Veneto, minori e social: la proposta di Stefani fermarsi sotto i 14 anni ma i ragazzi dicono no
Il Veneto capofila in Italia con una proposta di legge depositata in Consiglio regionale dal presidente Stefani («da approvare nel giro di tre mesi») per vietare l’uso dei social sotto i 14 anni, con controlli sull’età e sanzioni per le piattaforme. Medici e psicologi sono d’accordo. All’estero lo stop è già operativo in Australia e in Indonesia

Ecco l’articolo in quattro punti
- L’aggressione alla professoressa con il coltello ripresa e trasmessa con il cellulare
- La proposta di Stefani: niente social a chi ha meno di 14 anni
- Il no degli adolescenti
- La sentenza Usa che condanna Meta e Youtube per la dipendenza da social
Social e ragazzi, cosa sta succedendo? La cronaca racconta di un rapporto talvolta morboso che rischia di inquinare il quotidiano degli adolescenti. L’immagine ricorrente è di ragazzi incollati a uno schermo che scambiano il virtuale per il reale. Non parlano tra di loro, ma si raccontano senza veli su Instagram, TikTok, .... Una relazione tossica che sfocia dipendenza. Gli adulti - genitori, insegnanti, medici, psicologi, ... - si interrogano e cercano soluzioni. In queste settimana sta facendo discutere la proposta del presidente del Veneto: via i social a chi ha meno di 14 anni.
Si parte dall’attualità: l’accoltellamento della prof di francese a Bergamo da parte di uno studente di 13 anni che ha ripreso – e trasmesso in diretta sui suoi canali social -l’aggressione con il cellulare al collo. La realtà che sembra superare l’immaginato: il mondo virtuale che atterra violento su quello reale.
Si apre il dibattito sui ragazzi e sul loro benessere.
Il presidente del Veneto, Alberto Stefani, rilancia una proposta che aveva già presentato quando era parlamentare: vietare i social agli under 14.
«Occorre cambiare prospettiva e rimettere al centro la salute dei giovani e il loro benessere psicologico», ribadisce in una nota ufficiale diffusa alla notizia dell’accoltellamento di Bergamo, «Ne va della sicurezza delle famiglie e del futuro della nostra comunità. L’ultimo disegno di legge che ho firmato da componente della camera dei deputati va in questa direzione e prevede lo stop all’utilizzo dei social network per i minori di 14 anni. A quell’età i giovani hanno bisogno di esperienze vere e incontri reali, non di finzione. E, soprattutto, devono essere tutelati dal rischio di emulazioni e dall’esposizione a contenuti violenti che possono influenzarli e spingerli a commettere reati nel mondo reale. La Regione del Veneto sta facendo la sua parte per promuovere il benessere psicologico e prevenire forme di disagio. Il testo che ho depositato nei giorni scorsi, per l’istituzione dello psicologo territoriale, ne è un esempio. Ma, di fronte a quanto succede nel nostro Paese, e sulla scorta delle parole pronunciate dai genitori del tredicenne di Bergamo, non possiamo più aspettare».
La proposta di Stefani in tre punti
La proposta di legge che Stefani aveva depositato in veste di deputato prevedeva:
- che le persone con meno di 14 anni non potessero usare né i social né i sistemi di messaggistica istantanea, e che tra i 14 e i 16 anni fosse necessario il consenso dei genitori.
- che i gestori di questo tipo di piattaforme fossero obbligati a dotarsi, a proprie spese, di «sistemi efficaci» a verificare l’età degli utenti attraverso l’autenticazione con la carta d’identità elettronica.
- che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) stabilissero con quali modalità, così come quello di monitorare il rispetto della legge da parte delle piattaforme.
Ora da presidente del Regione Veneto intende portare avanti la sua battaglia: ha già depositato in consiglio regionale la sua nuova proposta.
In base alla legge italiana, le Regioni possono proporre leggi che valgano per tutto il territorio nazionale: tali proposte devono essere discusse e approvate nei consigli regionali, per poi essere trasmesse alla Camera o al Senato e seguire l’ordinario iter delle altre leggi, con discussione ed eventuale approvazione.
Stefani conta sulla sua maggioranza di centrodestra, ma il tema è, come dire?, senza colore e magari anche dai banchi dell’opposizione potrebbe raccogliere consensi.
La nuova proposta prevede, per quanto è dato di sapere per ora:
- il divieto assoluto di utilizzare i social al di sotto dei 14 anni
- il finanziamento di progetti educativi per l’utilizzo di questi mezzi da parte degli adulti e in particolare dei genitori
- sanzioni per le piattaforme che non rispettano la legge.
