Social vietati agli under 14, Crepet: «Gli adulti facciano di nuovo i genitori»

Lo psichiatra e sociologo interviene sulla proposta: «Sono d’accordo, ma occhio a non banalizzare, 

Flavio Centamore

«Non è una partita di calcio, se sei d’accordo o meno, non trasformiamo la questione in una rissa da condominio perché sennò perdiamo un’occasione educativa».

Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista e volto noto del dibattito pubblico sui temi dell’educazione e dei giovani, entra nel confronto sulla proposta del presidente della Regione Veneto Alberto Stefani di vietare i social agli under 14.

Dottor Crepet, il presidente Stefani propone di vietare i social agli under 14. È d’accordo?

«Sono d’accordo però con una serie di considerazioni. Il rischio è banalizzare. Bisogna capire dove intervenire davvero. La scuola è dello Stato, lì si può decidere. È lì che si costruiscono abitudini, regole, ma anche libertà consapevoli. Se perdiamo questo passaggio, perdiamo tutto».

Quindi il divieto andrebbe limitato all’ambito scolastico?

«Sì. Pensare a un divieto generale è ingenuo: non si può fare un editto napoleonico. In famiglia la gestione cambia, ogni casa ha le sue regole. Ma a scuola sì, fino alla terza media si può intervenire con serietà, con programmi educativi veri».

Lei cita spesso l’esempio della Norvegia. Perché?

«Perché hanno fatto una cosa intelligente: hanno osservato nel tempo. Hanno raccolto dati e hanno visto che chi cresce immerso nei social sviluppa difficoltà cognitive e relazionali. Giovani adulti che faticano a interpretare le emozioni, a stare in una relazione reale. Io le chiamo “le carte norvegesi”: lì hanno rimesso al centro anche attività semplici, concrete, come i giochi reali, gli scacchi veri, il tempo lento dell’apprendimento. E hanno capito che quel tipo di esperienza costruisce competenze profonde, mentre l’uso precoce e massivo dei social le indebolisce nel lungo periodo».

Quindi il problema è educativo?

«Totalmente. Se un ragazzo non impara a stare in relazione, a perdere, a ragionare, perde pezzi fondamentali della crescita. Pensiamo a una partita a scacchi veri: concentrazione, attesa, strategia. Tutte cose che allenano la mente. Lo scrolling continuo, invece, anestetizza».

Il Veneto può essere un laboratorio?

«Il Nord Est ha sempre avuto una forte cultura del fare. E ci sono esempi concreti. Penso a realtà come H-Farm College, a Roncade, nel territorio di Treviso: un campus che rappresenta un hub di innovazione ma anche un luogo dove riflettere sull’educazione digitale, dove i ragazzi fanno attività manuali e relazionali. Lì imparano cosa significa aspettare, collaborare, stare con gli altri davvero. In Veneto dovremmo moltiplicare queste esperienze, non limitarci a vietare».

In conclusione?

«Io non sono contrario all’idea di intervenire, alcune osservazioni di Stefani sono condivisibili perché fotografano un problema reale. Ma non credo nei divieti generalizzati: sarebbero inefficaci. È come pensare di educare un ragazzo togliendogli i gessetti: non imparerà a scrivere meglio, semplicemente non scriverà. L’educazione funziona se dai strumenti, non se li togli. Quindi sì a una regolazione intelligente, soprattutto nella scuola; no a scorciatoie. L’educazione non si impone per decreto: si costruisce, ogni giorno, dentro relazioni vere, fatte di tempo, errori, e presenza adulta».

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