cappuccio alzato e il viso abbassato.
L’obiettivo è chiaro: fingersi Isabella.

Sono queste le immagini che la polizia recupera subito dopo la denuncia di scomparsa fatta sabato 16 gennaio. A presentarla è il fratello dell’impiegata, Paolo Noventa: insieme a mamma Ofelia l’ha cercata ripetutamente al telefono, con angoscia crescente, poi in casa dove il letto è perfettamente in ordine. Isabella non è lì e non è neppure dalle amiche o in ospedale.
Isabella non è da nessuna parte, è sparita. Freddy racconta di averla accompagnata in centro a Padova, come lei gli aveva chiesto, per incontrare un’amica. La polizia valuta l’ipotesi dell’allontanamento volontario, sia perché è il primo step in caso di scomparsa, sia perché c’è un particolare che fa pensare a una possibile motivazione: la donna avrebbe dovuto presentarsi in tribunale per una vicenda giudiziaria che la vedeva coinvolta insieme al fratello e alla nipote.
La famiglia non ci crede, Isabella non se ne sarebbe mai andata lasciando i suoi cari, la sua mamma, figurarsi per un’udienza. E la certezza che non sia andata così, che dietro la sua sparizione ci sia qualcosa di terrificante, arriva paradossalmente proprio guardando le immagini che dovevano simularne l’allontanamento volontario. La polizia, che ha recuperato tutti i filmati delle telecamere, mostra l’immagine registrata dall’impianto sull’orologio di piazza dei Signori: c’è una donna con il piumino di Isabella che sta passeggiando, è circa mezzanotte.
Una traccia?
La speranza si accende, la soluzione potrebbe essere vicina ed essere confortante. Ma le cose vanno diversamente. “Non è lei”, esclude subito il fratello Paolo, “Non è lei, non ha quella camminata. E lei non indossava mai il cappuccio, ne sono certo”. Le indagini a questo punto imboccano, con decisione, un’altra direzione, quella del sequestro di persona. Freddy, intanto, fa un appello in tivù: “Isabella, torna”. L’inganno continua.
I poliziotti della Squadra Mobile guidata da Giorgio Di Munno e coordinati dal pm Giorgio Falcone, vanno a ritroso: ricostruiscono il passato di Isabella, le sue frequentazioni. Viene alla luce la relazione tormentata, emergono la denuncia per stalking e le manovre delle due donne contro Isabella. Scatta la perquisizione in casa di Freddy, vengono sequestrate tre pistole, ma non c’è alcuna traccia di sangue, il luminol rivela pavimenti e pareti pulite. Così come pulite e sono la Golf di Debora e la Polo di Manuela. Eppure la verità, con fatica, si sta facendo strada. Le intercettazioni e i messaggi telefonici, così come i passaggi in auto a Noventa dopo il delitto, indirizzano gli investigatori verso il più agghiacciante degli scenari, quello di un omicidio.
La svolta arriva il 16 febbraio 2016, un mese dopo il delitto. I Sorgato e l’amica tabaccaia vengono portati in Questura a Padova. Manuela, apparsa fin da subito la più fragile del terzetto criminale, cede e confessa raccontando che Isabella è stata uccisa in via Sabbioni, dopo la pizzeria. Freddy cerca di scagionare la sorella e costruisce una sua verità, raccontata il 18 febbraio: “Lei non c’entra, è stato un gioco erotico estremo finito male. Sono stato preso dal panico e l’ho gettata nel Brenta”.
E infine Debora: parlerà successivamente, confermando di aver colpito la donna con la mazzetta. Il resto è storia giudiziaria: il 22 giugno 2017 viene pronunciata la sentenza di primo grado, 30 anni ai due fratelli per omicidio premeditato e soppressione di cadavere, 16 anni e 10 mesi a Manuela Cacco; tutti hanno scelto il rito abbreviato che consente uno sconto di pena.
Nel 2018 la conferma in Appello e poi nel 2020 in Cassazione. Il movente? Non uno, ma un intreccio di motivazioni: “Ciascuno aveva una ragione di ostilità nei confronti della vittima…La Cacco era rivale in amore, Debora vedeva nel fratello una risorsa economica per il futuro del figlio ancora piccolo… Freddy covava gelosia e insoddisfazione… non voleva cedere alle richieste di fedeltà della Noventa ma si era rivolto a un investigatore privato”. È l’insieme di questi sentimenti a diventare il motore del brutale delitto, secondo la ricostruzione dei giudici.
