Le guerre in codice, l’anticristo e l’insegnamento di Habermas
C’è una nuova forma di conflitto strisciante che sta resettando la democrazia. Così la guerra è preventiva, convenzionale, elettronica, ibrida.. tante apposizioni che fanno contrasto con il prosciugamento della pace, lemma rimasto privo di aggettivi, confinato nel regno dell’utopia

Mentre si fanno strada gli appuntamenti rituali della Pasqua, la mente non può fare a meno di tornare alla “misteriosa” visita di Peter Thiel, fervente sostenitore dell’”anticristo”, che è approdato nella Roma di Papa Leone. Segno di contraddizione si potrebbe dire utilizzando il linguaggio biblico, che connota l’epoca del caos, in cui modernità tecnologica e uso primitivo della forza dominano il campo.
Non c’è da stupirsi nel tempo della “tecno – destra” che guarda con disprezzo le “stagnanti ritualità democratiche del Novecento” sostenendo una governance globale in cui la tecnologia, frutto di una volontà “macchinica” automatica e impersonale decide, mentre la politica viene confinata a un ruolo di comunicatore.
Templare, al confine tra fede e interessi, fra missione e bulimia di potere, Thiel fondatore di Paypal e di Palantir, azienda il cui nome riporta alla mente le pietre prevedenti del “Signore degli anelli” in un libro pubblicato nel 2004 “Il momento straussiano” è venuto per prefigurare con toni da “mistica medievale l’avvento della “Guerra in codice”, nuova forma di conflitto strisciante che sta resettando la democrazia, come spiega molto bene in un libro inchiesta pubblicato da Donzelli, Michele Mezza. E’ questo il nuovo attributo della guerra, che si aggiunge a preventiva, convenzionale, elettronica, ibrida, tante apposizioni che fanno contrasto con il prosciugamento della pace, lemma rimasto privo di aggettivi, confinato nel regno dell’utopia.
Religione morale scienza storia si mescolano nella visione di questo magnate della Silicon Valley, trovando un punto di convergenza in una torsione autoritaria delle élites di potere, con la conseguente emarginazione dell’idea di politica come processo aperto al dibattito, al confronto, alla verifica. Siamo alla fine dell’agorà dello spazio aperto in cui la parola è bene comune aperto al confronto.
La sfera pubblica perde significato, naufraga l’”agire comunicativo” di Habermas (venuto a mancare proprio in questi giorni per un’”astuzia della ragione”) cancellato dal pensiero connettivo che espelle ogni dialettica senza lasciare margini al pensiero critico su cui dovrebbe formarsi l’opinione pubblica. Lo svuotamento del dialogo sta togliendo linfa alle assemblee elettive e agli organismi internazionali, incapaci di qualsiasi iniziativa visibile.
L’”anticristo”, architetto freddo dell’universo, si muove a suo agio in un tale contesto, non si piega ad ascoltare le domande della collettività, persegue un esercizio di dominio in cui sono protagonisti i signori degli algoritmi, impegnati a programmare l’abolizione delle istituzioni e di qualsiasi corpo intermedio che tenda a rallentare i processi decisionali. Sono ormai le piattaforme a dettare l’agenda nelle odierne “datacrazie”, che hanno preso forma nei “regimi autarchici dell’Est e nei templari dell’Ovest”.
La “guerra in codice” sta trovando un insperato campo di battaglia nelle campagne elettorali giocate sulla rete, terreno di scorrerie, attraversato da anonimi soggetti digitali che attaccano centinaia di migliaia di profili, avvelenando i pozzi del dibattito, alla conquista di ipotetici elettori contendibili.
In questa dinamica la straordinaria partecipazione dei giovani ha scombinato le carte. Forse si sta aprendo un fase nuova, tutta da interpretare. E’ venuto il momento di rinvigorire la cultura della democrazia che le autocrazie hanno cercato di spezzare, una cultura che è apparsa visibile non solo nel pronunciamento referendario espresso dalle fasce giovanili, che si sono nettamente schierate a favore del no, quanto nella partecipazione alle manifestazione di piazza, in cui i corpi sono tornati, ricordandoci che la politica è fatta di presenza, condivisione, fisicità oltre che idee contrapposte.
La fascia di popolazione che va dai 18 ai 34 anni non ha solo scritto “no” ma ha voluto dire alt al “micropensiero” costruito sui social, (la definizione è di Concita De Gregorio), per ritornare a frequentare e animare l’agorà, nel rispetto degli equilibri tra i poteri, della dignità del Parlamento, Assemblea la cui ragion d’essere è quella di esprimere la sovranità popolare.
“A volte viene il sospetto che l’habitat storico sia più civile di quanto non siano civilizzati i suoi protagonisti” la preoccupazione di Giovanni Sartori, richiamata da Giuliano Amato in una recente intervista è la nostra stessa preoccupazione, di uomini liberi da un lato ma che vivono l’assedio di quella che Emanuele Severino definiva cieca volontà di potenza della tecnica, che trasforma mezzi in fini condizionando le scelte che pesano sul futuro dell’umanità.
Occorre ricostituire la sfera pubblica nella sua autonomia, che si traduce in quell’etica del discorso, professata da Habermas, troppo presto scomparso quando avremmo avuto bisogno di confrontarci ancora con un mastro che ci ha insegnato a credere nel dialogo costruttivo, strumento fondante della convivenza pacifica tra i popoli.
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