Il dramma dei migranti, Lazzarini: ridefiniamo la cittadinanza e i modelli di convivenza

Ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo, in «Reinventare la cittadinanza» propone un nuovo patto di convivenza basato su un progetto di alfabetizzazione umana e civica che porti al rispetto delle esigenze e dei valori di una società multietnica

Massimiliano CannataMassimiliano Cannata

L’istituto giuridico della cittadinanza non è immutabile. La disgregazione dello stato-nazione, costruzione giuridico – politica della modernità ne ha mutato le sembianze.

Le classi dirigenti non sembrano avere consapevolezza delle trasformazioni in atto, mentre i flussi migratori crescenti scompaginano quella linearità territorio, autorità, diritti che era stato il fondamento della sovranità dall’età moderna fino all’avvento della globalizzazione.

Anna Lazzarini, studiosa della complessità, Professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università di Bergamo, in Reinventare la cittadinanza (ed. Mimesis) affronta un tema cruciale, proponendo un nuovo patto di convivenza basato su un progetto di alfabetizzazione umana e civica che attraverso il riconoscimento di una cittadinanza planetaria dovrà condurre al rispetto delle esigenze e dei valori di una società multietnica.

Professoressa Lazzarini, mentre le frontiere dell’Europa ribollono, la dimensione urbana è segnata da fenomeni di violenza emergenti che incupiscono l’orizzonte. La cittadinanza, in questa epoca caratterizzata da diseguaglianze, contraddizioni e tensioni come va ridefinita?

Proviamo a fissare alcuni punti fermi che possono aiutarci a comprendere la complessità del quadro. La cittadinanza è stata il risultato dell’ordinamento politico dello stato-nazione. Nell’età moderna lo stato esercitava la propria autorità politica su un’area geografica separata dai territori limitrofi attraverso confini netti. In questa dinamica la cittadinanza è segnata da un vincolo stretto con i territori e con le autorità politiche definite territorialmente: questo vuol dire che si può essere cittadini di un solo stato.

La globalizzazione e la mobilità hanno rimescolato le carte. Bertand Badie in un celebre saggio ha teorizzato la “fine” dei territori, con quali conseguenze? E’ la fine dello stato come lo abbiamo inteso per secoli?

Le comunità politiche statali europee dell’età moderna si erano fondate sull’idea che i confini fra noi e gli altri dovessero essere netti e visibili, e che questa visibilità dei confini esterni potesse favorire le coesioni e le solidarietà interne. Attraverso i confini, lo stato ha potuto svolgere un doppio compito: accanto alla funzione di separazione verso l’esterno, verso i territori di altri stati, ha potuto svolgere una funzione di integrazione al proprio interno. Nell’odierno disordine dello spazio globale asimmetrico, quell’impianto non regge più. In questo senso, la cittadinanza dentro i nuovi scenari globali deve tenere conto della “sfida del movimento”: da qualche decennio la mobilità di persone, beni materiali, capitali e culture ha scompaginato le geografie del pianeta. Le migrazioni transnazionali mettono in discussione proprio la connessione fra sovranità, stato, nazione, territorio, cittadinanza. Oggi l’appartenenza nazionale non è più il contrassegno di un’identità culturale; appartenenze multiple sono espressione di identità altrettanto ibride, fluide e plurali.

La cittadinanza non può quindi essere un “confine interno”, una patente discriminatoria da concedere il più tardi possibile, che segna una differenza incolmabile tra chi è portatore di diritti, dignità e tutele e chi sembra destinato a rimanere drammaticamente escluso, senza garanzie, o al limite incluso in forme subordinate.

La crisi dello stato-nazione e la retorica securitaria

La retorica identitaria e securitaria sembra essere rimasta l’unico “marcatore” che permette all’opinione pubblica di distinguere tra destra e sinistra. Si gioca ogni giorno una partita propagandistica, che anima campagne elettorali sempre più finalizzate a conquistare il consenso agitando capacità di conteggio e controllo degli sbarchi, identificazione dei clandestini, misure di salvaguardia dei confini territoriali. Le pare un approccio corretto?

In un mondo in cui milioni di persone si muovono e si trovano a vivere e a lavorare in territori diversi da quelli in cui sono nati e cresciuti, lo ius sanguinis e lo ius soli si rivelano criteri anacronistici e discriminatori capaci di generare nuove marginalità e forme di inclusione parziale. Ricordiamoci che lo stato nazione oggi non è più il contenitore di una società segnata da una omogeneità linguistica, culturale etnica, religiosa. Per questo insisto su un’idea di cittadinanza intesa come costruzione di un patto libero e democratico, non come un recinto legato all’appartenenza a una specifica porzione di territorio.

Di fronte alle trasformazioni del mondo che abitiamo, è giusto etichettare come “straniero” un ragazzo che è nato in Italia o che vi è giunto nella primissima infanzia?

