I nuovi scenari di rischio nello scenario geopolitico

Si sta combattendo una “guerra mondiale a pezzi” mentre il diritto internazionale viene calpestato: nostro colloquio con Marco Braccioli, membro del Comitato Tecnico CESMA Centro Studi Militari Aereonautici

Massimiliano CannataMassimiliano Cannata

Gravi fattori di instabilità geopolitica rendono molto incerto il futuro. Si sta combattendo una “guerra mondiale a pezzi”, per usare la tragica immagine utilizzata da Papa Francesco, per fotografare la condizione attuale che stiamo vivendo. “Siamo di fronte all’affermazione dell’Hard Power dopo decenni di Soft Power. Il diritto internazionale viene ignorato, mentre le istituzioni sovranazionali governano stati impotenti, si pensi solo ai mandati di cattura della Corte dell’Aja rivolti a Putin e Netanyahu di fatto inapplicabili”.

Marco Braccioli, Co-direttore cybersec e Consigliere Scientifico Fondazione ICSA e Membro del Comitato Tecnico CESMA Centro Studi Militari Aereonautici, entra nell’analisi di questa delicata fase che il mondo attraversa.

Siamo di fronte al rischio di un’escalation senza ritorno. Le mire “neo-coloniali” di Trump, oggi puntano all’”acquisto” della Groenlandia, domani chissà. Dove arriveremo?

Il rischio che il conflitto possa estendersi e sfuggire di mano è molto alto. Se un paese Nato invadesse un altro paese che fa parte dell’alleanza, come minacciato da Trump nel caso della Groenlandia sarebbe la fine dell’Alleanza Atlantica e dell’applicazione dell’Articolo 5 della Nato. Il mondo si sta avviando ad assumere le sembianze di una “tettonica a placche” disegnata dai poteri economici che vede contrapposti USA e blocco Cino-Russo. In questo gioco credo che per l’Europa possa essere utile guardare a quei BRICS ancora democratici come India e Brasile per cercare di giocare un ruolo che oggi sembra essere incerto e passivo.

Vacilla la sovranità e i principi basilari dell’autodeterminazione dei popoli. Parlare di sicurezza e di civiltà del diritto appare un’utopia non crede?

La sovranità, termine delicato e per molti aspetti controverso, per essere esercitata deve fare oggi i conti con strumenti del digitale. Dalla terra al cielo le vulnerabilità si sono moltiplicate, si combatte ormai una guerra ibrida anche in tempo di pace, rispetto a cui bisogna che gli stati sappiano aggiornare le strategie per la sicurezza nazionale, che devono fondarsi su competenze tecnologiche molto precise. Le reti globali si stanno frammentando, stanno nascendo dei blocchi – occidentale, russo cinese, servirà una cyber diplomacy che possa guidare la strategia dei singoli paesi.

Molti osservatori parlano di “guerra in codice” per definire il salto di paradigma che è avvenuto. Ci spiega come stanno le cose?

La sovranità digitale può nascere solo se esiste una sovranità politica. Nel mondo digitale abbiamo una forte presenza del mondo americano, la recente affermazione di Trump che ha fatto capire di volere allentare l’azione di influenza e di protezione dell’Europa, cambia le carte in tavola. L’Europa ha bisogno di dare una risposta unitaria, di trovare quella forza politica per prendere posizione e per rafforzare gli investimenti nei settori tecnologici più avanzati da cui dipende il futuro. AI, quantum, cyber, anche se nessun paese può competere da solo in ambiti così delicati, è venuto il momento di sviluppare una filiera della sicurezza autonoma che possa dare agli stati europei una capacità di manovra superiore.

L’UE è in grado di correre questa difficile partita?

Bisogna attrezzarsi. Quando Roma vinse contro Cartagine non sapeva navigare, ma seppe impararlo in fretta. Abbiamo tante eccellenze, bisogna metterle a fattor comune cercando di non vendere la paura, piuttosto impegnandoci a costruire insieme “l’arca che ci salva dal diluvio”, perché la sicurezza è un lavoro di squadra. La tutela dello spazio cibernetico è un tema orizzontale, non c’è più un solo “forno” produttivo sulla scacchiera internazionale. Agli USA si è affiancata la Cina, se pensiamo che l’applicativo IA “DeepSeek” è quello più usato nel mondo ci possiamo rendere della portata di quello che sta avvenendo e degli interessi in campo.

Stare a guardare mentre il mondo si muove sarebbe la peggiore delle strategie. Da dove bisogna partire?

Siamo di fronte all’abbraccio mortale rappresentato dall’alleanza tra IA e mondo quantistico. L’intelligenza artificiale ha bisogno di dati per alimentarsi ma soprattutto di velocità per evolversi. Chi è più rapido avrà la possibilità di esercitare una egemonia non solo economica, ma anche militare.

La progressione tecnologica di cui parla ci espone a nuovi fronti di rischio, con quali conseguenze?

Si è allargato il “campo di battaglia”. La guerra nello spazio sarà un tema centrale per la cybersicurezza nel futuro. Avremo la tecnologia 6G che si integrerà con i satelliti, difficile anche sul piano del diritto internazionale delimitare regole di ingaggio e gestione del conflitto. Ne abbiamo avuto prova nel recente conflitto ucraino-russo: le reti satellitari hanno subito attacchi da entrambe le parti. Starlink a supporto dello stato Ucraino è stato bersaglio di hacker russi, mentre la rete russa Statis ha subito attacchi da parte ucraina. Sabotaggio spionaggio, furto di dati sensibili interruzione di servizi, hanno causato perdite finanziarie nel civile ed effetti catastrofici nel settore militare. Lo spostamento verso l’interoperabilità obbligherà a prendere in esame la connessione con operazioni cognitive che prevedono l’uso dell’IA e a breve del quantum per avere il predominio sul nemico prima di tutto a livello informativo. La sfida che si impone riguarda in massima parte l’analisi e la discriminazione dei dati, su cui si basa la guerra cognitiva, che orienta le scelte decisionali di maggiore portata.

Il piano cyber presentato dal Ministro Crosetto alle Camere nel dicembre scorso finalizzato a creare un corpo di militari specializzati nel contrasto delle minacce digitali, va nella giusta direzione?

Può essere un tassello utile per il dialogo tra le due sfere, civile e militare. Dotare il paese di una struttura con un organico previsto di 1200/1500 unità dedicata alla difesa e alla gestione delle minacce ibride può determinare la nascita di un centro per la infowar e l’anti disinformazione. Colpire reti, infrastrutture, servizi equivale a un atto di guerra che può mettere in ginocchio, come si è già visto, strutture vitali per la vita di un Paese come ospedali, aeroporti, stazioni, istituzioni e persino partiti politici. Per questo credo che occorra lavorare per creare un centro unico di comando capace di mettere insieme la Difesa, gli Interni, gli Esteri e i nuovi soggetti istituzionali, penso all’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale n.d.r.) che possono svolgere un’azione di coordinamento e di risposta adeguata al livello di rischio. Organizzarsi significa creare una struttura e una significativa deterrenza per essere un vero attore europeo ed evitare quel vecchio adagio che riguarda i rapporti internazionali:” se non siedi a tavola sei sul menu’”

 

 

 

 

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