Il caso è processualmente chiuso. Ma il corpo? Mai trovato. Lo si è cercato ovunque, il Brenta è stato scandagliato in tutti i suoi tratti, un sommozzatore ha perso la vita nel tentativo di trovare Isabella e la verità, tragedia si è aggiunta a tragedia. Eppure nulla è mai affiorato. Inevitabile alla fine il sospetto che la versione di Freddy, di aver gettato il corpo della donna nel fiume, sia l’ennesimo depistaggio in una vicenda criminale costellata di inganni e di bugie.
Nulla nel Brenta e nel Piovego, nulla neppure tra i resti ritrovati a Marghera, vicino al deposito di carburanti che Freddy avrebbe potuto frequentare per il suo lavoro; nulla ad Albarella dove il rinvenimento di alcune ossa aveva acceso le speranze. E nessuna traccia dell’arma del delitto. Gli inquirenti hanno preso in considerazione la possibilità che il corpo di Isabella sia stato occultato altrove, sepolto in una campagna isolata. O che, ipotesi inquietante, sia stato distrutto, incenerito.

«Il rammarico è di non essere riusciti a trovare il corpo di mia sorella”, ha detto Paolo Noventa, “Se credo a un atto di coscienza degli imputati? No, davvero. Non ho fiducia nella loro coscienza. Non hanno mai dimostrato nemmeno un minimo pentimento”.
A rendere più torbido lo scenario ci sono poi i contatti dei tre con i protagonisti della Mala del Brenta. L’ex marito di Manuela Cacco era stato accusato di far parte della potente banda criminale che negli anni Ottanta imperversò in Veneto. E le modalità del delitto, dalla messinscena ai depistaggi fino alla divisione dei ruoli e ai silenzi ostinati, ricordano più l’azione di professionisti organizzati che di criminali improvvisati.
Tutti dubbi espressi anche dall’ex marito di Isabella, Piero Gasparini, in un’intervista pubblicata dal Mattino di Padova nel primo anniversario dell’omicidio: “Un autotrasportatore, una donna delle pulizie e una tabaccaia, riescono a organizzare l'omicidio perfetto? Riescono a pensare una simile messinscena? E soprattutto: riescono a far sparire nel nulla un cadavere? Mi pare chiaro che no. Quanto alla Mala del Brenta, io non faccio illazioni. Mi limito ai fatti. Deborah Sorgato era stata sposata con un plurirapinatore che aveva contatti con la Mala. Manuela Cacco pure.
Come si fa a escludere che non siano stati aiutati da quell'apparato? Nessuno mi può convincere che Isabella sia stata uccisa in un crescendo di gelosia. Non è sufficiente. In un contesto simile, di semplice gelosia, il maresciallo (compagno di Debora all’epoca dei fatti, ndr) non avrebbe mai fatto lo screening al terminale a tutti i membri della famiglia compreso me. Ad oggi una logica non c'è, il movente manca. La motivazione non può essere nemmeno che avevano paura di perdere i soldi. Freddy poteva benissimo mandare a quel paese Isabella, se aveva tutta questa paura».
Ad alimentare i dubbi anche una lettera anonima di quattro pagine inviata a Freddy in carcere in cui lo si esortava a dire la verità, prospettando uno scenario di prestiti ad usura chiesti da Isabella e che coinvolgevano la malavita del Piovese. “Fantasia” le aveva bollate la Procura.
Se ci fossero i titoli di coda sarebbero questi. Ofelia, la mamma di Isabella che aveva fatto disperati appelli per riavere il corpo della figlia, è morta nel dicembre 2019 senza trovare risposte e conforto: “Mi hanno tolto una figlia, la vita, non li perdonerò mai”, il suo grido di dolore.
Nel novembre 2023 Isabella è stata dichiarata ufficialmente morta. Nel febbraio 2024 Manuela Cacco ha avuto i primi permessi di uscire dal carcere. Il villino di via Sabbioni, il teatro dell’omicidio, è stato restituito alla normalità ed è di nuovo abitato dopo essere stato venduto all’asta. Manca però la parola fine. Perché una fine non c’è e quello di Isabella resta un enigma aperto, un mistero oscuro e doloroso nella storia padovana.
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