Stefani e Fedriga rilanciano: «Ora c’è una questione settentrionale»
I governatori dei territori dove ha prevalso il Sì: «Avanti con riforme e autonomia». Fontana: «Troppi tentativi di creare difficoltà al Nord»

L’esito referendario restituisce all’immaginario leghista l’istantanea di un Paese intimamente centralista e conservatore, lesto a beneficiare del traino nordista ma ostile alle esigenze di discontinuità espresse in primis da Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, le regioni dove ha prevalso il Sì. Una lettura che oppone l’energia d’impresa alla giungla statalista, l’identità al globalismo, la volontà popolare ai diktat del Palazzo.
Non priva però di accenni autocritici, riguardanti sia la campagna condotta a sostegno della riforma che l’urgenza di rilanciare l’azione riformatrice del centrodestra. Al riguardo, l’orientamento dei governatori privilegia l’impegno sul versante federalista. «Credo che Roma non possa fingere di non rendersi conto del Nord, vedo che invece ci sono tanti tentativi di crearci difficoltà che sarebbero contrarie all’interesse del Paese e dello stesso governo», commenta il lombardo Attilio Fontana, incline a escludere i rischi di stop al percorso dell’autonomia differenziata: «Semmai confido in un’accelerazione, almeno se ho a che fare con persone che ragionano».
«L’autonomia non si ferma, il governo è forte, la maggioranza solida e il processo di riforma, tanto atteso, proseguirà con il via libera della conferenza unificata e delle Camere»: a Venezia, Alberto Stefani rimarca che «la questione settentrionale esiste da sempre e rappresenta un’opportunità per tutti. I popoli del Nord non chiedono privilegi o favori, piuttosto maggiore responsabilità nelle scelte e nella gestione delle risorse. Forse sarebbe più semplice accettare lo status quo, ma ci sono amministratori coraggiosi che vogliono fare di più per i loro cittadini, rischiando in prima persona, andrebbero premiati. L’autonomia non è solo un onore, ma soprattutto un onere».
Articolata la disamina di Massimiliano Fedriga. Ospite di “Un giorno da pecora” su Radio1, il friulano si autoesclude dalla successione a Matteo Salvini («Vi ringrazio del tifo feroce ma non divento segretario, è un mestiere faticosissimo che richiede doti di psicologo”»), rende l’onore delle armi al ministro Carlo Nordio («Non credo debba dimettersi, la responsabilità della sconfitta non è soltanto sua ma è lodevole che se la attribuisca»), critica i toni della campagna: «Dovessi dare la pagella, ci sarebbe un 6– alla battaglia del Sì e un’insufficienza a quella del No». Passo indietro di Giorgia Meloni? «Sarebbe un errore madornale, condizionare un’elezione all’altra è assurdo e ai partiti che oggi festeggiano, suggerisco prudenza: alle politiche non basta il voto contro il centrodestra, per governare davvero servono un’alleanza e un programma condivisi».
Dalle istituzioni al partito. «Dove governa la Lega, il giudizio degli elettori è in palese controtendenza rispetto al resto del Paese, a riprova della sintonia tra cittadini e amministratori», riflette il consigliere regionale Roberto Marcato, convinto che «la diversità padana è un fatto obiettivo, qui c’è voglia di cambiamento, altrove vince il gattopardismo. Roma ladrona? Più che mai, intesa come sistema di potere che zavorra la crescita. Dal voto, poi, emerge un messaggio chiaro al nostro gruppo dirigente: il sovranismo non abita qui, la via maestra, più che mai, è quella dell’autonomia e del sindacato di territorio».
Un approccio condiviso dal deputato Erik Pretto: «La parte più dinamica e produttiva del Paese, e in particolare il Nordest che è motore della spinta riformatrice, ci chiede di procedere con determinazione nel cammino delle riforme, ora dobbiamo tradurre questa spinta in atti concreti, capaci di rendere il sistema più equo, efficiente, rapido». Un’analisi che torna nelle parole dei capigruppo a Palazzo Ferro-Fini, Riccardo Barbisan e Matteo Pressi, persuasi che il referendum abbia certificato «quanto il nostro sistema politico-istituzionale sia bloccato» a fronte di «una differenza ormai sistematica, e per molti aspetti storica, nelle visioni, nelle priorità e nelle valutazioni politiche tra diverse aree dell’Italia. Non è un fenomeno episodico ma una frattura profonda che riguarda il modo stesso in cui i cittadini percepiscono le istituzioni, la giustizia e il ruolo dello Stato». —
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