Veneto apripista, ma cosa succede nel resto del mondo?
Il Veneto, se passerà la proposta di Stefani (lui prevede di arrivare all’approvazione entro due-tre mesi), farà da apripista a una scelta che in altri Paesi è già stata adottata.
L’Australia è stata la prima: ha approvato il divieto dell’uso dei social agli under14 lo scorso dicembre. L’ha seguita l’Indonesia e altri paesi hanno detto di volerlo fare: stanno discutendo proposte di legge simili paesi europei come la Danimarca, la Francia, l’Austria e la Spagna, e paesi asiatici come la Malaysia. La proposta del divieto è stata motivata con la dipendenza, la mancanza di concentrazione e altri effetti sulla salute mentale che i social network causerebbero ai minorenni.
E queste motivazioni hanno l’approvazione di medici e psicologi.

E loro, i ragazzi?
A Padova i rappresentanti d’istituto delle superiori sottolineano che vietare Instagram, TikTok e Facebook ai minori non basta: serve educazione digitale e consapevolezza per un uso sicuro dei social. Incalzano la politica: «Per l’uso consapevole della rete non basta la carta d’identità, ci vuole formazione e consapevolezza».
Sono convinti che «i social e l’utilizzo inconsapevole dei dispositivi elettronici non sono l’unica causa dell’attuale disagio giovanile, sebbene sia una delle principali».
Vietato vietare: «Crediamo», sostengono, «che il divieto non sia la via migliore da seguire perché, se oggi si parla di vietare i social, domani dovremo parlare di vietare i videogiochi e dopodomani l’intelligenza artificiale. Oltretutto riteniamo difficile riuscire a imporre limiti anagrafici senza riflettere sui gravi danni alla privacy che questo porterebbe, e senza valutare la facilità con cui tali limiti potrebbero essere aggirati». Meglio una sorta di patente che, previa opportuna formazione, certifichi la giusta sapienza poer usarli.
La sentenza che fa scuola negli Usa
Intanto negli Stati Uniti una sentenza sui social è destinata a fare scuola.
Mercoledì 25 marzo, a chiusura di un processo durato più di un mese – in Italia si direbbe “lampo” - una giuria californiana ha ritenuto Meta e YouTube responsabili dei danni psicologici e della dipendenza da social in una ragazza che usava compulsivamente Instagram e YouTube da quando era bambina.
I due colossi tech sono stati accusati di negligenza rispetto alla scelta, per le loro piattaforme social, di un design che poteva generare dipendenza negli utenti, specialmente se molto giovani.
Nel caso chiamato KGM, dalle iniziali della querelante, una giovane, oggi ventenne rimasta anonima, ha raccontato di aver iniziato a usare Instagram (Meta) e YouTube rispettivamente quando aveva 6 e 11 anni. Nel tempo, ha sviluppato dipendenza dalle due piattaforme social, insieme ad ansia, dismorfofobia (l'eccessiva preoccupazione per difetti fisici minimi o inesistenti) e pensieri suicidi. L'uso patologico dei social – ha raccontato – è continuato anche nella sua vita adulta.
Sotto accusa sono finite alcune funzionalità come la riproduzione automatica dei video, lo scrolling infinito (la spirale di scorrimento continuo con le dita sullo schermo di contenuti brevi, che gratificano il cervello con micro scariche di dopamina, a cui gli adolescentisono particolarmente sensibili) e i consigli algoritmici che propongono foto e video studiati sulle preferenze degli utenti. L'obiettivo di questo tipo di progettazione, secondo gli avvocati di KGM, era fidelizzare i giovani utenti per tenerli sui social il più possibile.
La giuria ha condannato le due aziende a un risarcimento danni complessivo di 3 milioni di dollari (circa 2,58 milioni di euro: una forma di compensazione per i danni subiti, di cui Meta è stata ritenuta responsabile per il 70% e YouTube per il 30%).
Le due aziende dovranno pagare altri 2,1 milioni di dollari (Meta) e 900.000 dollari (YouTube) a titolo di danni punitivi, una forma di risarcimento superiore ai danni subiti, che ha anche la funzione di sanzionare chi ha arrecato il danno e che viene utilizzata, nell'ordinamento giuridico statunitense, nei casi di notevole disequilibrio economico tra le parti in causa. Meta e YouTube fatturano miliardi di dollari a trimestre sulle visualizzazioni degli utenti.
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