La qualità di “migrante” non si tramanda di padre in figlio. Come possiamo continuare a imporre a questi ragazzi di sentirsi stranieri nel loro paese, che spesso è l’unico paese che conoscono, di non godere degli stessi diritti di cui godono i loro coetanei autoctoni, in un momento cruciale della propria vita, in cui è in gioco lo sviluppo del senso di sé e del proprio ruolo nel mondo? Dobbiamo comprendere che, in un certo senso, la loro pratica di cittadinanza è già in atto nel percorso educativo e di socializzazione che conducono a scuola, sui campi da gioco, in tutti i contesti formali e informali in cui vivono quotidianamente

Una cittadinanza flessibile, plurale, multilivello, questa la proposta che emerge nel suo studio, può essere in grado di reggere le sollecitazioni che provengono dall’’esperienza migrante che sta modificando il profilo dei nostri centri urbani?

L’arrivo e l’insediamento degli immigrati nelle città non solo mettono in discussione la presunta omogeneità della nazione, ma delineano una sorta di “via locale” alla cittadinanza. La “residenza”, il fatto di abitare in una città, definisce l’esigibilità di alcuni diritti, la fruizione di taluni servizi (municipali, locali), ma non la possibilità di accesso ai diritti e doveri che la cittadinanza formale sancisce. Eppure, queste persone, pur senza essere cittadini formalmente riconosciuti, agiscono già da cittadini in molteplici contesti, dai luoghi di lavoro alla scuola, alle reti e alle organizzazioni sociali, dalle associazioni al mondo del volontariato, prendendo parte attiva alla costruzione della comunità di appartenenza. Occorre superare la dicotomia tra noi e loro per costruire insieme il progetto della “civitas” aperta alla partecipazione di tutti, di chi viene da qui come di chi viene da altrove, ma già esercita quella pratica di cittadinanza, cui facevo prima riferimento, che precede i processi di riconoscimento formale.

Educhiamoci alla cittadinanza planetaria

La città è il fulcro di ogni ragionamento, il laboratorio cui legislatori e politici dovrebbero attingere per comprendere i percorsi di sviluppo della società globale. L’idea di una città educativa, cui lei dedica l’ultima parte del saggio, ha delle concrete possibilità di attuazione?

Educare alla cittadinanza non significa aggiungere un’ulteriore materia al curricolum scolastico, ma si dispiega nel fare scuola quotidiano, quando questo sia finalizzato alla costruzione di un laboratorio in cui si integrano saperi, valori, relazioni ed esperienze, in cui si allenano pensiero critico, impegno, partecipazione attiva, responsabilità verso gli altri e verso ciò che è comune.

Già trent’anni fa Edgar Morin parlava di educare alla “cittadinanza terrestre” o “planetaria”, fondata proprio sulla condivisione di una medesima umanità comune e che riconosce la Terra-Patria come scenario della convivenza: il compito urgente sarà allora quello di delineare le coordinate di una nuova paideia (la definizione è di Mauro Ceruti n.d.r) che assuma consapevolmente la complessità delle identità umane e sappia reimmaginare le possibilità di un vivere comune.

Noi sappiamo che la parola “cittadinanza” non viene da stato, viene da città; gli storici francesi che si rifacevano alla grande scuola degli Annales parlavano in maniera molto precisa di “diritto alla città”. Va ripresa questa intuizione giuridica come termine di valore per costruire comunità su basi diverse da quelle della omogeneità etnica e culturale. Ciò è possibile proprio a partire dalla scuola, ma ampliando alla città l’ambito entro il quale collocare percorsi di educazione alla cittadinanza.

Si intravede nella trattazione la necessità di affermare un’etica della responsabilità a livello globale, principio teorizzato da Habermas che non sembra avere molto spazio nell’epoca dei sovranismi e dei populismi, fortemente condizionati dal tecnocapitalismo che toglie ogni autonomia alla politica e a ogni forma di pensiero critico. Perché dovremmo essere ottimisti su un possibile cambio di rotta?

Credo che non abbiamo alternative. Sappiamo dalla storia che quello che appare improbabile può accadere, come ci hanno spiegano i grandi teorici della complessità. Il confronto delle idee può aiutarci a disegnare paesaggi inediti e alternativi rispetto all’esistente. Per reinventare la cittadinanza, soprattutto come risposta a una domanda di uguaglianza, occorre certamente uno sforzo di volontà politica, ma soprattutto un esercizio di immaginazione. I contesti in cui viviamo, intesi come spazi materiali e abitati, ma anche come universi simbolici, costituiscono un campo straordinario per sperimentarsi in nuovi esercizi di immaginazione. Sono cantieri o laboratori per esercitare forme di immaginazione, proprio per il loro carattere di apertura di possibilità e di imprevedibilità. Proprio le contraddizioni e le crisi del nostro tempo chiedono lo sforzo immaginativo per ri-umanizzare i nostri contesti di vita, consentendo la fioritura di un senso del convivere più libero e più giusto per tutti. Anche da questo punto di vista, la scuola ha un compito urgente e ineludibile.

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