Fuga dalle città del Nordest: ecco i motivi della corsa ai piccoli centri
Tra il 1971 e il 2025 i residenti nelle cinture urbane sono aumentati del 49%. Il cambiamento i tutti i capoluoghi di Veneto e Friuli Venezia Giulia, fanno eccezione Belluno e Rovigo

I residenti nelle aree urbane (città e comuni confinanti) del Veneto e del Friuli, negli ultimi decenni sono aumentati: erano poco più di due milioni nel 1971, sono due milioni e 300 mila oggi (+12%). L’incremento è tutto concentrato nel quarantennio 1971-2011, mentre negli ultimi quindici anni la crescita si è arrestata.
Nel frattempo, si è fortemente modificata la distribuzione di questi abitanti fra città e comuni di cintura. Fra 1971 e 2025, gli abitanti delle città sono diminuiti dell’11%, mentre nello stesso periodo i residenti nelle cinture urbane sono aumentati del 49%. Negli ultimi quindici anni, il numero di abitanti delle cinture urbane è stato sempre più elevato rispetto ai residenti nelle città, mentre nel 1971 nei comuni di cintura abitavano 500 mila persone in meno rispetto alle città.
Questo grandioso cambiamento è avvenuto in tutte le aree urbane dei capoluoghi di provincia del Veneto e del Friuli, con l’eccezione di Belluno e di Rovigo. In alcune zone la crescita demografica dei comuni di cintura è stata particolarmente intensa. Nel 1971 a Padova vivevano quasi il doppio degli abitanti rispetto ai comuni di cintura: oggi nei comuni di cintura (come Albignasego, Selvazzano Dentro e Rubano) abitano più persone che in città. Gli abitanti dei comuni di cintura di Pordenone (come Porcia e Azzano Decimo) sono oggi quasi il doppio rispetto a quanti abitano in città.
A Venezia, a causa anche del drammatico spopolamento del centro storico e delle isole, nei comuni di cintura (come Martellago e Spinea) vivono oggi 15 mila persone in più rispetto al comune di Venezia-Mestre, mentre nel 1971 a Venezia-Mestre vivevano 150 mila persone in più rispetto ai comuni di cintura. Stabile è stata invece la popolazione di Verona, dove pure i comuni di cintura sono molto cresciuti, perché il comune urbano è molto esteso, avendo inglobato nel 1927 alcuni comuni del circondario (come Avesa e San Michele Extra), e gli spostamenti dal centro alla periferia hanno interessato anche quelli che sono diventati nuovi quartieri cittadini.
Ogni area urbana ha la sua storia, ma nel corso dell’ultimo sessantennio la crescita delle cinture urbane ha accomunato un po’ tutta l’Italia, assieme a molti altri paesi ricchi. Le cause sono molteplici: dalle differenze di prezzo e di tipologia delle case, alle politiche edilizie dei Comuni; dagli spostamenti fuori città di alcune attività produttive e commerciali, alla ricerca – da parte delle famiglie – di zone più tranquille e meno congestionate dove vivere.
Tuttavia, poiché gran parte dei servizi – come gli ospedali, le università e le scuole superiori – sono ancora concentrati nelle città, questo mutamento demografico ha generato anche un forte incremento del pendolarismo per lavoro e per studio, dai comuni di cintura verso le città, congestionando strade e mezzi pubblici in tutte le aree urbane del Veneto e del Friuli, specialmente nelle ore di punta.
I comuni capoluogo del Veneto e del Friuli attraggono un gran numero di lavoratori, anche se negli ultimi decenni hanno perso abitanti, sono sorti centri commerciali nei comuni di cintura, e molte attività produttive sono uscita dalle città. L’Istat, in occasione del censimento permanente, ha pubblicato i dati sul pendolarismo per lavoro, rilevando per ogni lavoratore il comune di residenza e quello dove esercita la maggior parte della sua attività lavorativa.
Sono dati preziosi per ragionare sugli spostamenti, per programmare i trasporti, per ragionare sui flussi di traffico. Il numero di lavoratori di altri comuni che vanno giornalmente a lavorare in città è molto superiore rispetto al numero di abitanti delle città che lavorano altrove. Concentriamo l’attenzione sul caso di Padova, una città che – nel corso degli ultimi decenni – ha visto crescere fortemente i comuni della sua cintura.
A Padova lavorano 119 mila persone. Di queste, 71 mila non risiedono a Padova. La gran maggioranza di loro ogni giorno lavorativo entra ed esce in città, passando due volte per la stazione dei treni, dei bus, per i nodi stradali di ingresso e uscita in città. A questi pendolari – quando sono aperte le scuole e l’università – si aggiungono migliaia di studenti.
Vi sono poi innumerevoli spostamenti di lavoratori interni a Padova, per esempio verso la Zona Industriale e gli Istituti Universitari. Nello stesso tempo, a Padova risiedono 74 mila lavoratori, e di questi, solo 26 mila lavorano fuori città. Di conseguenza, uscire da Padova al mattino e rientrare a Padova la sera, di solito, non è un problema.
Questi numeri aiutano a comprendere come mai ogni mattina, fra le 7.30 e le 9.30, entrare a Padova è complicato. E come mai, fra le 17.30 e le 19.30, le difficoltà si ripetono, ma in uscita. I dieci comuni da cui provengono il maggior numero di pendolari sono tutti nella sua cintura. Albignasego è il comune con il maggior numero di pendolari giornalieri verso la città, quasi 5.000 lavoratori al giorno, cui vanno aggiunti gli studenti.
Padova non è collegata con Albignasego né dal tram né dal treno: non c’è da stupirsi se le strade fra Padova e Albignasego, all’ora di punta, sono sempre intasate. A farla breve, la “Grande Padova” è un conglomerato urbano con più di 400 mila abitanti, con molte attività lavorative concentrate nel comune capoluogo, con strutture di mobilità inadeguate.
La nuova linea di tram – ora in costruzione – potrà aiutare, collegando Vigonza e Rubano con Padova: la scelta è azzeccata, perché i flussi di pendolari da questi due comuni verso la città sono assai consistenti. Ma collegamenti rapidi e certi, alternativi all’auto, dovrebbero essere garantiti fra Padova e tutti i comuni della cintura, e oltre.
Ad esempio, l’altra nuova linea di tram – che per ora si arresta a Voltabarozzo, al confine sud della città – dovrebbe senz’altro essere prolungata fino a Ponte San Nicolò e Legnaro, perché sono migliaia gli studenti e centinaia i lavoratori che giornalmente si spostano da Padova verso il polo di Agripolis, e perché da Ponte San Nicolò – ogni giorno – più di 2.500 lavoratori si spostano verso Padova.
Alla luce di questi flussi pendolari, in tutte le aree urbane del Veneto e del Friuli è necessario rivisitare in modo complessivo la mobilità, con piani pluriennali sostenuti da risorse adeguare. Piani che prevedano sì qualche nuova strada, ma specialmente la possibilità effettiva di spostarsi in tempi ragionevoli, con mezzi pubblici e bici in sicurezza, restituendo in questo modo scorrevolezza anche al traffico automobilistico. Ci vuole visione, tenacia e coraggio. Come mostrano anche i numeri impietosi, l’alternativa è passare ore e ore in coda.
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