La “piazza pulita” di Giorgia Meloni: resa dei conti o mossa disperata?
Dopo il risultato negativo alle urne la premier ha scelto una linea dura: ripulire l’esecutivo da tutte le figure coinvolte in scandali o vicende giudiziarie, nel tentativo di recuperare credibilità e controllo

La giornata politica successiva al referendum sulla giustizia si è trasformata in qualcosa di molto più di un semplice post-sconfitta: una vera e propria resa dei conti interna al governo guidato da Giorgia Meloni.
Dopo il risultato negativo alle urne – interpretato come un colpo politico rilevante – la premier ha scelto una linea dura: ripulire l’esecutivo da tutte le figure coinvolte in scandali o vicende giudiziarie, nel tentativo di recuperare credibilità e controllo. Altro che normale dialettica politica: quello a cui stiamo assistendo è un regolamento di conti. Secco. Tardivo. E forse disperato. Dopo la sconfitta sul referendum, Giorgia Meloni ha cambiato tono. Non più prudenza, non più difesa a oltranza dei suoi. Stavolta ha scelto la linea dura: fuori chi imbarazza, fuori chi pesa, fuori chi mette a rischio la tenuta del governo. Una “piazza pulita” che arriva però quando il danno è già stato fatto. Perché diciamolo chiaramente: non è una scelta, è una necessità.
Il giorno dopo che ha fatto male
La bocciatura alle urne non è stata solo una sconfitta politica. È stata una crepa nell’immagine di leadership. E Meloni lo sa. Sa che quando perdi il controllo della narrazione, rischi di perdere tutto il resto. E allora via con le prime teste: Delmastro, Bartolozzi. Sacrifici rapidi, quasi automatici. Il messaggio è semplice: il tempo delle ambiguità è finito. Peccato che non basti.
Il vero problema ha un nome: Santanchè
Il punto non sono i sottosegretari. Il punto è Daniela Santanchè. È lì che si gioca la partita vera. È lì che la “piazza pulita” diventa credibile oppure si trasforma nell’ennesima operazione cosmetica. Giorgia Meloni, per la prima volta, rompe gli indugi e chiede apertamente le dimissioni. Un gesto forte, certo. Ma anche pericoloso. Perché quando chiedi pubblicamente la testa di qualcuno, devi essere pronto a ottenerla. E invece Santanchè resiste. E se resiste, il problema non è più lei. Il problema diventa Meloni.
L’effetto boomerang è dietro l’angolo
Se il ministro del turismo restasse al suo posto, arriverebbe un messaggio devastante: la premier non decide davvero, la linea dura è solo facciata, il governo continua a proteggere i suoi. In altre parole: debolezza. E in politica, la debolezza si paga subito.
Una svolta tardiva
C’è poi un dettaglio che pesa come un macigno: tutto questo arriva adesso. Non prima. Non quando le polemiche montavano. Non quando l’opposizione chiedeva chiarimenti. Ma dopo una sconfitta. Tradotto: non è una questione di principio, è una questione di sopravvivenza. E gli elettori, queste cose, le vedono.
O dentro o fuori
La verità è brutale: Meloni si è messa con le spalle al muro da sola. Adesso ha solo due strade. La prima: far dimettere Santanchè e dimostrare che comanda davvero, la seconda: lasciarla al suo posto e ammettere, nei fatti, di non avere il controllo. Non esiste una terza via. Non stavolta.
Il momento della verità
Questa non è più una questione di governo. È una questione di leadership. La “piazza pulita” può essere l’inizio di una nuova fase. Oppure l’inizio della fine. Dipende tutto da una decisione. Una sola. E il tempo, ormai, è finito.
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