Sergio Tavčar, la voce dei due mondi

«Sono un triestino puro, quindi un puro bastardo. Sono di Opicina, altipiano carsico, ma nato a Trieste. Mi sento austroungarico e la mia capitale è sempre Vienna.» Con Telecapodistria portò il grande basket nelle case degli italiani: «La mia vita? Non ho rimpianti»

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan
Sergio Tavčar con Dan Peterson
Sergio Tavčar con Dan Peterson

Una televisione di frontiera, una voce dal confine. Telecapodistria e Sergio Tavčar sono stati, per tutti gli italiani degli anni settanta, una finestra sullo sport e un racconto del mondo.

A pochissimi chilometri da Trieste si materializzava la Jugoslavia di Tito, con silenzi pubblici e propaganda incisiva. Sergio, non certo inconsapevolmente, è stato uno che, raccontando, nei tinelli caldi e odorosi della nostra infanzia, la vita degli altri, ci ha dato il primo esempio di telecronista vero e indipendente.

«Sono un triestino puro, quindi un puro bastardo. Sono di Opicina, altipiano carsico, ma nato a Trieste. Mi sento austroungarico e la mia capitale è sempre Vienna. Se sto a Roma – bella eh, piena di storia e di gente simpatica – dopo due giorni voglio tornare a casa. Da Vienna, invece, non vorrei andarmene mai, è casa mia, e quando devo lasciarla sono triste e dispiaciuto. Parlo sloveno, italiano e serbo-croato.

Mio nonno Julius Lange era nato in Austria, mia nonna era dell’isola del Quarnero. La mamma, triestina, era maestra di scuola elementare e arrotondava insegnando pianoforte. Con lei ci siamo sempre parlati in dialetto triestino».

Perché un triestino a Tv Capodistria?

«Mio padre, professore di lingua e letteratura tedesca e inglese era diventato direttore dello stabile in lingua slovena di Trieste. Nel 1970 alla festa nazionale jugoslava, che si teneva ogni anno al Consolato jugoslavo, incontra Mario Abram, direttore di Radio Capodistria. Da lui viene a sapere che vogliono mettere in piedi anche la tv. Gli dice che ci sarà tanto sport perché i costi dell’Eurovisione sono molto bassi e che cercano telecronisti. Io volevo fare quel mestiere da quando avevo cinque anni».

E il direttore la prese senza un provino?

«Assolutamente no. Mi mise davanti ad un televisore con lo schermo spento e mi fece descrivere un’azione che era solo nella mia testa. “La palla viaggia sulla destra, il giocatore con una finta si libera dell’avversario, mette la palla al centro, colpo di testa e rete”. Una cosa così».

Cosa le dissero?

«Fra una settimana seguirà la partita di hockey dell’Europeo, gruppo B, tra Jugoslavia e Austria. S’intende, vero, di hockey?”. Come no. Breve full immersion e il 6 marzo 1971, a 21 anni e 40 giorni faccio la mia prima telecronaca».

Quante ne faceva al mese?

«Nei periodi di abbondanza anche dieci, dodici».

E in carriera?

«Più di quattromila, e mi tengo basso».

Sport seguiti?

«Basket, il mio amore, e altri sport di squadra: pallavolo, pallamano, hockey. Poi tennis, tennistavolo e nuoto. Nel calcio la prima scelta spettava a Bruno Petrali, che faceva anche l’attore e il cantante. A Mondiali o Europei facevo la seconda partita».

Tifava Jugo?

«Certo, ma ho sempre ha avuto il merito di ammetterlo. Un esempio? In telecronaca dicevo: “Per me questo è fallo, però io sono di parte”. Forse piacevo per quello».

C’è chi dice che lei e Dan Peterson abbiate costituito la miglior coppia di telecronisti del basket?

«Abbiamo lavorato fianco a fianco per un anno esatto. Dal torneo preolimpico di Rotterdam alla finale di Coppa Campioni, vinta dalla Jugoplastika sul Maccabi Telaviv a Monaco di Baviera. Ci sentiamo e ci scriviamo ancora. Lui è un grafomane, mi manda almeno due lettere al giorno via mail».

Per curiosità, com’era il palinsesto della vostra tv?

«In parte istituzionale, con i due Tg nazionali delle 19 e delle 22. Un’ora, dalle 18 alle 19, dedicata alle notizie locali in lingua slovena, poi documentari e film, anche i primi a luci rosse che tanto piacevano in Italia. Si capisce che lo sport aveva spazi enormi. Per qualsiasi disciplina e a qualunque ora del giorno era un ben di Dio per riempire il palinsesto. E poi noi avevamo il colore con il sistema Pal. Con i nostri ripetitori ci vedevano dal nord, compresa la Lombardia, fino a quasi tutta la costa adriatica. Ma anche a Roma, Firenze e fino a Napoli».

Insomma, Capodistria era l’antesignana di un canale sportivo?

«E fu per questo che, alla fine degli anni ’80, Berlusconi decise che la raccolta della pubblicità in Italia venisse gestita da Publitalia. Di fatto Capodistria diventò un canale Mediaset».

Nel ’90, però, la Legge Mammì costrinse Berlusconi ad abbandonare Tv Koper.

«Esatto, così a settembre ’90, nasce Tele +2. Io allora facevo le telecronache di calcio della serie A e B di tutte le squadre del Nordest: Udinese, Vicenza, Venezia, Chievo. Sono stati sei anni belli, fino alla fusione di Tele+2 con Stream, da cui è nata Sky. Ho guadagnato i soldi per comprarmi un appartamento a Opicina, dove vivo ancor oggi. A Capodistria, sotto la Jugoslavia, ci pagavano in dinari stipendi da fame».

Con l’avvento di Tele+abbandonò TeleCapodistria?

«Neanche per sogno. Fino al 2006 sono stato capo redazione dello Sport. Lo ero dal 1985, 21 anni filati. Mi spostarono dopo quattro mesi di malattia, quando fui operato per il morbo di Crohn. Mi dissero: siccome la redazione si è comportata in maniera eccellente durante le Olimpiadi di Torino, ti solleviamo dall’incarico e mettiamo al tuo posto forze giovani. Strano, io pensavo che i capi bravi fossero quelli che fanno funzionare tutto anche quando non ci sono».

Rimpianti e soddisfazioni?

«Sono soddisfatto della mia vita. Non mi sono fatto i soldi, anche se è tutto per vivere, ma mi sono fatto tanti amici veri in Italia. Due volte l’anno organizzo la convention”sconvenscion” nella quale ritrovo, in un locale sul Carso, una trentina di persone da tutto il nord Italia, tutta gente che mi segue sul web. Lì passiamo una giornata intera a cazzeggiare. Siamo come una grande famiglia e la cosa mi riempie di orgoglio».

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