Adriano Bacconi: «Presto pure gli allenatori saranno supportati dall’Ai»

Negli anni ’90 diede vita al primo sistema di match analysis e nel 2006 era assistente di Lippi nell’Italia mondiale: «L’Intelligenza Artificiale accelera tutto, anche le conoscenze dei tecnici»

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan
Adriano Bacconi con Lippi
Adriano Bacconi con Lippi

Siamo al culmine di una rivoluzione calcistica epocale, ma ancora qualcuno non se ne sta rendendo conto.

«Il bello deve ancora venire – azzarda Adriano Bacconi, primo homo ludens che abbia applicato la matematica al calcio, cambiando la lettura, la visione e la valutazione delle partite -. L'accelerazione che ha introdotto l'intelligenza artificiale ha ridotto a due settimane i tempi di allestimento di una piattaforma. Prima servivano due anni. Ora, se voglio, posso fare un mio algoritmo e lavorare con quello. Ovvio che l'AI ha bisogno della competenza, altrettanto ovvio che i dati glieli fornisca l'uomo, ma arriverà il tempo in cui nessuno potrà farne a meno».

Cambieranno gli allenatori?

«Sono già cambiati e cambieranno sempre di più. La scuola tedesca ne è l'esempio. Lì gli allenatori, con tutto il rispetto per il Settore Tecnico di Coverciano, escono dalle University Football Coaching. Oggi è molto più facile vedere in panchina tecnici di trenta o trentacinque anni, magari senza un percorso di calciatore professionista alle spalle, ma con esperienze digitali più vicine al sentiment dei calciatori. Non è solo in atto un ricambio generazionale, ma anche anagrafico e culturale».

Il suo sembra un de profundis verso i tecnici che si mettono ad allenare dopo aver fatto i calciatori.

«Non è così. La maggioranza si aggiorna e sta al passo con la tecnologia. Io dico un'altra cosa. Cioè che se ti metti ad allenare a 50 anni sei già vecchio perché i tuoi giocatori ti hanno sorpassato».

Pensa di avere contribuito anche lei a questa mutazione?

«Senza falsa modestia, penso di sì. E lo dico perché quando uno vuole innovare s'imbatte in una marea di ostacoli e di luoghi comuni: il calcio non cambia, questo non serve, si è sempre fatto così. Per fortuna, adesso è più facile».

La sua storia è anche la storia del calcio degli ultimi trent'anni. Come nelle migliori tradizioni, tutto cominciò in un garage di Brescia.

«Un garage e una taverna per la precisione. Il garage l'avevamo riempito di cassette, nella taverna c'erano i computer».

E, come ci ha raccontato Carlo Nicolini, attuale assistente allenatore allo Shakhtar e suo primo collaboratore, nasce per le strane richieste di Mircea Lucescu.

«Esattamente. Io sono stato il preparatore atletico di Mircea prima al Pisa e poi al Brescia e lui mi inondava di domande. Di una partita voleva sapere tutto quello che facevamo in campo: palle recuperate, palle perse, dribbling, intercetti. Giocatore per giocatore e in quale zona del campo avvenissero».

E come mai aveva queste curiosità?

«Perché era un guru, veniva dalla scuola dell'Est e voleva allargare la sua conoscenza del gioco. Non gli bastava una lettura tattica basata solo sui duelli, ma gli intetressava anche lo spazio e il tempo».

E lei come faceva ad esaudire i desideri dell'allenatore?

«Eseguivo il riscaldamento prepartita alla squadra, poi volavo in tribuna con una telecamera a spalla, che Lucescu aveva fatto arrivare dal Belgio, e riprendevo tutto. Tra il lunedì e martedì mettevo insieme gli highlights che guardavamo durante la settimana».

La svolta quando c'è?

«Quando capisco che questo metodo si può ampliare e, soprattutto, si può replicare. Così nel 1992 decisi di ingaggiare degli informatici del CNR di Pisa e di formare una società. Eravamo in tre: Lucescu, l'addetto stampa Giorgio Piccioni del Brescia ed io. La chiamammo Farm, acronimo di Football, Athletic, Result Manager. Tra il '92 e il '94 allestimmo un software magico. Eravamo ben lontani dall'analogico, figurarsi del digitale, era ancora un mondo meccanico, popolato di registratori con grandi bobine e un ricevitore vocale per decodificare i suoni».

