E’ morto Massimo Capaccioli, l’uomo che esplorava l’infinito

Aveva 82 anni ed è stato uno dei più grandi astrofisici del mondo, per anni colonna dell’Università di Padova, insignito di numerosi riconoscimenti internazionali. Lascia l'amata figlia Barbara, padovana, affermata musicista, e la compagna Rossana Cioffi

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli

Ci piace dire che quando moriamo andiamo in cielo. Se è così, per Massimo Capaccioli sarà un ritorno. Lui in cielo ci è stato tante volte. Da bambino guardava le stelle di notte nella sua Montenero d’Orcia, a ovest del Monte Amiata, in provincia di Grosseto: uno di quei centri minuscoli che spesso, in Toscana, danno i natali ai grandi, come accade per Vinci, per Caprese, per Vicchio. Saliva su un albero dietro alle mura medievali, nelle sere d’estate, con le adorate cuginette Paola e Gabriella, e osservavano quelle luci nel buio. Il cielo era diventato suo amico. Poi si è trasformato nella più grande lavagna di studio. E di sogno.

Da quel nido la traiettoria di Capaccioli ha preso la linea di un volo immenso. «Mio padre raccoglieva in un volume alcuni inserti della rivista Life, pubblicati in Italia da Epoca. Raccontavano con spettacolari disegni la storia del mondo così come allora si conosceva. Quel mio stupore ha causato la scelta di dedicare la vita alla ricerca. Ed è uno stupore rimasto intatto». Il bambino che guardava il cielo sarebbe diventato uno dei più puntuali investigatori dello spazio, legando il suo nome a scoperte epocali sulla natura delle galassie ellittiche, sull’abbondanza della materia oscura, sulla scala delle distanze cosmiche.

Il primo fondamentale porto di questa navigazione stellare è stato Padova. Nella città del Santo, e di Galileo, Capaccioli si laurea in fisica con lode nel 1969, iniziando subito una straordinaria carriera accademica come assistente, professore stabilizzato e poi associato di meccanica celeste. Nel 1986 la nomina ad astronomo ordinario all’Osservatorio di Padova e, nel 1989, la cattedra ordinaria di astronomia. Padova è stata il perno dei suoi studi e dei suoi gruppi di ricerca, un legame profondo, di lavoro, di vita; lo testimonia la sua appartenenza all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, dal 1991.

La sete di conoscenza lo ha portato ovunque: per due decenni ha collaborato con Gérard de Vaucouleurs ad Austin, in Texas, prima di trasferirsi in cattedra, nel 1995, alla Federico II di Napoli. Lì è rimasto fino alla pensione nel 2014 venendo poi nominato professore emerito. Capaccioli ha guidato l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte dal 1993 al 2005 ed è qui che ha ideato il telescopio VST, realizzato in sinergia con l’ESO: uno dei più potenti del mondo, installato sul Cerro Paranal, nel deserto del Cile.

Scienziato ma anche umanista, scrittore, giornalista, appassionato di musica, letteratura e storia. Una mente aperta come il cosmo che studiava; e un talento eclettico, ereditato da una famiglia speciale nella quale il padre Anzio, per esempio, è stato professore di Economia dei trasporti a Venezia ma anche musicista e dantista, capace di recitare l’intera Commedia. Capaccioli è stato presidente della Società Astronomica Italiana, per dieci anni. Commendatore della Repubblica, godeva di prestigio enorme in terre oggi purtroppo in guerra: la Russia, dove era professore Honoris causa a Mosca, e l’Ucraina dove era membro dell’Accademia delle Scienze. Lauree honoris causa a Dubna (2015), alla Karazin di Kharkiv (2017) e a Pjatigorsk (2019). Un orgoglio del sapere italiano. Senza vanità né presunzione, con la forza pulita della conoscenza.

Oltre a produrre più di 300 articoli scientifici, è stato un divulgatore formidabile; veleggiava come una navicella spaziale tra scienza, storia e bellezza. Tra i suoi lasciti intellettuali spiccano il progetto “Luna Rossa – La conquista sovietica dello spazio” , nato come saggio nel 2019 e trasformato nel 2024 in un ispirato podcast prodotto con Gran Sasso Science Institute e Inaf; e un libro uscito proprio in questi giorni, Grattacapi per geni, scritto con Antonino Del Popolo (ed. Carocci). Lo spazio e l’arte condividevano per lui un aspetto: «L’attore è sempre lo stesso, l’uomo, con le sue pulsioni, le paure e l’innata curiosità che ci evita di viver come bruti».

Gli domandarono quali fossero, a suo dire, le scoperte più grandi dell’umanità. Indicò tre risposte. Le prime due erano la penicillina e il cannocchiale di Galileo. La terza era il pane, una delle sue passioni. Grande, semplice, assoluta. Come lui.

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