Dal sibilo del modem alle vite sempre online, trent’anni di Internet

Il 1996 segna una svolta nel rapporto tra società e tecnologia. La Rete, prima materia solo per pochi nerd, diventa patrimonio collettivo. E’ l’inizio della rivoluzione

Paolo Marcolin

Le Olimpiadi di Atlanta, con la mano tremante per il Parkinson del grande Muhammad Ali che accende il braciere; gli attentati di Unabomber sulle spiagge di Lignano e Bibione; Bossi che promette la secessione della Padania. Questi sono alcuni degli argomenti che campeggiavano sui giornali nell’estate 1996. Alla radio Eros Ramazzotti cantava Più bella cosa e il grande rito generalista della tv proseguiva senza scossoni tra Carramba che sorpresa e Striscia la notizia. Bene, immaginate quel tempo come l’ultimo giorno di vita dei dinosauri, 10 milioni di anni fa, prima che un gigantesco meteorite colpisse la Terra cancellando quel mondo, inghiottendolo in una terrificante nube di polvere. Anche nel 1996 un meteorite stava per colpire la Terra, piombandoci sopra con la velocità, alquanto modesta, dei 56 k del modem, quello dall’inconfondibile sibilo che, gracchiando e ansimando, stava annunciando la più grande rivoluzione dai tempi della macchina a vapore: Internet.

D’accordo, la Rete era nata negli Stati Uniti negli anni Sessanta, ma per anni era rimasta un fenomeno di nicchia, conosciuto da pochi cervelloni che lavoravano nei centri di ricerca. Uno di questi, un informatico britannico di nome Tim Berners-Lee, nel 1991 aveva inventato al Cern di Ginevra il World Wide Web, le tre famose W. Quelle che abbiamo imparato a scrivere, pardon digitare, per cercare le pagine, i link, gli indirizzi e i browser.

Quelle tre W sono le gambe di Internet, la fanno marciare e poi correre, una corsa che in poco tempo diventa a perdifiato. In quel 1996, 30 anni fa, preistoria ormai, in Italia i server commerciali passano da 43 a oltre 400 in un solo anno. È ancora un’Internet lenta, rumorosa e piena di pagine semplicissime. I suoi utilizzatori sono battezzati navigatori. E infatti uno dei primi browser si chiama Netscape Navigator. Si scopre che “con un clic”, frase diventata subito virale, si può accedere a una moltitudine di informazioni di ogni tipo. Per farlo si usano i portali: Yahoo!, Lycos ed Excite, che nell’aprile di quel 1996 vengono quotati in Borsa. Una data cardine, che segna la prima tappa della trasformazione della ricerca online in un business e anticipa il linguaggio della “new economy”.

 

I primi provider italiani sono Video On Line, Italia Online, Agorà, Galactica, Tin.it. I giornali cominciano a interessarsi del fenomeno, che all’inizio desta molta curiosità e viene rubricato tra le notizie di costume e società. Il Piccolo in agosto pubblica un articolo sui libri dedicati al fenomeno. Per Roberto Canziani «manca ancora l’immediatezza d’uso che ne potrebbe fare qualcosa di popolare e indispensabile, come il telefono e il fax, ma le previsioni assicurano che è soltanto questione di tempo».

Infatti. Nell’estate del 1996 esce per Laterza il libro che sarà il più venduto tra quelli di argomento informatico. Si intitola “Internet ’96. Manuale per l’uso della rete”, lo scrivono Marco Calvo, Fabio Ciotti, Gino Roncaglia e Marco A. Zela, un tomo di 372 pagine al prezzo di 23.000 lire. La premessa del manuale dice che di Internet «si parla sempre più spesso», che televisione, giornali ed editoria hanno trasformato uno strumento tecnico in un «fenomeno di costume» e in un argomento “alla moda”.

Gli scaffali delle librerie cominciano a riempirsi di titoli. Accanto a guide come Cybershow, di Fabio Parucchini, che raccoglie indirizzi di siti che si occupano di spettacolo, e Lo Zen e l’arte di Internet, in cui Brendan Kehoe insegna come «affrontare il viaggio virtuale nel modo più rilassato possibile». E c’è anche chi, come Giovanni Cesareo e Patrizia Rode, intravede che non saranno tutte rose e fiori, anticipando i problemi etici, di libertà e di democrazia che Internet farà sorgere.

Si moltiplicano anche le riviste, che offrono in allegato CD-ROM e kit di accesso: Internet News, MC Microcomputer, PC Professionale, Chip, Computer Magazine. Entrano nel linguaggio comune termini come “autostrade dell’informazione”, “navigare”, “cyberspazio”, “home page”, “modem”, “rete civica”, “newsgroup”. Ci si collega da un computer fisso, spesso la sera, con il modem, occupando la linea telefonica.

Da quell’estate del 1996 è cambiato tutto. Il vero spartiacque tra l’Internet del modem e quella di oggi è lo smartphone. Prima ci si collegava alla Rete. Dopo, siamo rimasti collegati. Con lo smartphone Internet diventa permanente: non è più una destinazione, ma una condizione. È sempre acceso, sempre in tasca, sempre connesso. Prima si navigava, verbo bellissimo e anni Novanta; oggi si è immersi, spesso senza nemmeno percepire il confine tra online e offline. Con lo smartphone sono arrivati i social, diventati ormai il settimo potere. Oggi la politica si fa con i tweet, con i reel; da poco è arrivata l’intelligenza artificiale, in cui vero e verosimile si mescolano e la realtà perde consistenza. Lo aveva intuito Elémire Zolla, raffinato saggista e interprete delle tradizioni spirituali d’Oriente e d’Occidente, che nel 1992 aveva scritto un libro dal titolo quasi profetico, Uscite dal mondo. Per Zolla «nel 2030 la realtà virtuale dominerà sia l’informazione che l’intrattenimento».

Era meglio prima? Apocalittici e integrati, nativi digitali e boomer si confrontano. Solo vent’anni fa chi malediceva il telefonino è diventato un creatore digitale come le modelle su OnlyFans. È come Il mondo nuovo di Giandomenico Tiepolo, ma non è il baraccone dipinto nel 1791 in cui una folla guarda dentro una lanterna ottica; è lo schermo acceso, il modem, il telefono, il flusso continuo in cui siamo finiti tutti.

Riproduzione riservata © il Nord Est