Che cosa riuscivate a fare realmente?

«Intanto avevamo la possibilità di analizzare 1.200 azioni a partita e – cosa assolutamente inedita – di guardare i movimenti di tutti tra il primo e il secondo tempo».

E i risultati arrivano.

«Non solo i risultati. Perché se con il Brescia veniamo promossi in serie B, è addirittura decisivo l'incontro con Arrigo Sacchi, allora ct della Nazionale. Ci vedemmo tutti a casa mia. E, se non mi sbaglio, c'eri anche tu».

Vero. Ero un imbucato di lusso, assieme a Licia Granello di Repubblica. Ricordo ancora la lucentezza negli occhi di Sacchi.

«Arrigo impazzì. E un po' anche noi. Era come l'invenzione della bicicletta, scoprire che pedalando andava. Così, dopo il Mondiale, feci una scelta. Mi dissi, offriamo questo servizio a chi lo vuole, partendo, ovviamente, dalla serie A».

Ma non c'erano ancora la pay tv e voi non potevate certo andare a filmare dieci partite.

«Certo. Così facemmo un accordo con la Rai. Tutte le domeniche portavamo dieci video registratori in Corso Sempione e, dalla bassa frequenza di Quelli che il calcio..., prendevamo le immagini e ritornavamo a Brescia. Il garage e la taverna scoppiavano perché quasi tutti gli allenatori lavoravano con noi: Lippi, Zeman, Hodgson...».

Bei tempi, ma anche giornate piene e un po' angosciose.

«Accadde quando andai, accompagnato da mio padre, a parlare a Fiorenzo Pompei di Telemontecarlo. Dopo aver illustrato il progetto, mi vollero subito in trasmissione. Titolo della mia rubrica: il Contapalloni».

E dove stava il problema?

«Era un un po' imbarazzante. Succedeva, infatti, che io da dipendente del Brescia dove, fra le altre cose, facevo sempre il preparatore atletico, analizzassi, faccio un esempio, Brescia-Juve della settimana successiva, avendo fornito alla Juve dati e situazioni per battere il Brescia e, commentando, la domenica sera, la partita in questione. Anni assurdi in cui si lavorava H 24 e in pieno conflitto di interessi».

Quando ha smesso con il Brescia?

«Quando arrivò Silvio Baldini. Non per lui, ma perché non ce la facevo più. Però non volevo rinunciare al campo, perciò partorii questa idea: lavoro due anni, vendo l'azienda e mi metto a fare l'allenatore. Mi definivo un generico del calcio di cui, però, mi occupavo a 360 gradi. Avevo questo stimolo di misurarmi in panchina».

L'azienda la vendette?

«Sì, alla Panini, c'è ancora e si chiama Panini Digital è a Gussago, in provincia di Brescia».

Ma non è diventato allenatore.

«A parte che da allenatore, tre partite in serie A, le ho fatte e ne ho vinte anche due, solo che ero l'allenatore-ombra, ad impedirmelo fu l'amministratore delegato della Panini che mi constrinse a restare a capo della mia azienda. Tre anni più tre da AD».

Fine dei sogni?

«No, perché nel 2006 scrivo a Lippi e gli propongo di portarmi al Mondiale di Germania. Lui, dopo mesi di attesa, mi prende, mi presenta ai giocatori e, dalla prima vittoria in avanti, guadagno un po' della loro fiducia. Ogni sera avevo la stanza piena delle loro domande».

La più strana?

«Quella di Gattuso, che poi diventò di dominio comune, che voleva l'analisi sull'arbitro».

Vinto il Mondiale, adesso cosa fa?

«Ho un'azienda, la Math & Sport, che fa la telemetria live delle partite. Il gioco sta cambiando, lo ripeto. Non a caso il prodotto è stato acquistato dalla Lega che lo distribuisce a tutte le squadre. Analizza la relazione in tempo reale tra i diversi giocatori».

Come la definirebbe?

«Il lato invisibile del calcio».

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