Lo psicoterapeuta Matteo Lancini: «Mai gli adulti hanno fatto così poco per i figli»
Intervista allo specialista intervenuto all’incontro «Il rumore che non abbiamo ascoltato» organizzato a Padova con il supporto di Nord Est Multimedia. Focus sul disagio giovanile e il rapporto tra adolescenti e genitori

«Non sono mai esistiti degli adulti che hanno fatto così tanto per sé e così poco per i propri figli e studenti. Infatti la vera domanda è: perché non si accontentano dei cani e gatti?»
Per Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, “Il rumore che non abbiamo ascoltato” - titolo dell’evento organizzato dal Cantiere delle Donne, in collaborazione con l’Università di Padova, la Polizia di Stato e Nord Est Multimedia - si è fatto più forte. Il disagio dei ragazzi, dagli adolescenti ai giovani adulti, «è aumentato, come sono aumentate le richieste d'aiuto».
Lancini incontra e studia questa fascia d’età da oltre 30 anni, sia come presidente della fondazione di psicoterapia Minotauro - con una sede anche a Padova -, che come docente di psicologia all’Università Milano-Bicocca e all’Università Cattolica di Milano. Secondo lui, per affrontare le difficoltà e gli episodi violenti tra le giovani generazioni, gli adulti dovrebbero guardarsi allo specchio, anche rischiando di vedersi sbiaditi.
Giovani, disagio e responsabilità collettiva. Qual è il rumore che gli adulti non hanno ascoltato?
«Non abbiamo capito che non è vero che a questi ragazzi abbiamo dato troppo. Troppo ascolto, troppo internet. Questa società è troppo focalizzata sugli adulti e sulle loro fragilità: non ha prestato attenzione ai giovani. È evidente sul piano sociale e politico. L’unica cosa che ci può salvare è la relazione».
Il disagio giovanile nasce anche dalla solitudine. Come siamo diventati così soli in una quotidianità venduta come la più connessa e dinamica di sempre?
«Abbiamo messo al centro il sé in un individualismo senza precedenti. Abbiamo cresciuto delle generazioni chiedendo loro di essere sé stesse a modo nostro. Così, il sentirsi soli in mezzo agli altri è diventato un tema centrale, anche se alcune cose sembrano cambiate. Io da padre ho ascoltato di più i miei figli di quanto non sia stato ascoltato io. Un altro esempio è mio nonno, che non sapeva quanti figli aveva in casa. Quindi sì, come genitori ascoltiamo di più rispetto al passato, ma c’è un problema: è un ascolto nei tempi e nelle modalità decise da noi. Non è che gli adulti hanno ascoltato troppo, è che si sono fatti troppo i fatti loro. Così abbiamo messo a tacere qualsiasi emozione negativa, chiedendo a figli e studenti di non disturbare».
Tutte queste emozioni negative che non esprimiamo dove finiscono?
«Finiscono in rabbia, in tristezza, in agìto disperato. Questa generazione ha dovuto sacrificare le proprie emozioni per proteggere gli adulti dalle frustrazioni. Manca la volontà di riconoscere la complessità: parliamo dei ragazzi solo come se stessero male per la dipendenza da internet, che poi non esiste».
C’è anche questo dietro al fenomeno della violenza giovanile?
«Quando parliamo di violenza giovanile dovremmo interrogarci su quali modelli abbiamo proposto. Noi diciamo che questo fenomeno dipende dai videogiochi, dalla musica trap e lo facciamo in una società dove c’è la guerra tutti i giorni, dove uccidiamo migliaia di bambini veri. L’ansia i giovani ce l’hanno - anche se ormai ce l’abbiamo tutti - e alcuni rispondono prendendo il coltello. È da sottolineare che di solito colpiscono un coetaneo: è un conflitto generazionale. Non attaccano le generazioni che hanno creato questo disastro. Non possiamo continuare a parlare di fragilità giovanile senza prenderci carico della nostra».
Per lei più che un’emergenza di violenza giovanile c’è un’emergenza di ipocrisia degli adulti?
«Siamo nella società del bullismo degli adulti verso i ragazzi. Siamo talmente fragili come genitori che cerchiamo intorno a noi qualcuno su cui scaricare questa complessità. Noi disboschiamo il pianeta, plastifichiamo il mare, cresciamo dei figli che saranno più poveri di noi e poi a scuola togliamo internet dicendo che lo facciamo per loro. Ma ci rendiamo conto che la scuola italiana fino alle 13.00 dice che internet ha rovinato i ragazzi e dalle 13.01 è in mano a internet tra registro elettronico e compiti mandati online? C’è un altro aspetto. In Italia il cyberbullismo si è diffuso perché i gruppi WhatsApp dei genitori lo hanno favorito, rendendo normale il parlare male in rete dell’altro. Gli adulti si lavano la coscienza dando colpa alla vita online e ai social network che peraltro hanno diffuso loro».
C’è una cosa che i giovani possono insegnare alle generazioni precedenti?
«Le nuove generazioni non devono insegnare agli adulti, devono realizzare i loro compiti evolutivi, intravedendo un futuro. Se mai quello che dovrebbero apprendere gli adulti dell’atteggiamento della generazione che li ha seguiti è che oggi i ragazzi sono molto più disposti a parlare con loro di quanto non lo siano state le generazioni precedenti. Noi con loro parliamo del nulla, pensiamo ai social, mentre non parliamo del fatto che questa è la prima società dove il sesso non è più necessario per la sopravvivenza della specie. Non fanno più sesso e non è un tema banale: su questo sto scrivendo un libro che uscirà a settembre per approfondire il nucleo che è la coppia, intesa come legame».
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